Gongolare


A volte, una ragazza non può fare altro. E farlo pure in pubblico, beandosi della splendida sensazione.

Grazie a tutti i responsabili del picco di vendite e del piazzamento. Grazie, grazie e poi ancora grazie.
Difficile che rimarrò lì in alto a lungo, ma la sensazione è splendida.

Vento horror 30 ottobreSe volete contribuire anche voi al piazzamento al terzo posto nella classifica dei libri horror e leggervi l’ebook, lo trovate qui.

Top Five: Quello che amo della scrittura


Dopo quella sulle cose che detesto dello scrivere, ora tocca alla classifica delle cose che amo, anche se in sole 5 posizioni non c’è spazio per tutto! 🙂

5: Questo, voleva dire!
Ci sono momenti in cui scrivo un dialogo e appena lo rileggo mi rendo conto che suona sbagliato. Non perché è forzato, ma perché le voci non sono ancora quelle giuste. Per contro, quando dopo lunga e penosa tribolazione (o al primo tentativo, per botta di culo incredibile!) un dialogo scorre bene, le voci sono giuste, ognuno dice le cose che direbbe con le scelte lessicali che farebbe, ecco, quella è una soddisfazione, per quanto piccola e rara.

4: La revisione.
Sì, è una rottura di palle enorme. Sì, è il campo perfetto per farsi venire tutti i dubbi che non sono venuti in fase di scrittura. Ma è anche quello il bello. Porsi tutte le domande che avevi dimenticato di porti, guardare le cose da un punto di vista diverso, avvicinarti al testo dopo averlo lasciato decantare qualche giorno/settimana. E poi ci sono i commenti dello sparring partner, che vanno a segno mentre mi fanno ridere delle mie stesse castronerie. Tempo ben speso.

3: Progettare. Sort of.
C’è un bel post di Aislinn, una riflessione personale su quale sia il suo approccio alla scrittura (Architetto o giardiniere? Pianificazione o improvvisazione?) in cui io mi ritrovo abbastanza. Progetto poco, quando penso a una storia. O forse progetto, ma a modo mio: nella mia testolina, mi giro il film della storia che voglio raccontare. Non tutto intero, solo spezzoni, e con una macchina da presa con la messa a fuoco svaccata. Però mi faccio il mio filmino, cerco le scene importanti, le giro e, se fanno acqua, le rigiro. Medito sui personaggi, cerco di capirli e di “uscirci a cena”. E mi diverto, in questa mia fase di pseudo-progettazione. Poi magari stravolgerò tutto, come è accaduto con That bloody smell, ma l’importante è che qualcosa, nel filmino mentale, funzioni. Il resto si aggiusta, soprattutto la messa a fuoco.

2: The End.
Ci sono arrivata poche volte, a mettere la parole fine (per quanto virtuale) a una storia. E ogni volta sapere di essere riuscita a contenere il cazzeggio, i dubbi, la PDSI che farebbe cancellare tutto a ogni revisione, i momenti di stallo, a tappare i buchi logici, ecco, sapere di avercela fatta fa sentire bene. E sapere di avere un ebook pronto da mettere alla mercé del mondo mi fa sentire soddisfatta, ma, stranamente, non mi dà altra  emozione. Boh, sarò strana…

1:  I feedback.
Sincera e edonismo al massimo: mi piace sapere quel che la gente pensa dei miei sgorbi. Ci litigo, a tratti li detesto e rimango sempre dubbiosa sul valore dei miei sgorbi. E allora ben vengano i pareri. Se sono negativi ma circostanziati, così sia. Se sono positivi, meglio, che così gongolo un pochetto e l’autostima si ringalluzzisce! ^_^

Top Five: Quello che detesto della scrittura


Mi unisco al piccolo meme nato da un commento su facebook di Bruno Bacelli e, dopo SamAislinn e Gianluca, enuncio anche io alcune cosette che detesto dello scrivere.

5: Nella mia testa era meglio…
Come già hanno detto praticamente tutti, anche io odio quel momento in cui, dovendo riportare su carta o su word processor un’idea (bella, articolata, fichissima, geniale) che è venuta all’improvviso, le parole non arrivano. E se arrivano, compongono una scena pietosa, sgangherata, piatta e priva di ogni barlume della figaggine che aveva nella mia testa. Se c’era un dialogo, è noioso; se c’era una descrizione (miracolo), è il peggio del mio peggio. La frustrazione, invece, è alle stelle!

4: Le parole giuste nella lingua sbagliata.
Mi succede spesso. Mi ritrovo a starmene lì, anche cinque minuti d’orologio, a gironzolare per casa alla ricerca della parola giusta che sia in italiano, non in inglese. Ho un problema, e anche bello grosso, con le cose bruciacchiate. Se cerco un sinonimo di bruciacchiato, mi vengono charred, singed, burnt, scorched, mai un dannato sinonimo in italiano. Non parliamo poi di crawl o di scramble: una tragedia, soprattutto per la convinzione che nessun termine italiano riesca a rendere altrettanto la sensazione di urgenza e fretta che sento sottointesa alle due parole inglesi.

3: L’impasse.
Pur col mio modo di scrive anarchico, mi rendo sempre più conto che se non ho qualcosa chiaro in mente, certe storie si impantanano. Il qualcosa varia a seconda dei casi, ma senza posso stare davanti al pc per giorni senza che le parole trovino la giusta strada. Per dire: ho la prima stesura di Fight Fire With Fire, ma non riesco ad andare oltre perché le critiche costruttive che mi sono state sottoposte hanno evidenziato dei punti da sistemare. E finché non avrò trovato come rattoppare quei punti, non riuscirò a sistemare nemmeno le ripetizioni e il resto. Stesso dicasi per il figlio del NaNo: è fermo da settimane perché non so come cavarmi da un impaccio in cui mi sono messa da sola, e ogni soluzione è troppo MarySue per poterla tollerare.

2: La PDSI.
Scrivo, scrivo, scrivo e scrivo. Inizio a rileggere ed eccola, nella testa fa capolino lei, la Percezione dello Schifo Incombente. L’unica cosa che la PDSI sappia dire è che tutto è merda. Lo dice in tanti modi diversi, ma il senso non cambia: percolato, a fiumi. Tutto da buttare e rifare, senza possibilità di rimedio. Ma ormai ho imparato una cosa: se si presenta in tutta la sua magnificenza, allora qualcosa del testo appena letto è salvabile. Tizia complicata, la PDSI, un po’ come lei…

1: La Musa.
C’è chi, come Sam, ha per MusO il bel Kiefer Sutherland. Io ho una Musa, femmina e tanto, tantissimo stronza. Non so che faccia abbia, perché mica si fa vedere spesso. Ma quando c’è, tutta la sua simpatia è ben evidente: si lavora solo a quello che vuole lei, solo coi ritmi che dice lei e facendo le cose che vuole lei. O così, o niente, lei si mette a farsi le unghie o chissà cos’altro, e il lavoro non procede di una virgola. Una gran maleducata!

Per fortuna ci sono anche cose che amo, dello scrivere, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

Top Five: Universi paralleli


In ritardo come mio solito, è la volta dei miei universi paralleli, i miei what if… Tutti punti di svolta reali, nel bene e nel male. E in ordine cronologico dal più vicino al più vecchio, quindi non è che sarà proprio proprio una top five, ma qui è casa mia e si fa come dico io.
Chiedo scusa in anticipo per… boh, tutto, e nulla.

Numero 5: Inghilterra.
Biforcazione: 2002.
Finito il liceo Marina deve scegliere cosa studiare e, dopo lunga e penosa meditazione, decide per lingue straniere. I voti erano già buoni, l’interesse alto, la scelta suona sensata. Studia lingue a Vercelli, la pigrizia la tiene vicina a casa, ma quando arriva la possibilità di partire con l’Erasmus manda a quel paese il fidanzato lagnoso e castrante, e parte per il Regno Unito. Torna giusto per la tesi, e per mandare a quel paese il cornificatore prima del trasferimento definitivo. Lavora come traduttrice, scrive in ambo le lingue e collabora con una piccola casa di produzione inglese di giochi di ruolo. Torna ogni tanto in Italia, ma con la crisi economica è sempre più lieta dei propri orizzonti aperti.

Numero 4: elicotteri.
Biforcazione: 1997.
Anche a questa Marina, a fine scuole medie, non vengono in alcun aiuto la giornata d’orientamento e il test attitudinale, quindi sceglie un po’ a caso. Da buon maschiaccio, si iscrive ad un ITIS, sezione virata sull’aeronautica. Finito il liceo, ignora le pressioni che le vorrebbero far continuare gli studi, cerca lavoro e lo trova. Da poco ha cambiato ditta e ha incontrato un altro disegnatore, uno con cui sparare cazzate alla macchinetta del caffé e con cui parlare di metal e film, non solo di rotori e cuscinetti a sfera. Ora deve solo farsi venire in mente una scusa decente e dignitosa per vederlo fuori dal lavoro, e poi, chissà…

Numero 3: arte, più o meno.
Biforcazione: 1997.
Come la Marina numero 4, anche la numero 3 non sa che scegliere a fine scuole medie, ma invece di andare a caso, tira fuori un po’ di coraggio e ottimismo e si butta sul liceo artistico. Si barcamena con certe materie, si gasa con altre, esce con un voto medio-alto e una zazzera di capelli fucsia che fa storcere la bocca a tutta la famiglia, e per fortuna che non hanno visto il tatuaggio! Ora lavora come grafico e impaginatore per una piccola ditta di pubblicità locale, sta provando l’ebbrezza del capello verde e adora i bambini che nel vederla chiedono alla mamma se è una marziana.

Numero 2: proiettile vagante.
Biforcazione: 1995.
Al rapinatore con la mano tremula scappa un colpo, ma la suora psicologa scolastica non lo dice così: spiega che durante una rapina in banca sua madre è stata colpita accidentalmente, che non ha sofferto, che non si è accorta di nulla. Che Dio ha un piano, visto che suo padre l’ha appena riconosciuta, e bla-bla-bla. Ci va a vivere, a casa del padre, giusto il tempo per vederlo morire di malattia. La prima fuga di casa è pochi mesi dopo, dura una ventina d’ore. È da poco tornata dalla terza fuga, il giorno che, a scuola, A. la prende in giro una volta di troppo. Le parte l’embolo, la prende per la nuca e la spinge contro il palo della rete da pallavolo, con tutte le forze che ha. A. non hai riflessi pronti, finisce in ospedale.
Le suore la cacciano dalla scuola in maniera diplomatica. Finisce le medie a calci in culo, non si iscrive alle superiori, convince un’assistente sociale che starebbe meglio in una casa famiglia qualunque, piuttosto che lì, con loro tre. Finisce nel milanese, sola anche quando è in compagnia, al sicuro nel suo guscio, e guai a chi si avvicini. Il resto è solo grigiume.

Numero 1: ricordo.
Biforcazione: 1994 o giù di lì.
Anche questa Marina va alle giostre, quel giorno di primavera. Anche lei ha in tasca solo le chiavi di casa, un fazzoletto di carta, pochi spiccioli e la pallina del calcio balilla. Anche lei viene avvicinata dal tizio anzianotto. Solo che questa Marina non ha l’istinto della preda. Sparisce nel nulla, in mezzo alla folla di bambini, adulti, biciclette e giostrai. Il cadavere viene ritrovato dopo due giorni di ricerche, incastrato lungo un canale d’irrigazione. Il colpevole non viene mai identificato.

Top Five: cose pseudo-culturali da fare in centro a Novara


Qualcosa, magari non sapete nemmeno voi cosa, vi ha condotti a Novara e non sapete che fare?
Cinque consigli che non vi cambieranno la vita ma magari vi faranno passare un’oretta diversa dal previsto. Non si rilasciano rimborsi.

5: Importunare i passanti per vedere quanti sanno dove si trovino i musei cittadini.
Se vi va bene vi indicheranno il Broletto, e ne avrete trovato almeno uno 🙂 Se vi va benissimo, vi indicheranno anche il Museo Faraggiana e il Museo Rognoni Salvaneschi. Se vi va male fingeranno di ricevere una chiamata al cellulare.

4: Stare al centro esatto di Novara.
Ok, magari col tempo la cosa non è più poi così geograficamente esatta e il centro-centro-centro è altrove, ma voi fate finta di nulla, andate in Piazza Cesare Battisti, davanti alla libreria multi piano sul lato sud della piazza triangolare. Guardate la pavimentazione e cercate un sanpietrino diverso dagli altri, triangolare e bianco. Quello è il centro di Novara. Fico, eh?

3: Godersi le statue di Novara.
Ne potete trovare di tutti i tipi: dalla Mondina che monda una fontana in Piazza della Stazione, al Cavour dell’omonimo corso, al Vittorio Emanuele II a cavallo, all’Icaro con l’ala spennata, a opere fuori dal centro come la testa di cavallo della rotonda El Alamein o la Piramide (ossario per i caduti della Battaglia di Novara). Per una specie di “catalogo” con qualche informazione in più, guardatevi questo post.

2: Giocare a vero o falso nel museo lapidario.
Come si gioca a vero o falso in un museo lapidario? Semplice: guardate una lapide e scommettete se sia vera o falsa, quindi picchiettatela con le nocche. Alcune lapidi sono di pietra, altre sono copie (molto ben fatte) cave di vetroresina o simili. La penitenza per il perdente è opzionale.

1: Andare al Duomo e maledire silenziosamente l’Antonelli.
Novara aveva un duomo romanico dell’XI-XII secolo, centro vitale della città dal medioevo in poi insieme al Broletto. Poi arriva quella testa di cefalo dell’Antonelli, propone di buttare giù il vecchiume e fare qualcosa di nuovo, gli dicono di sì, la soprintendenza per i beni culturali ancora non c’è e quindi ecco a voi: ‘sta cagata in marmo, che più pretenziosa e fredda non poteva fare. Un cesso galattico, che si armonizza col resto come una putrella a doppia T in una collezione di vasi Ming. Grazie, Alessandro, grazie mille!

tutto da maledire!