Lollipop, la bambola inquietante e altri dettagli


Di Lollipop io so cose che pochi sanno; minuzie, è innegabile, ma le so. Quella che preferisco è il luogo in cui i dettagli hanno fatto click, nella testa del signor Hell. Perché dovete capire una cosa, di Germano, detto anche il signor Hell: lui è uno di quelli che non scrivono se non ha le idee ben chiare su tutto quello che accade in una storia. Tutti i pezzi devono combaciare, e io so dov’era Hell quando questo è accaduto.
Minuzie; ma per me, l’ho già detto, sono proprio i dettagli quelli che rendono certe storie memorabili, il che implica che Lollipop per me è memorabile.

Se non bastassero i sandali rosa shocking, il taxista che guarda il culo a Marilyn, la targhetta con su scritto Milly, una puntura di una zanzara che fa infezione, una donna dai guanti viola, la lingua ruvida, carta da parati rossa arricciata intorno alle apliques dorate… Ecco, se non bastassero questi dettagli, a farmi amare questo racconto; se non bastasse la storia, in sé; se non fosse sufficiente El Perro Rojo in carica o Marilyn nella sua interezza, ci sarebbero quelle due immagini, che non mi si staccano dalla testa, sin dalla prima lettura in anteprima, a rendere memorabile Lollipop.

Particolare di “The Hands Resist Him”

L’immagine numero uno è la bambola, inquietante coi suoi occhi vuoti e la bocca triste, che campeggia nel dipinto “The Hands Resist Him”. Un’immagine che Germano, ho scoperto, aveva in mente mentre scriveva, e che è riuscito a trasferire molto bene su pagina, dandole, paradossalmente, fin troppa vita e ancor più capacità di inquietare.

Bruno Bucciarati alle prese con lo stand Oasis, capace di trasformare roccia e carne in fango. Non è la tavola a cui penso io, ma quasi…

L’altra immagine è, siamo ancora lì, un dettaglio marginale: la punta di un mignolo sinistro, piegata all’insù. Mi ha richiamato alla mente certe illustrazioni di un mangaka che con l’anatomia gioca tanto e va anche giù duro. Non sono ancora riuscita a trovare l’immagine che cerco, non so neppure se quella tavola esista come la ricordo o se il ricordo che ne ho sia un collage delle decine di tavole come quella qui a fianco, in cui Hiroiko Araki, questo il nome del mangaka, si diverte a ferire i suoi personaggi.
Personaggi, quelli delle varie serie di Le bizzarre avventure di JoJo, che sono poco meno che super-eroi e super-villain: gente capace di fare cose fuori dall’ordinario per un dono innato, o perché su di loro è stata usata una delle varie Frecce che donano poteri straordinari o ti ammazzano nel tentativo. E qui, a ben pensarci, non siamo troppo distanti dalla Teleforce e dall’esperimento che ha dato origine alla maggioranza dei Super, tra cui Marilyn.
E allora mi ritrovo a pensare che nella carneficina che sa essere JoJo, un mignolo piegato nella direzione sbagliata è il minimo. E un personaggio che fa le cose che finisce col fare Marilyn, la patina di psichedelia che copre storia e personaggio, beh, ci starebbero da dio, così come i rimandi musicali, quasi un trademark di Araki. E sapere che anche Germano ha letto JoJo, pur senza aver pensato direttamente a quel meraviglioso e folle fumetto durante la stesura, mi aggiunge uno strato di apprezzamento in più per Lollipop.

Bene, i ragionamenti a vanvera sono finiti, in attesa che Marilyn torni per la sua seconda avventura e che il signor Hell mi faccia partire per un nuovo viaggio in cui divertirmi a smarrirmi
Perché è questa, secondo me, la grande forza di come scrive Germano: anche avendo già un’idea a grandi linee della trama, non so mai quali stradine tortuose e panoramiche mi farà imboccare per arrivare alla meta. Gran bel pregio, se me lo concedete.

Annunci

Lingue e accenti, oh yeah!


Come si diceva un paio di classifiche fa, a volte ti vengono le parole giusta, ma nella lingua sbagliata. Come in questi giorni, in cui sto cercando di scrivere il seguito della brevissima avventura di Eleanore. Sorvolando su tutte le altre difficoltà, quella maggiore è che mi trovo a immaginare certi dialoghi (non tutti, stranamente) in inglese, e a rendermi conto che in italiano gli stessi concetti non rendono, non con la stessa profondità di significato.

Sorvolando su minuzie come un bel “dude“, dire “figli di puttana” e dire “motherfuckers“… Due storie completamente diverse, soprattutto se te le devi immaginare in bocca allo stesso bel tipino col suo bel southern accent strascicato.

Vabbeh, tocca accontentarsi di quel che l’italiano riesce a veicolare. E ascoltare un po’ di musica, come la suoneria del cellulare di Eleanore o la canzone che forse (lo ripeto, FORSE!) darà il titolo a tutto, se non decido di uccidere la storia prima della fine. U_U

Quelli…


Quelli che si fanno la giga-piscina e il mega giardino solo per far vedere al mondo che loro possono, ma poi sembra che abbiano il deserto del Gobi con al centro una pozza di catrame.
Quelli che scoprono che il figlio sta giocando affacciato a una ringhiera solo quando qualcun altro gli urla di smetterla prima di ammazzarsi.
Quelli che sono piuttosto convinti che William Blake (1757-1827) abbia scritto “1984” (1949) e “Fahrenheit 451” (1953).
Quelli che non sanno cosa sia il D Day e tutto sommato non gliene frega di scoprirlo.
Quelli che ti chiedono di scrivere un articolo senza voler accettare che tu non abbia alcuna idea di cosa dovrebbe trattare l’articolo.
Quelli che annunciano tronfi di aver imparato tutto, e invece fanno errori da spellarli vivi.
Quelli che ritengono marginale un elemento chiave dell’argomento, e se ne compiacciono.
Quelli che piangono per la pirateria che ucciderà il cinema e poi ti fanno uscire Prometheus a ottobre invece che a giugno, persino dopo l’uscita in Bielorussia.

Made by Giordano Efrodini. Long live!

Quelli che leggono mille manuali di puericultura, ma poi quella cosa urlante e indisciplinata per loro è solo uno scomodo gadget della vita.
Quelli che comprano l’e-reader per sentirsi al passo coi tempi e nient’altro.
Quelli che entrano in biblioteca e ti chiedono un libro, faccia lei.
Quelli che il giorno dopo aver visto The Skeleton Key capitano qui ammettendo di non aver capito il finale, e magari non c’hanno dormito la notte. (per non parlare di Drive o Valhalla Rising!)
Quelli che sanno tutto loro, tranne quando hai ragione tu e vieni costretto (da loro, cocciuti) a spiattellar le prove e guardarli intristirsi.
Quelli che o sei col digitale, o sei col cartaceo, senza possibilità di convivenza.

Ecco, io mi sarei un pochetto rotta le palle di ‘sta gente qui, e di provare a capirla.
E provo pure un pochetto di sconforto per il genere umano, ma questa è un’altra storia.

Pigrizia, sproloquio e mancata conclusione: i miei tre grandi nemici scrittori


Da un po’ medito di scrivere qualcosa sulla mia esperienza con Risorgimento di Tenebra e credo che sia arrivato il momento.

Sono pigra. Per quanto scrivere mi piaccia, mi rendo conto di essere pigra anche e soprattutto in questo campo. E pure accondiscendente nei confronti delle mie mancanze.
È fondamentalmente per questo che mi sono costretta a scrivere Vento di Cambiamento seguendo il ritmo di un episodio a settimana, il giovedì (o al massimo il mercoledì notte): se non mi fossi imposta un ritmo preciso, dopo un primo periodo di fregola, avrei abbandonato per strada La Marmora e Biscior, le gambe segate dalla PDSI e dalla pigrizia. Invece mi sono imposta un ritmo, un appuntamento settimanale che non solo devo, ma che voglio rispettare.

E un numero di parole. Il primo episodio è nato con una lunghezza un po’ accazzo, 600 parole, che è diventata il paradigma per i capitoli successivi. Certo, poi io sono accondiscendente e una bestia, e quindi ho usato le poche, pochissime parole come una scusante per non dovermi sbattere troppo con le descrizioni, campo in cui, di base, sono una capra. D’altro canto, poche parole mi fanno bene: niente spazio per divagare e cazzeggiare, la necessità di focalizzarsi su quel che conta.

E poi c’è la terza questione: è un racconto che voglio concludere. Oltre che pigra, divagatrice e accondiscendente, sono pure inconcludente. Parto di corsa, perdo le idee per strada e mi incasino. Se si tratta di un progetto breve, c’è la possibilità che riesca a districarmi senza perdere velocità; se è un progetto ampio o amplissimo, finisce che mi inchiodo e la storia muore senza avere una fine.

Quindi quest’esperienza, riassumendo, è una tripla sfida: scrivere un capitolo a settimana*, senza se e senza ma, scriverlo stando entro certi limiti di parole e portare tutto a una conclusione sensata.
Ecco, è la sfida quello che mi sta piacendo di più di quest’esperienza. Costringermi a uscire, anche se di poco, dalla mia comfort zone. Del testo in sé ancora non so se sono del tutto soddisfatta, ma il punto, un po’ come col NaNoWriMo, non è creare qualcosa di perfetto. Il punto è scrivere, divertirsi, sfidarsi. Poi, col tempo, se riterrò che ne valga la pena, magari sistemerò quello che non va, aggiungerò dove manca, affinerò dove serve. Per ora il grezzume rimane. E ho pronto il prossimo capitolo, anche se, per la prima volta, credo che sforerò un po’ il limite di parole. Ma ho deciso che qui serve e questa è l’unica delle regolette del cavolo che mi sono data che sono disposta a infrangere.

Quanto al finale, ho solo una vaga idea di dove voglio andare a parare. E ci sarà di mezzo della polvere di basilisco.

* Sì, c’è chi sta scrivendo un romanzo in 6 giorni, cosa che fa suonare la mia sfida a dir poco ridicola: ma è una persona con cui non provo nemmeno a confrontarmi, e che invidio per la meticolosità e strutturalità che sa avere nel suo rapporto con la scrittura. Io vado accazzo, anche troppo, eppure vorrei rimediare.

La figlia della Luna


Avviso ai lettori: questa non è una recensione. Questo è un post di ricordi e pippe mentali personali, quindi non aspettatevi nulla di più!

Uno dei regali più azzeccati che mi abbiano fatto da piccola è stata l’iscrizione alla biblioteca. All’apparenza dono meno figo della collezione (quasi*) completa di Esplorando il corpo umano, alla lunga si è rivelato cento volte meglio. Credo fosse Pasqua, sebbene potrei sbagliare, ma il punto non è quello.

Il punto, se c’è un punto, è che mia madre, a un certo punto, si è pentita di avermi fatto quel regalo. È stato il giorno in cui la mia catechista le ha chiesto come mai da settimane mancassi al catechismo del sabato; lo stesso giorno in cui lei, in modalità Generale Klingon incazzato, mi ha chiesto dove cavolo andassi, e si è sentita rispondere che andavo regolarmente a passare l’intero sabato pomeriggio in biblioteca. C’è rimasta male, credo. Chissà quali foschi scenari e turpi compari si era immaginata, invece io ero a 50 metri da casa, in compagnia di Asterix e Obelix.
Sì, ho cominciato così. E coi Ronfi. Poi sono passata ai librigame di Lupo Solitario e della Terra di Mezzo.
Poi sono cresciuta un pochetto e mi sono avventurata nella sezione dei Giallo Junior, Super Junior e Gaia Junior. Ci ho trovato di tutto, tra cui il mio grande amore: La figlia della Luna.

Non so quante volte ho letto questo romanzo di formazione e magia. Ma so che mi ricordo quasi tutto. Mi ricordo Laura Chant, la protagonista, la sua gonna di qualche centimetro troppo corta, e la nota esplicativa per un gioco di parole intraducibile sul fatto che Laura nonostante il cognome sia stonata. Mi ricordo Sorensen “Sorry” Carlisle, la sua balbuzie, le fotografie naturalistiche e l’ingrandimento di certe gambe, il martin pescatore, l’altra nota che spiegava perché il ragazzo dicesse che non faceva altro che chiedere scusa, anche col suo stesso nome. Mi ricordo la casa di Sorensen, Ianua Coeli, e mi ricordo il signor Braque, lo stampino, l’odore mentolato, il fratellino di Laura che deperisce a vista d’occhio, le streghe, il viaggio iniziatico, ONIOTS, il nuovo stampino sorridente, la città in miniatura.

Un libro che mi è rimasto attaccato in testa, quindi qualche tempo fa mi sono detta: “Ma dai, perché non rileggerlo?” Sono andata in biblioteca a cercarlo, anche se consapevole del rischio di Sindrome di Grisù**. E invece niente: libro sparito. Non so se sia uno dei vari prestiti centenari di prima della digitalizzazione del sistema, o solo una qualche affezionata lettrice che ha deciso di sgraffignarlo e tenerselo per sempre, ma il punto è che è in biblioteca non c’è più.

Così mi sono messa a spulciare su internet per scoprire il titolo originale e per vedere se era ancora trovabile in lingua. Ho scoperto tante cose: che The Changeover ha vinto un tot di premi; che la prima copertina americana era orenda (ma non è che altre versioni più recenti siano più belline… al confronto la vecchia copertina italiana è un Caravaggio!); che la versione originale è ancora in vendita, come pure l’italiana; che il romanzo ha un anno meno di me.

Ecco, forse ho trovato una ragione in più per volergli bene, non bastasse il fatto che era tradotto con rispetto per il suo giovane lettore, a differenza di tanta roba di adesso, sia essa scritta per grandi o per piccoli.
Ma questa è un’altra storia, e soprattutto è affare da Rottenmeier, non da pippe mentali sentimentali!

* Al mio modellino mancano una sezione tibia-perone (ha la sinistra doppia) e parte dell’apparato urinario. Per il resto è bello come il sole e se ne sta sdraiato comodo comodo in armadio.
** Avete mai rivisto Grisù il drago da grandi? Bene, non fatelo, soprattutto se lo adoravate: è di una bruttezza abominevole! Così brutto che ti chiedi seriamente come possa esserti piaciuta una cosa del genere.