Alan Rickman (1946-2016)


Giusto l’altro giorno stavo ripensando a Galaxy Quest e al fatto che avevo voglia di rivedere Alan Rickman nei panni di sir Alexander Dane.
Oggi la notizia che ci ha lasciati, portato via pure lui, come Lemmy e Bowie, dal cancro.

Era stato lo sceriffo di Nottingham, e Hans Gruber, e Snape, e il giudice stronzo in Sweeney Todd,  e Alexander Dane, e Metatron, cazzo, Metatron, la voce di Dio!
E se n’è andato, e se solo mi fermo a pensarci mi torna da piangere.

Ci ha regalato splendide interpretazioni, sullo schermo e sul palco, e ora…
Ora the show must go on, ma non sarà la stessa cosa, senza di lui.Alan-Rickman-alan-rickman-13116405-2560-1702

 

Buon viaggio, nonna


Era la notte di Natale del 1925 quando è nata. I miei bisnonni non hanno avuto una gran fantasia e quindi l’hanno chiamata Natalina, anche se lei si faceva chiamare Natalia.
Adorava andare per funghi, da ragazza ci andava anche da sola, da quanto le piaceva, ma se poteva ci andava con sua zia Primina, che aveva più o meno la sua stessa età. Qualche anno fa raccontava, ridendo come una matta, della volta che lei e la zia Primina andarono in una zona diversa dal solito e trovarono un mare di funghi, e tornate in paese, a chi chiedeva dove li avessero trovati, indicarono un posto che era, fondamentalmente, un intrico di spine in cui per sbaglio crescevano dei ciuffi d’erba qua e là. “Cative che sermo…”

Non era cattiva, mia nonna, nonostante quel che diceva ridendo.
Il mio ex ragazzo diceva che aveva bevuto il siero del super soldato, da ragazza, e forse forse era così. Era forte come un toro, testarda come un mulo, indipendente fino allo sfinimento.
Fino a pochi anni fa ha sempre avuto la salute di una giovincella, al punto che alla visita pre-cataratta non ci credevano che non prendesse medicine per la pressione o il colesterolo.
Poi, alla vigilia del Natale 2010, un braccio rotto che non è mai più tornato ad avere la forza di prima ha segnato l’inizio del declino della salute.
Ma era indipendente, e guai a chi voleva provare a tenerle testa, o farle ridurre il ritmo. Guai a chi voleva toglierle l’indipendenza, perché l’avrebbe solo ferita.
Faceva da sola, senza lamentele. È così che è sempre stata.

Nonna - braccio rottoCucinava pesante come l’ira di Dio, si appuntava ricette sentite alla tv con quella sua scrittura rigida e ordinata, e poi le seguiva un tanto al toc.
Ogni sera, minestra con dentro peperoncino. Mezzo se era di quelli grossi, uno intero se era di quelli piccolini ma belli tosti che mia madre le aveva portato dal sudest asiatico.
Cucinava pesantissimo, ma faceva degli gnocchi che voi umani non potete nemmeno immaginare! E il cinghiale, cotto per ore nel vino e negli aromi, quant’era buono!

Aveva il pollice verde, la testardaggine di continuare a prendersi cura di due pertiche d’orto tutta da sola, un amore sbarazzino e creativo per i fiori, e chissene se le rose non sarebbe il caso di farle crescere così tanto che per percorrere il vialetto di casa devi mettere uno scafandro.
E amava gli animali, in quel modo rispettoso ma distaccato che ha chi con gli animali ci lavora: li accudiva, ogni giorno agli stessi meticolosi orari, arrivava a dare il biberon ai coniglietti a cui era morta la mamma.
Ma gli animali erano sempre e solo animali: non entrano in casa, non dormono in casa, non mangiano in casa, se sono animali da carne prima o poi gli si tira il collo e li si mette in pentola, anche quelli a cui hai dato il biberon.

DSCF3906L’unica eccezione è stata Fuffy, una degli ultimi 3 gatti della nonna, ma solo perché gliel’hanno portata che era troppo piccola per stare da sola e girare per la campagna senza una mamma o dei fratelli che la proteggessero.
Alla fine, gli animali erano i suoi veri compagni.

E poi non era un tipo da foto. Se provavi a dirle qualcosa come “Ehi, nonna, vieni che facciamo delle belle foto in un qualche punto panoramico”, la risposta più probabile era un “E che me ne faccio?” o un “Non dire stupidate!” (entrambi in dialetto, of course).
Non era una che si metteva in posa e non credo si sia truccata mai, negli ultimi quarant’anni. Non dava troppa importanza a certe cose. L’orto era più importante. La famiglia. Gli animali. Il resto poteva aspettare.

Ieri pomeriggio non si sentiva tanto bene, un po’ d’indigestione.
S’è fatta una limonata calda e diceva di stare meglio. Ha costretto mia zia a tornarsene a casa propria, perché la testardaggine e l’indipendenza di cui sopra non sono mai state una posa.
Stamattina la zia ha provato a chiamarla per sapere se stava meglio, senza successo.
L’ha trovata sul divano.
Dev’essere stata male mentre si cambiava prima di andare a letto.
Spero non si sia accorta di cosa stava succedendo. Spero sia durato un attimo.

Ora non rimane che piangere un fiume di lacrime, andarla a trovare ancora una volta e dirle addio.

Se nei prossimi giorni il blog sembrerà ancor più derelitto del solito, sapete perché.