Buon Natale


Potevano essere novanta candeline. Sarà solo il secondo Natale senza nonna.

Auguri, ci si vede quando ci si vede. Nel frattempo, fate i cattivi, comquistate il mondo e godetevi le feste!

Prosit!

Annunci

Buon viaggio, nonna


Era la notte di Natale del 1925 quando è nata. I miei bisnonni non hanno avuto una gran fantasia e quindi l’hanno chiamata Natalina, anche se lei si faceva chiamare Natalia.
Adorava andare per funghi, da ragazza ci andava anche da sola, da quanto le piaceva, ma se poteva ci andava con sua zia Primina, che aveva più o meno la sua stessa età. Qualche anno fa raccontava, ridendo come una matta, della volta che lei e la zia Primina andarono in una zona diversa dal solito e trovarono un mare di funghi, e tornate in paese, a chi chiedeva dove li avessero trovati, indicarono un posto che era, fondamentalmente, un intrico di spine in cui per sbaglio crescevano dei ciuffi d’erba qua e là. “Cative che sermo…”

Non era cattiva, mia nonna, nonostante quel che diceva ridendo.
Il mio ex ragazzo diceva che aveva bevuto il siero del super soldato, da ragazza, e forse forse era così. Era forte come un toro, testarda come un mulo, indipendente fino allo sfinimento.
Fino a pochi anni fa ha sempre avuto la salute di una giovincella, al punto che alla visita pre-cataratta non ci credevano che non prendesse medicine per la pressione o il colesterolo.
Poi, alla vigilia del Natale 2010, un braccio rotto che non è mai più tornato ad avere la forza di prima ha segnato l’inizio del declino della salute.
Ma era indipendente, e guai a chi voleva provare a tenerle testa, o farle ridurre il ritmo. Guai a chi voleva toglierle l’indipendenza, perché l’avrebbe solo ferita.
Faceva da sola, senza lamentele. È così che è sempre stata.

Nonna - braccio rottoCucinava pesante come l’ira di Dio, si appuntava ricette sentite alla tv con quella sua scrittura rigida e ordinata, e poi le seguiva un tanto al toc.
Ogni sera, minestra con dentro peperoncino. Mezzo se era di quelli grossi, uno intero se era di quelli piccolini ma belli tosti che mia madre le aveva portato dal sudest asiatico.
Cucinava pesantissimo, ma faceva degli gnocchi che voi umani non potete nemmeno immaginare! E il cinghiale, cotto per ore nel vino e negli aromi, quant’era buono!

Aveva il pollice verde, la testardaggine di continuare a prendersi cura di due pertiche d’orto tutta da sola, un amore sbarazzino e creativo per i fiori, e chissene se le rose non sarebbe il caso di farle crescere così tanto che per percorrere il vialetto di casa devi mettere uno scafandro.
E amava gli animali, in quel modo rispettoso ma distaccato che ha chi con gli animali ci lavora: li accudiva, ogni giorno agli stessi meticolosi orari, arrivava a dare il biberon ai coniglietti a cui era morta la mamma.
Ma gli animali erano sempre e solo animali: non entrano in casa, non dormono in casa, non mangiano in casa, se sono animali da carne prima o poi gli si tira il collo e li si mette in pentola, anche quelli a cui hai dato il biberon.

DSCF3906L’unica eccezione è stata Fuffy, una degli ultimi 3 gatti della nonna, ma solo perché gliel’hanno portata che era troppo piccola per stare da sola e girare per la campagna senza una mamma o dei fratelli che la proteggessero.
Alla fine, gli animali erano i suoi veri compagni.

E poi non era un tipo da foto. Se provavi a dirle qualcosa come “Ehi, nonna, vieni che facciamo delle belle foto in un qualche punto panoramico”, la risposta più probabile era un “E che me ne faccio?” o un “Non dire stupidate!” (entrambi in dialetto, of course).
Non era una che si metteva in posa e non credo si sia truccata mai, negli ultimi quarant’anni. Non dava troppa importanza a certe cose. L’orto era più importante. La famiglia. Gli animali. Il resto poteva aspettare.

Ieri pomeriggio non si sentiva tanto bene, un po’ d’indigestione.
S’è fatta una limonata calda e diceva di stare meglio. Ha costretto mia zia a tornarsene a casa propria, perché la testardaggine e l’indipendenza di cui sopra non sono mai state una posa.
Stamattina la zia ha provato a chiamarla per sapere se stava meglio, senza successo.
L’ha trovata sul divano.
Dev’essere stata male mentre si cambiava prima di andare a letto.
Spero non si sia accorta di cosa stava succedendo. Spero sia durato un attimo.

Ora non rimane che piangere un fiume di lacrime, andarla a trovare ancora una volta e dirle addio.

Se nei prossimi giorni il blog sembrerà ancor più derelitto del solito, sapete perché.

Mi dicono sia la festa del papà…


Temo di essere una grama bestia, perché ho scoperto che oggi era San Giuseppe solo quando sono andata su Facebook. Certo, in paese c’è la fiera di San Giuseppe, e, sì, certo, nonna ha fatto la seconda tornata di chiacchiere perché era in arrivo San Giuseppe. Nondimeno, io la festa del papà non l’ho mai sentita in alcun modo.

Alle elementari, con la solita adorabile maestra (a cui un giorno dedicherò un post a metà tra Libro Cuore e Necronomicon, ma non divaghiamo), per me la festa del papà era una tortura. Alle elementari per ogni ricorrenza del calendario civile e religioso ci trovavano qualcosa di tematico da fare: che fossero temi, lavoretti, disegni o pensierini, qualcosa c’era.
Quindi, giunta la festa del papà, ogni anno si ripeteva la stessa scena frustrante.
La maestra ci diceva di fare un disegno del nostro papà. Io la guardavo, aspettavo che muovesse il culo da sola, lei non faceva alcunché, e io mi trovavo a chiedere, sentendomi petulante, chi dovessi disegnare. “Tu disegna uno dei tuoi nonni”, diceva alla fine. E quindi disegnavo il nonno Carlo.
La maestra ci dettava il titolo di un temino in cui dovevamo descrivere il nostro papà. Io… Sì, vedo che avete già capito il meccanismo: le chiedevo chi dovessi descrivere e finivo col fare un tema sul nonno Carlo.
E il nonno Carlo si è visto sbolognare ogni anno gli orendi lavoretti creati dalle mie goffe manine, tra cui anche un inguardabile posacenere di das. Ma se è per questo credo di avergli anche fatto un “ritratto” con la pasta, perché quando vai alle elementari nulla è impossibile, nemmeno ritrarre un essere umano armati di soli colla vinilica e rigatoni.

Alla fine è per questo che, per me, la festa del papà è un evento fortuito, meno sentita della festa della donna e del “Talk-Like-a-Pirate Day”.
Nondimeno, auguri a tutti gli interessati. Spero non vi abbiano regalato ritratti di rigatoni U_U

Piccolo dizionario dell’entropia


Sottotitolo: di che caspio parlo quando uso strane parole o nomi qui dentro

E come al solito, non ce n’è come pubblicare un post in cui spiego perché non ho voglia/tempo di scrivere sul blog, per sturare il lavandino della scrittura.
E quindi mo’ il blog si becca un post a cui sto meditando da secoli:
 
Caspio: mai visto Futurama? Lo usano come imprecazione generica, dove uno metterebbe un cazzo. Un po’ come il frac al posto di fuck di Battlestar Galactica.
Cthulhu: il grande Cthulhu è la seconda divinità tutelare di questo luogo. Se non lo conoscete siete degli adorabili nani di fosso, ma sappiate che potete rimediare: c’è un comodo e-book a 4.99 euri con tutti gli scritti di tale H.P. Lovecraft, in cui troverete Cthulhu e i suoi compagni di gioco Nyarly, Azathoth, Asth- e Shubby. Se non volete spendere, fatevi un po’ di cultura gratis ridendo sulla Unspeakable Vault (of Doom).
Generale Klingon: mai visto Star Trek? Il generale Klingon è mia madre. Mia nonna (che poi è sua madre) la chiama Badoglio. Capito perché qui dentro la chiamo così?
MPPDM: ovvero il Mago Più Potente Del Mondo, ovvero la mia dolce metà. Tutta colpa di un suo personaggio di D&D dall’abominevole output di danno, che il master temeva e quindi limitava. Sfortunatamente il MPPDM scoprì il nome "Max Damage" solo dopo aver smesso di giocare quel personaggio, sennò…
Nano di fosso: creatura dell’Advanced Dungeons and Dragons, che splende in tutto il suo (scarsissimo!) splendore in uno dei romanzi delle Dragonlance. I nani di fosso sono piccoli, abitano sottoterra e sono dotati di risibile intelligenza. Il più intelligente della tribù, se ricordo male, riusciva a contare addirittura fino a 3: un pericoloso intellettuale! Per estensione, dare a qualcuno del nano di fosso non è esattamente come dargli del premio Nobel.
PDSI: Percezione dello schifo incombente. Ovvero leggere quello che hai scritto e aver voglia di cancellarlo dall’universo perché fa schifo in maniera irrimediabile. La vera PDSI è fallace, nel senso che c’è possibilità di rimedio. La vera PDSI non si palesa di fronte al vero e irrimediabile schifo.
Pigrus: divinità tutelare di questo luogo. È il dio di pigrizia, gatti, bradipi, scale mobili e ogni oggetto inventato al solo scopo di evitare il sudore della fronte o inutili movimenti. In quanto signore della pigrizia e del sonno, Pigrus non è che faccia molto a parte dormire e ispirare pigrizia, e si compiace di chi fa altrettanto. (Io sono una grande sacerdotessa di Pigrus, anche se non si direbbe dalla logorrea.) Pigrus non regna, non detta regole, non punisce, non indice guerre sante, non pretende nulla. Pigrus è. Nella peggiore delle ipotesi corruga la fronte all’apice dello sdegno.
Sindrome di Dork Tower: da un volumetto (di cui non ricordo il nome e che non riesco a scoprire via internet!) del fumetto Dork Tower. Per essere sintetici e appagare Pigrus: si tratta di sindrome da acquisto compulsivo per nerd. (Per essere inutilmente logorroici: un personaggio si chiede chi cavolo abbiano intervistato, quelli del marketing dei film de Il signore degli anelli, per decidere di fare settantacinque versioni diverse del dvd ognuna con un diverso gadget orrendo. La risposta: un altro dei personaggi canonici del fumetto, che a ogni proposta ha urlato “It must be mine!”, ovvero la sua catchphrase). La sindrome esprime il meglio di sé quando il nerd cede alla compulsione urlando “It must be mine!”
Tenerini: da Kung Fu Panda. È l’equivalente di “gioielli di famiglia”.
Waffle: da The Gamers 2 – Dorkness Rising. Vedere la nota in fondo a questo post. Per i pigri: cialda dolce americana che nel film è usata come “grido” di felicità e soddisfazione e notevole divertimento (con la locuzine “Total Waffle!” come rafforzativo).

Tigri


Credo che siano passati ormai quasi cinque anni dal salvataggio della tigre di peluche di cui parlavo nell’ultimo post (ok, nella nota 2 in fondo all’ultimo post). Una tigre di peluche è facile da gestire: la guardi, la compatisci per la scarsa qualità dovuta al fatto di essere una Shere-Khan taroccata con gli occhi tristi e il muso storto, le dai una ripulita e la sistemi in un armadio.
E poi ci sono tigri di altro genere, come quello che abbiamo portato a casa ieri sera. Tutta un’altra storia.
Piccolo, batuffoloso, con unghiette e dentini che non sembra ma sono appuntiti. Tenero e spaurito, ma dopo un po’ molto entusiasta di avere un’intera casa da esplorare. Sennonché, dopo neanche 5 ore in casa, comincia a stare male. Ha vomitato 5 volte in meno di un’ora, sempre più mogio e depresso. Veterinario alle 23.45. Altri tre vomitini. Visita medica, pianti disperati, la tosatrice, la sua prima cannula. Diagnosi: forma virale e vermi.
Decisamente non è un peluches.