Pigrizia, sproloquio e mancata conclusione: i miei tre grandi nemici scrittori


Da un po’ medito di scrivere qualcosa sulla mia esperienza con Risorgimento di Tenebra e credo che sia arrivato il momento.

Sono pigra. Per quanto scrivere mi piaccia, mi rendo conto di essere pigra anche e soprattutto in questo campo. E pure accondiscendente nei confronti delle mie mancanze.
È fondamentalmente per questo che mi sono costretta a scrivere Vento di Cambiamento seguendo il ritmo di un episodio a settimana, il giovedì (o al massimo il mercoledì notte): se non mi fossi imposta un ritmo preciso, dopo un primo periodo di fregola, avrei abbandonato per strada La Marmora e Biscior, le gambe segate dalla PDSI e dalla pigrizia. Invece mi sono imposta un ritmo, un appuntamento settimanale che non solo devo, ma che voglio rispettare.

E un numero di parole. Il primo episodio è nato con una lunghezza un po’ accazzo, 600 parole, che è diventata il paradigma per i capitoli successivi. Certo, poi io sono accondiscendente e una bestia, e quindi ho usato le poche, pochissime parole come una scusante per non dovermi sbattere troppo con le descrizioni, campo in cui, di base, sono una capra. D’altro canto, poche parole mi fanno bene: niente spazio per divagare e cazzeggiare, la necessità di focalizzarsi su quel che conta.

E poi c’è la terza questione: è un racconto che voglio concludere. Oltre che pigra, divagatrice e accondiscendente, sono pure inconcludente. Parto di corsa, perdo le idee per strada e mi incasino. Se si tratta di un progetto breve, c’è la possibilità che riesca a districarmi senza perdere velocità; se è un progetto ampio o amplissimo, finisce che mi inchiodo e la storia muore senza avere una fine.

Quindi quest’esperienza, riassumendo, è una tripla sfida: scrivere un capitolo a settimana*, senza se e senza ma, scriverlo stando entro certi limiti di parole e portare tutto a una conclusione sensata.
Ecco, è la sfida quello che mi sta piacendo di più di quest’esperienza. Costringermi a uscire, anche se di poco, dalla mia comfort zone. Del testo in sé ancora non so se sono del tutto soddisfatta, ma il punto, un po’ come col NaNoWriMo, non è creare qualcosa di perfetto. Il punto è scrivere, divertirsi, sfidarsi. Poi, col tempo, se riterrò che ne valga la pena, magari sistemerò quello che non va, aggiungerò dove manca, affinerò dove serve. Per ora il grezzume rimane. E ho pronto il prossimo capitolo, anche se, per la prima volta, credo che sforerò un po’ il limite di parole. Ma ho deciso che qui serve e questa è l’unica delle regolette del cavolo che mi sono data che sono disposta a infrangere.

Quanto al finale, ho solo una vaga idea di dove voglio andare a parare. E ci sarà di mezzo della polvere di basilisco.

* Sì, c’è chi sta scrivendo un romanzo in 6 giorni, cosa che fa suonare la mia sfida a dir poco ridicola: ma è una persona con cui non provo nemmeno a confrontarmi, e che invidio per la meticolosità e strutturalità che sa avere nel suo rapporto con la scrittura. Io vado accazzo, anche troppo, eppure vorrei rimediare.

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4 commenti su “Pigrizia, sproloquio e mancata conclusione: i miei tre grandi nemici scrittori

  1. Ohccavolo! Questo post potrei benissimo averlo scritto io =__=
    Una volta che avrò completato il first draft di Hurricane e il sd di Metal Gods penso che mi darò un compito e una ricompensa anche io.

    • Separate alla nascita! 😀
      Ti dirò, io sono talmente una bestia accondiscendente che arrivo a condonarmi i fallimenti, ergo prima o poi mi unirò al popolo della To Write List, è l’unico modo per costringermi a fare di più U_U

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