Fantasy? Non lo tocchiamo manco con una pertica!


Ti rendi conto di quanto sia malato un ambiente come quello dell’editoria quando qualcuno cerca di far passare l’affermazione “siamo una casa editrice che non chiede contributo monetario per pubblicare” come una affermazione incredibilmente meravigliosa, dimenticando che dovrebbe essere la norma, la base della civiltà, non una fottuta eccezione da osannare come una conquista rivoluzionaria.

Il tutto in mezzo a una discussione in cui la suddetta casa editrice sta venendo sputazzata d’insulti per aver detto, con una spocchia difficile da mascherare:
“Cerchiamo autori solidali e versatili, ma che scrivano solo i generi e i formati che piacciono a noi, il resto si fotta.” <– parafrasi mia.

Questa, invece, non è una parafrasi, ma un copia incolla, testuale e papale:

il fantasy ha, onestamente, rotto il cazzo.

Perché siamo sempre lì, alle prese coi pregiudizi sul genere.
Nel 2016.
Sempre bloccati, da 40, 50, 60, 70, 100 anni, a una festa che, non importa quanto ci si provi, se va bene non lasceremo prima della fine del XXII secolo.

E son sempre belle, bellissime cose…

O padrone e serva


copertina Domine et ServaEra in offerta, gratis.
L’ho preso e letto.

Non fatelo pure voi.
Non sprecate soldi o spazio su disco o tempo.

Già il titolo, “Domine et serva”, con quel suo latino “uhmmmm…”, doveva spaventarmi. Il fatto è che è indicativo di più o meno tre quarti del latino del libro e della cura nella ricerca storica.
Ma uno ci passerebbe su, su una ricerca storcia ‘nzomma, se la scrittura e la trama fossero fichissime, no?

Invece la scrittura è legnosa, piovono aggettivi e avverbi, il narratore onnisciente passa il suo tempo a spiegarci tutto quello che pensa ogni personaggio presente sulla pagina, ma decide di sorvolare sulle cose davvero interessanti. Continua a leggere

Buttarsi nel fantasy…


“Lei è un fantastico personaggio di un romanzo. […] Lei ha una storia fantastica e ha trent’anni. Secondo me lei dovrebbe attingere… Invece di andare a buttarsi nel fantasy, andare… Lei dovrebbe attingere a sé stesso, lei ha un mondo fantastico da raccontare.”

Con queste esatte parole De Carlo ieri sera ha consigliato uno dei concorrenti di Masterpiece, un ragazzo che aveva scritto un romanzo in cui l’alchimia era centrale.
No, meglio evitare l’alchimia.
Piuttosto, perché non attingere al fatto di essere un trentenne con un master di qui, uno di là, che ha fatto l’impagliatore di volatili e altri variegati lavori per mantenersi?
Perché non attingere al suo essere un tipo “strambo”, invece di ‘sta roba di alchimia? Continua a leggere

Numenera, tra fantasy e fantascienza


NumeneraIo ho esperienza con una limitata gamma di giochi di ruolo, e pure con una limitata gamma di stili di gioco, nonostante quello che uno possa immaginarsi da qualche post goliardico che ho fatto nel tempo.

Nonostante questa mia ridotta esperienza, o forse proprio per questo, più spulcio il manuale base di Numenera, più ho la salivazione imbizzarrita e una gran voglia di provarlo, di vederlo in azione.

Finanziato con un Kickstarter di notevole successo (lode lode a Kickstarter), uscito ad agosto 2013 e partorito dalla mente di Monte Cook, Numenera è un gioco di ruolo in equilibrio sulla linea di demarcazione tra fantasy e fantascienza, in un certo senso basato sull’adagio di Sir Artur C. Clarke:

Any sufficiently advanced technology is indistinguishable from magic.

E allora, se una tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia, perché non ambientare un gioco di ruolo in quello che sembra un mondo fantasy ma che in realtà è la Terra tra 1 miliardo d’anni? Continua a leggere

Di castelli, tonalità e adattamenti


La signorina Rottenmeier

Avviso:
siamo in un momento Rottenmeier, non c’è Natale che tenga.
E ci sono spoiler, svariati.
Io v’ho avvisati! 😛

***

castello_howlNel 1986 la scrittrice inglese Diana Wynne Jones pubblica il romanzo Howl’s moving castle. Nel 2004 il regista giapponese Hayao Miyazaki ne trae il film “Il castello errante di Howl“, in preparazione del quale le Kappa Edizioni pubblicano, nel 2002, la traduzione italiana del romanzo, adattandone il titolo come Il castello magico di Howl.

La storia narrata dalla Wynne Jones, letta in questi scorsi giorni dopo aver visto il film già 4 o 5 volte, è al contempo più complessa e semplice di quella portata sullo schermo da Miyazaki. Stessi ingredienti di base, stesso canovaccio generale, ma ben diversa sensazione finale. Non che uno sia meglio dell’altro, ma mi rendo conto che questo è uno dei (rari) casi in cui l’adattamento cinematografico di un libro è un’entità distinta, solida, che non ha bisogno di cercare nel libro rassicurazioni, spiegazioni o stampelle a cui appoggiarsi per non vacillare.
Mi rendo conto, più ci penso, che le scelte fatte da Miyazaki nel trasporre su pellicola il romanzo sono state ottime e “con le palle”. Forse perché libero dalla presenza incombente di un fandom pronto a urlare “eretico!” al minimo dettaglio cambiato, Miyazaki non si è fatto remore all’idea di sfoltire quello che non poteva trovare sufficiente spazio nei 119 minuti del film; di potare sottotrame e accorpare personaggi; di inserire una guerra per dare ritmo a certi punti della storia; di creare un fondamento un po’ più solido (anche se non molto) per la relazione tra Sophie e Howl, decisamente più debole nel romanzo. Continua a leggere