Ordinary Story


Solo una canzone. La risentivo oggi, tornando a casa, e pensavo a quanto bene descriva certe situazioni, certa parte del nostro mondo, anche a 14 anni di distanza da quando è stata scritta.
Di conseguenza, ve la infliggo, in attesa di scrivere l’articolo che mi frulla nella testa da un pochetto.
Buona “Ordinary story”

Egoism dictates human relations
A world where fashion outshines morality
Here success is written in blood-red colours
Designed by the thirst for power

Gather the faithful and propose a toast
To the epoch of indifference

An all too ordinary story
With aftertaste so bitter
Forced to be someone I don’t want to be
I’m losing myself, sinking deeper down
I’m caught in the world wound web

A time represented by the void
An excuse without content
Stuck in the abyss of existence
With a content void of excuse

An all to ordinary story
This is my story
With an aftertaste so bitter

Sinking deeper down
I’m caught – I’m cage
I’m gone

Annunci

Numi tutelari – Björn Gelotte


La triade musicale giunge alla conclusione con quello che, per me, è il vero, grande nume tutelare, tanto che se ne avessi dovuto scegliere solo uno sarebbe stata una lotta all’ultimo sangue tra Björn e Jason. Avrebbe perso Jason all’ultimo istante, strangolato da una corda di chitarra e colpito in fronte da una bottiglia di birra (ormai vuota, of course!).
C’è da dire che se potessi vorrei poter mettere nella triade anche Trent Reznor, l’uomo che secondo me aveva previsto la Pandemia e ha scritto le canzoni che ha scritto avendola in mente; ma una triade nel nostro universo euclideo non può avere quattro elementi, e Björn batte Trent per stazza, determinazione e per aver scritto quella che è la vera colonna sonora del Chimico.

Quindi oggi è il turno del signor Gelotte.
La prima volta che ho letto il suo nome credo sia stato sul libretto di Clayman, ma era già nella band dal 1995, da The Jester Race, in cui suonava la batteria. Poi, da Colony in avanti, è passato alla chitarra. Sì, il ragazzo mi è multi-strumentista, ma, credo, più per necessità che per altro: se sei allergico al nickel, suonare una chitarra può essere un’esperienza mistica al confine col masochismo. Come diceva lui stesso in un’intervista, il problema non è tanto il dolore provocato dalle vesciche sui polpastrelli che ti scoppiano durante l’esecuzione frenetica sul palco,* quanto il fatto che il sangue che imbratta dita e corde ti rende l’esecuzione meno precisa e quindi aumenta esponenzialmente il rischio di steccare. E sì, c’è l’opzione di attaccarsi lenti a contatto morbide sui polpastrelli con una generosa dose di attack, come ha fatto per un po’, ma ha l’effetto collaterale di costringerti a litigare con l’attack per staccarle… Quindi Björn va di batteria, che il problema nickel non ce l’ha, e quando cominciano a essere in commercio corde con rivestimento protettivo o senza nickel, credo che ringrazi, e tanto.
Da Colony in poi è uno dei due chitarristi degli In Flames, e che chitarrista. Barba e capigliatura a metà tra il “wow” e “ma sei sicurosicurosicuro?”, tatuaggi in crescita esponenziale e tanta bravura col plettro, al punto che nel 2009 è stato inserito al 34° posto nella classifica dei 100 migliori chitarristi metal stilata dal giornalista musicale Joel McIver**.
In un certo qual momento tra 2006 e 2008 il signor Gelotte ha deciso di ridurre la capigliatura a cespuglio, scatenando un certo qual intristimento nei fan e quesiti esistenziali sul genere: “Ma perché?!”. Presto detto: stava iniziando a ingrigire (o, per dirla con parole sue, la natura ce l’aveva con lui), sebbene all’epoca si notasse ancora poco.
Poi è arrivato il 2010, il collega Jesper Strömblad ha lasciato la band e l’album successivo, uscito nel 2011, se l’è composto Björn da solo, tutto quanto. E lo ammetto, per la prima volta apertamente: la mancanza di Jesper si sente un casino, nella composizione e soprattutto nei riff, che non hanno più il feeling organico degli album precedenti (e uno mi sembra pure il cugino gemello di un altro comparso nell’album precedente…)***. Però gli voglio bene lo stesso, e spero che per i prossimi lavori ritrovi un po’ la strada, il feeling o quel che è che si è perso lungo il percorso, e magari tornerà a cose come Only for the Weak, così, per citarne una a caso, o Cloud Connected, in cui il look da cespuglio imbizzarrito era al meglio 🙂
Ah, sì, poi io l’ho incontrato, il Björn, due volte, ma non è per quello che è tra i numi, nonnonnò 😛

* Già, il dolore non è un problema, dice lui, perché durante un live sei così gasato/teso/preoccupato/altro che manco lo senti, il male ai polpastrelli che esplodono. Certo, se lo dice lui…
** Classifica che il McIver decide di stilare dopo aver letto cose come questa classifica che tra i migliori chitarristi metal mette anche Jimi Hendrix (fottutamente bravo, ma non metal, porca di quella vaccaccia!) o Brian May. Ma sto divagando in preda all’incredulità.
*** E sorvoliamo su tracce come Liberation (una ballad simil-anni ’80 che non c’entra una fava col resto) e soprattutto The Attic (esperimento più che canzone, da WTF? cosmico! O_O).

Top Five: i miei primi innamoramenti musicali metallari


Ovvero: nostalgia e il fascino resistente di quei cd che, sentiti una volta, mi sono fatta prestare per eoni prima di ridarli al mittente. Mittente che poi era il mio primo moroso “serio”, D., a cui devo varie cose tra cui l’amore per certa musica e l’iniziazione al meraviglioso mondo dei giochi di ruolo.

5°: Something Wicked This Way Come, degli Iced Earth.
Un albumino con una cover che non ho mai capito se c’entrasse qualcosa coi testi o fosse un “perché mi andava così”. Ma passata la copertina un po’ così si arriva a un album ottimo, con un paio di canzoni struggenti, un quartetto di brani che danno il titolo all’album (certo, è una citazione delle tre streghe del Macbeth, ma ci siamo capiti) e soprattutto la bellissima (e un cicinino incazzata) My Own Savior, col suo “Life’s a bitch, life’s a whore” che mai mi uscirà di mente.

4°: Glory to the Brave, degli HammerFall.
C’è poco da dire su sto cd: epico, eroico e tamarro, ma senza menarsela più di tanto. Canzoni da pelle d’oca alta un dito e altre di pura potenza e strafottenza. E c’era, ma né io né D. ce n’eravamo accorti, Jesper Strömblad (allora chitarrista degli In Flames) alla batteria. Ma quel che importava non erano i nomi, quanto la musica, e quest’album mi esalta ancora oggi.

3°: Crimson, dei Sentenced.
Di questo cd ricordo ogni nota, ogni inflessione della voce di Ville o delle chitarre di Miika e Sami, ogni dettaglio del booklet, pieno di immagini composite e folli. Anni dopo me lo sono comprato e già solo sfogliando il libretto e leggendo i testi mi sono risentita le canzoni in testa. Come tornare a casa.

2°: Clayman, degli In Flames.
Questo è l’unica eccezione della classifica: album amato, adorato, venerato, ma mai in prestito per più di pochi giorni. Era l’album degli In Flames preferito di D., era quasi in simbiosi con certi brani. Impossibile dargli torto, infatti me lo sono ricomprato e ascoltato tante, tantissime volte.
1°: Nightfall in Middle-Earth, dei Blind Guardian.
Un libro sul meraviglioso mondo del metal che avevo spulciato una volta lo considerava il miglior album dei Blind Guardian, e io ho sempre condiviso il giudizio. Ci sono splendide canzoni anche negli altri, ma quest’album ha qualcosa in più. E non è il fatto che il mio approccio sistematico al metal è iniziato grazie a questo cd, ascoltato a tutto volume a casa del padre di D., con una gatta di nome Birba che mi ronfava in braccio.

Menzione d’onore: The Quiet Place, degli In Flames.
Non starebbe in classifica perché è “solo” un singolo. Ma è un singolo di cui ricordo il momento esatto in cui l’ho sentito. A casa del padre di D., nella sala da pranzo che riecheggiava, dopo aver fatto l’acquisto compulsivo dallo spacciatore musicale di fiducia. Si viaggiava ancora sulla Uno verde-acqua, col mangiacassette pieno di cassette metal. Abbiamo dovuto resistere per ben venti chilometri prima di poter ascoltare il singolo. Amore immediato.

L’idiozia della gente


La cosa più "divertente" del concerto è che ho scritto su faccialibro che andavo all'Alcatraz.
Un compagno di scuola delle medie, che non vedo dalle medie se si eccettua un caffé un mese fa, si è incuriosito. Mi ha chiesto chi sono andata a vedere.
Gli ho risposto solo "In Flames".
Mi ha chiesto se mi piacevano.
"Ovvio". Sottotesto: "Ma credi veramente che andrei a vedermi un concerto di un gruppo di cui non mi può fregare di meno? Credi veramente che spenderei una trentina di euro così, ad minchiam?"
Commento suo: "Sai che non l'avrei mai detto????"
=_=
Ragazzo, sono passati 14 anni da quando potevi pensare di "conoscermi"… Il dubbio che io sia cambiata non ti sfiora? Il dubbio che confezione e contenuto (aspetto estetico e come sono dentro) non coincidano non ti sfiora?
Evidentemente no.

(E ne approfitto per inaugurare il nuovo tag EUTMM, ovvero "E' Un Triste Mondo Malato")