ebook a pagamento – Vento di Cambiamento


copertina ventoTitolo: Vento di Cambiamento
Pagine: 84 a stampa, secondo i calcoli di Amazon
Genere: Risorgimento di Tenebra. Ovvero, la Storia incontra il soprannaturale
Prezzo: in vendita su Amazon.it per 0.89 €
Link allo store: questo qui!
Copertina: Max Novelli
Impaginazione: Matteo Poropat di ebook&book
Trama: 23 marzo 1849. Mentre l’esercito sabaudo si rifugia a Novara dopo la sconfitta subita per mano austriaca, il Generale Alessandro La Marmora si trova ad affrontare qualcosa di oscuro, che dal campo di battaglia è entrato in città, e a cercarne la fonte, in un’avventura che cambierà la sua vita.

Sì, lo so, c’ho già fatto un post qualche giorno fa, ma quello non è un post serio serio in modo assurdo, bensì un annuncio ancora figlio dell’esaltazione di aver sconfitto la maledizione dell’ebook riluttante.
Questo, invece, è un post un po’ più serio.

La gestazione di questo ebook è stata lunga, travagliata e, a tratti, tediosa, quindi non vi annoierò ulteriormente. Mi limito a dire due paroline veloci:
Si tratta di un testo breve, nato a puntate e solo poi ricucito in volume; in origine avrebbe previsto un certo apparato di immagini, ma per evitare qualsiasi genere di problema di copyright, l’unica immagine è la splendida copertina opera di Max Novelli, che non ringrazierò mai a sufficienza.

Per i primi 90 giorni il testo sarà disponibile solo in versione mobi e solo via amazon (ma, precisiamo, via TUTTI gli amazon del mondo, quindi se avete l’account solo sullo store .com, no problem!) in quanto aderente al programma KDP Select.
Scaduti i 90 giorni di esclusiva, deciderò se affiancare anche altre piattaforme e formati, oppure no. C’è tempo per pensarci su.

Ora, l’esclusiva Amazon significa che no, non è in vendita il pdf. E neppure l’epub.
MA.
Sì, c’è un MA, ovvero che l’ebook è SENZA DRM, quindi potete convertirlo con Calibre o analogo programma nel formato che più vi aggrada, senza che i DRM cerchino di farvi saltare il computer.
E se non avete un ereader, ma solo un tablet? Beh, ci sono programmi appositi, già caricati o scaricabili gratuitamente, per (credo) tutti i sistemi operativi mobili che vi permettano di leggere un ebook sul vostro device.
E se invece volete leggere al pc, il discorso non cambia: programmi gratuiti per ogni sistema operativo.
(quelli di amazon li trovate a questo link. Calibre, invece, si scarica qui)

Buona lettura!

Hanno parlato di Vento di Cambiamento:
Recensione (in tandem con uno degli ottimi ebook di Davide) by Valentina Coscia.
Recensione di Alex Girola.
Recensione di Arcangelo Scattaglia.
Recensione di Lucia Patrizi (che recensisce anche tanti altri begli ebook nello stesso articolo).
Recensione di Sam B.
Recensione di Giovanni Lelli.
Segnalazione di Hell.
Recensione di Bruno.
Segnalazione di Marco Siena.
Segnalazione comunitaria da parte di Mauro Longo.
Segnalazione comunitaria su Fantasy Magazine.

Annunci

Vento di Cambiamento – ebook


Mi abbarbico agli ultimi rimasugli di lucidità di una giornata stancante, bella e complicata trascorsa tra bici e luoghi d’arte per dare la notizia che tutti aspettavate. Perché io lo so che non stavate più nella pelle, che attendevate impazienti di sapere cosa ho pubblicato, come, perché, che copertina ha, quante pagine, e se c’è in pdf.

Ho le risposte che volevate:
Il cosa è un ebook dal titolo “Vento di Cambiamento”, che è la versione riveduta, corretta, ampliata, infiocchettata e ridecorata della blog novel che avevo scritto l’anno scorso.
Il come lo potete leggere qui. Continua a leggere

Piccolo delirio da caldo


Questo è un post di cui sono quasi certa non fregherà nulla a nessuno, ma chissene: se non vi interessa leggere qualche pensiero a ruota libera ad argomento Risorgimento di Tenebra, chiudete la finestra senza farvi problemi.

Mi sono avvicinata al “progetto” con, credo, il mio solito atteggiamento che non saprei definire meglio che “alla cazzo”: pensiero guida, il buon vecchio “vediamo come va”. Lo scopo, scrivere qualcosa di diverso dal solito, uscire dalle terre conosciute e farlo imponendomi delle scadenze fisse. La parte più difficile è stata trovare uno spunto. Per fortuna, di ragionamento scemo in ragionamento scemo sono arrivata al nucleo centrale della storia: l’evento soprannaturale e le sue regole.
Da lì, caccia ai personaggi. Mica facile, trovare qualcuno di adatto, soprattutto se: a) il periodo risorgimentale non ti è mai piaciuto, e b) non è che ci sia questo florilegio di noti patrioti ottocenteschi della zona. Sì, perché se c’era un punto fermo, era ambientare la vicenda nel novarese: già che le coordinate temporali mi erano scomode, ho scelto coordinate geografiche più note e agevoli. Certo, ho detto che volevo uscire dalla comfort zone, ma un conto è uscire dal solito paesello, un altro uscire dal boccaporto di un’astronave senza tuta spaziale. Una dose minima di sicurezze ci vuole, anche in queste piccole avventure.

Ce lo vedete il placido avvocato ad ammazzare mostri? Io non molto…

Ma torniamo a noi: caccia al personaggio. Novaresi illustri. Scelta scarna, non granché esaltante. Certo, un tipo come il signor Ravizza, col suo cembalo scrivano, è una figura interessante, ma non ce l’ho visto, al centro di una storia di zombie e lupi mannari. Alla fine, ho scelto Alessandro La Marmora, che alla battaglia di Novara ha combattuto. Su un intero volume sulla Battaglia di Novara che ho recuperato, ad Alessandro sono dedicate ben due righe di nulla, ma amen: c’era la ricostruzione delle fasi della battaglia, la notiziola che la zona era sotto una continua pioggia, l’orario (e per di più molto poco approssimativo) di tutta una serie di eventi.

Alfonso, il fratello bellone. Ministro della guerra tra i due mandati di un certo “Cavour”, un omonimo di quel tizio che caccia i vampiri.

La rete è un po’ più prodiga di informazioni: si trovano notizie sulla enorme famiglia * del generale, biografie di ognuno dei suoi fratelli, compreso il fratello bellone la cui faccia, se cercate “Alessandro Ferrero La Marmora” su google immagini, il motore di ricerca cerca di spacciarvi per quella del Sandrin. E poi storie che suonano tanto come leggende metropolitane, come quella che il generale da solo mise in fuga un distaccamento di croati presentandosi, durante la ritirata piemontese entro le mura di Novara, a fronteggiarli: quelli pensarono che se c’era un generale, dietro dovessero esserci anche una montagna di soldati, e preferirono attendere rinforzi.

Che altro… La catena di comando della battaglia, notizie varie sul buon Sandrin (la ferita alla gamba rimediata a Goito, il volto sfregiato da un proiettile che gl’intaccò la mandibola, la struttura metallica di sua progettazione con cui aiutava a guarire la mandibola, data di morte e decorso della malattia), lunazioni e feste comandate del 1849, l’ora a cui tramonta e sorge il sole in quei giorni, qualche immagine più o meno tamarra di corredo.

Il resto viene dalla mia testolina, in un modo o nell’altro.
Biscior è uno dei (potenzialmente molti) fratelli di un personaggio che ha ormai un paio d’anni. Un prototipo, il fratello di Biscior, a cui ho finito con l’affezionarmi. E allora, mi son detta, perché non usare uno dei fratelli? Rivestito di rispettabilità, dotato di un nome che si rifà a un santo di poco successivo al periodo in cui è nato, e armato di tutto punto, è diventato per La Marmora il compagno di viaggio che sembra sapere sempre tutto e che, tronfio, a volte prende le cose sotto gamba.
Vibia Earina e la sua lapide esistono davvero, ma l’iscrizione è molto più canonica; ** così come sono esistiti un villaggio denominato Lupiate nei pressi di Borgo Ticino, e una Casa Barbavara in cui verosimilmente il generale avrebbe trovato ospitalità: pochi anni prima una delle cognate aveva partorito proprio lì, perché non accogliere anche Alessandro, ferito? L’uomo supponente, invece, è inventato, così come la diva Silica. La dea, in particolare, nasce da un anagramma: un commento in cui compariva “manualistica di Davide”, in cui io avevo letto “mutande” (come non si sa) e da cui per gioco avevo tirato fuori la diva Silica, dia mutande. ^_^’ La stupidera fa grandi cose.
Mentre, per quanto riguarda la questione delle ceneri di basilisco…

Ok, tiro fuori la maestrina che è in me, siete avvisati!

Tra le varie ricette di pigmenti, lacche, fissanti e i vari precetti su come usarli di epoca medievale e rinascimentale ce n’è una (andando a memoria, per un pigmento giallo) che per lungo tempo è rimasta oscura perché contenente, tra ingredienti più mondani, anche ceneri di piume di basilisco. ***
Difficile, se sei uno studioso moderno, tutto scienza e logica, accettare un procedimento che preveda ceneri di un mostro mitologico.****
Soprattutto quando sai che la ricetta veniva usata davvero; quando hai oggetti su cui il colore è stato usato; e quando ti rendi conto che se segui il resto della ricetta, ma sorvoli sulle ceneri, ottieni una cosa che non è il pigmento che dovresti potere ottenere.
Finché qualcuno un giorno ha avuto l’illuminazione: “Proviamo a bruciare le piume di un gallo!” E ha funzionato: le ceneri davano la giusta dose dell’elemento chimico mancante al pigmento riprodotto per renderlo identico al colore del passato.

Alla fine, la mitologia e le storie sono tutte lì: nel modo in cui sai guardare alle cose, nel modo in cui decidi di interpretarle.
Ora scusate, devo andare a recuperare due vecchi galli!

* la madre di Alessandro, la marchesa Raffaella Argentero di Bersezio, partorisce ben 16 figli, di cui 3 muoiono piccolissimi. Le riunioni famigliari di casa Ferrero La Marmora dovevano essere eventi complicati.
** sebbene, wikidepia dixit, l’iscrizione sia la prima attestazione del Ghemme. Non è la stessa cosa che attestare il culto di una dea folle, ma ci si accontenta.
*** stiamo parlando di manuali che spaziano da come ottenere del blu a base di cenere per contenere i costi, a come produrre del tenax (simil-mastice) di buona qualità, da come costruirsi una fornace per temprare gli strumenti da scultore a come fare un cimiero di cuoio e stoffa per un elmo da parata, da come preparare una carta colorata a come non farsi fregare dallo speziale che tenta di rifilarti del cinabro tarocco: una ricetta con della cenere di basilisco è così fuori posto?
**** l’autore del formulario, essendo persona gentile, dava anche indicazioni su come ottenere un uovo di basilisco per allevare il proprio bestio da spiumare all’uopo. Volete anche voi un basilisco da compagnia? Bene, è il vostro giorno fortunato, perché le istruzioni me le ricordo: prendete due galli un po’ anzianotti e chiudeteli nella stessa stia, senza che ci siano altri gallinacei con loro; lasciate che la natura, l’ammmooore e/o gli influssi planetari facciano il loro corso et voilà, tempo una settimana o due avrete un uovo di basilisco! Covatelo al caldo e preparatevi a prendetevi cura del vostro batuffolo di mitologia: complimenti, siete genitori!

Vento di cambiamento – Funerale


10 luglio 1855 – Budapest, Impero Austro-Ungarico
Aveva detto che ci sarebbe stato tempo per parlare di tutto, il dottore. Giunti a casa Barbavara, mi accompagnò in stanza e ripetè la stessa frase: “Ci sarà tempo. Ora riposatevi”. Al risveglio, invece, era sparito.
Si era spacciato per il proprio assistente e aveva svuotato la camera d’albergo. Nessuna sua traccia in città, a parte la lettera che mi aveva lasciato sullo scrittoio, sotto la sciabola.
Poche parole: un commiato che da parte sua era quasi affettuoso; la ricetta del tonico che fino a quel momento aveva tenuto a bada la mutazione; il consiglio di berne un bicchierino al giorno, tre durante la luna piena; la rassicurazione che avrebbe riportato lui le notizie a Sebastoni. E una parola d’ordine, se mai si fosse ripresentato: il suo vero nome.
Dormii tutto il dì di Pasqua, guadagnandomi lo sdegno della governante. Il giorno dopo mi levai con fatica i punti dal collo. Gli squarci erano del tutto rimarginati, l’occhio sgonfiato, il braccio perfettamente funzionante.
Da Borgo Ticino già erano arrivate storie spaventose: un casa arsa nella notte con tutti gli occupanti, streghe, urla demoniache che terrorizzavano i contadini, apparizioni di strane creature ai viandanti nelle ore prima dell’alba. Smise tutto di colpo dopo soli tre giorni. Sebastoni doveva aver mandato qualcuno a chetare la situazione, forse Biscior stesso.
Del dottore non ebbi più notizia, nemmeno chiedendo a Sebastoni.
L’unica eccezione, forse, quel bigliettino di felicitazioni senza firma, giunto l’anno scorso in occasione del mio matrimonio. Rosa ne rimase inquietata: il fatto che fosse anonimo le sembrava un cattivo presagio, o forse un pessimo scherzo al mio indirizzo.
Sei anni.

Campo del 1° battaglione Bersaglieri, 1855-56. Disegno di Jane Bertie Mathew, moglie di Alfonso La Marmora

Poi, il 4 giugno scorso, a Kadikoi, in Crimea, il nuovo attendente, Valli, mi annunciò con la sua voce nasale la presenza di uno straniero: chiedeva udienza e portava una lettera di presentazione.
Testo in un italiano sconclusionato, scrittura sghemba, niente firma, maiuscole fuori posto a formare un nome noto: Quintus Bissi, Gerberti Meridianaeque filius.
Scivolai nei ricordi, me ne districò Valli, chiedendo cosa dovesse fare.
– Fatelo entrare.
Valli uscì dalla tenda, tornò poco dopo accompagnato da un uomo corpulento in giacca di panno verde e pantaloni neri, borsa di cuoio sdrucita a tracolla. Aveva i capelli neri, lunghi sulla nuca, occhi scuri dalle ciglia folte e baffetti arricciati. Al collo, nonostante il caldo, un fazzoletto porpora.
– Potete andare, Valli.
Rimanemmo a fronteggiarci, nel caldo soffocante della tenda da campo.
– Come devo chiamarvi?
Sorrise.
– Dottor Alexander Kandinskij, da San Pietroburgo – disse con accento russo.
Gl’indicai la sedia vicino all’entrata, mi accomodai sulla poltrona davanti allo scrittoio. Un bicchierino di porto ciascuno.
– E Stanislav, che fine ha fatto?
Sorrise di nuovo, sorseggiò il liquore. Era strano riaverlo davanti dopo tanto tempo, ma con un viso diverso ancora.
Perse l’accento nel dire:
– Stanislav è in pensione. Troppo noto. Viso nuovo, nome nuovo.
– Capisco. Come state?
– Io? Come state voi, piuttosto, amico mio? Siete voi quello che la Dea reclamava.
Tentennai, prima di raccontargli dei sogni. Gli spiegai che tutte le notti mi trovavo a vagare sulla piana innevata da cui la Dea era uscita, sotto quel cielo di piombo, diretto verso l’unico albero visibile per chilometri, spoglio e sbilenco. Gli dissi della certezza adamantina che Lei sarebbe stata là, sotto i rami secchi, ad attendermi, amorevole e infuriata, per amarmi e divorarmi. Gli spiegai della frustrazione di arrancare nella neve, di vedere altri loup-garou sfrecciarmi accanto, di sapere che loro, lupi fino in fondo, riuscivano a raggiungerla.
Tenni per me la delusione dello svegliarmi lontano dalla Dea e la frustrazione di arrancare sentendo gli ansiti d’estasi e morte degli amplessi dei miei fratelli con nostra madre. Sapevo, da sveglio e nel sonno, che Lei ancora mi desiderava e disprezzava.
Biscior si fece buio in viso.
– E il tonico?
– Ho la sensazione che perda in efficacia. Che la pelle mi si arricci sulla carne al plenilunio. Che i sogni, in quei giorni, si facciano più vividi.
Annuì: – Lo temevo.
Rimase silenzioso, meditabondo. Decisi di rompere gli indugi:
– A cosa devo la visita, dottore?
Si lisciò i baffi e iniziò a parlare, col piede che ondeggiava a ritmo con le parole. Se non fosse bastato il nome nella lettera, avrei avuto in quel momento la conferma di avere di fronte proprio Biscior.
– Svariati motivi. Io e Sebastoni riteniamo che Holthauser voglia creare una piccola legione di loup-garou, ma per indagare meglio potrebbe farci comodo il vostro aiuto. Soprattutto visto che mi confermate che il tonico non fa più effetto come prima.
– Sono impegnato, dottore. – indicai, oltre la tenda, il campo e i soldati che si preparano alla notte. – C’è una guerra, qui attorno, dovrebbe essersene accorto anche Sebastoni.
Una smorfia sarcastica.
– Se quello che credo è vero, tra poco avremo una nuova guerra, lungo il Ticino. E lì verranno schiarati i loup-garou.
Scossi il capo.
– Non posso abbandonare il campo di battaglia. Non con un’epidemia di colera che falcidia gli uomini.
Si alzò e prese a passeggiare per lo spazio ristretto della tenda. Accostata la lettera al lume ad olio, la guardai bruciare nel bacile zincato delle abluzioni.
– La prima mutazione è quella più terribile, dicono i garou.
Mi voltai. Parlava guardando a terra, rivoltando col piede il bordo di un tappeto.
– Non è per il dolore, – continuò, – ma perché avviene lontano dal plenilunio e ci si trova del tutto senza controllo. Come una piccola traversata di prova prima dell’inaugurazione di una nave, solo con più sangue.
– Volete spaventarmi? – se quello era il suo obiettivo, ci stava riuscendo.
– No, convincervi. Non ho idea di quanto a lungo ancora il tonico funzionerà, ma prima o poi muterete. Magari sul campo di battaglia. Magari a casa, mentre fate colazione con Rosa.
– Quindi cosa proponete? Che mi pianti una palla in testa.
– Sapete anche voi che non basterebbe. No, propongo di partire assieme. Di sfruttare il colera per fingere la vostra morte e farvi sparire, quindi andare in terra austrungarica, a vedere che cosa sta macchinando Holthauser e scombinargli i piani.
– Siete impazzito?
– Non direi. Se ci pensate, è l’unica soluzione possibile.
Si versò altro porto, lo sorbiva fingendo di studiare le pareti della tenda. Sapevo che mi stava dando tempo di decidere e sapevo anche che risposta s’aspettava.
– Ho deciso che non preferisco più l’ignoranza.
Mi guardò stupito. Mise giù il bicchiere per dedicarmi tutta la sua attenzione.
– Di che diavolo state parlando, generale?
– Cosa siete? Vorrei saperlo.
– Ah, quello! – sorrideva, ma evitava di guardarmi negli occhi. – Mai sentita la leggenda del golem, generale? Sono qualcosa di simile.
Era il mio turno di aggirarmi per la tenda. Avevo sentito parlare di golem, oggetti animati per difendere un luogo o delle persone. Suonava come una favoletta, ma anche i loup-garou erano una fiaba per fanciulli paurosa, solo sei anni prima.
Pensai a Rosa. Potevo sparire dalla sua vita, lasciarla vedova e benestante, dopo solo un anno assieme. Oppure potevo rimanere con lei, in salute e in malattia, fino alla morte, e rischiare di diventare una bestia assetata di sangue sotto i suoi occhi, farle del male senza volerlo. Non me lo sarei mai perdonato.
– Va bene, – dissi infine. – Non so se è l’unica soluzione possibile, come dite voi, ma le alternative… Facciamolo.
– Eccellente.
Mi porse una bottiglietta di vetro marrone presa dalla borsa.
– Bevetela tutta, anche se il sapore è disgustoso.
Giurerei che il catrame ha il sapore e la consistenza della porcheria che mi diede da bere. Tossii, disgustato, ma bevvi tutto, tenuto d’occhio dal dottore.
– Bene, voi non muovetevi di qui: tra poco inzierete a star male come poche altre volte in vita vostra.
– Non c’era altro modo, immagino.
– No. Ci servono i sintomi, perché la farsa sia creduta, ma entro un paio di giorni  sarà tutto finito. Io tornerò tra poco, in veste professionale. Ora vado a controllare le condizioni del cadavere che vi sostituirà.
– Avevate già tutto pronto? – domandai. Una parte di me era stupita, la restante se l’aspettava.
Sorrise.
– Sebastoni non si sarebbe mai accontentato di un no, lo conoscete. E poi sono secoli che non ho un compagno di viaggio interessante come voi. Tenete il bacile a portata di mano, vi servirà!

Autoritratto di Vittorio La Marmora, 1859

Nella notte tra il 6 e il 7, morii, stroncato dal colera senza che né il medico russo né il medico da campo potessero fare alcunché. Ebbi il tempo di dare l’addio, vero e sentito, a Alfonso, Jane e Vittorio. Tra il cordoglio dei bersaglieri e dei famigliari presenti, il corpo di Alessandro Ferrero La Marmora venne tumulato in fretta, il caldo lo stava già decomponendo. Non avrei mai pensato di presenziare al mio funerale.
Io e Biscior partimmo il giorno stesso del funerale. Una settimana con una barba posticcia attaccata in faccia e il dottore a chiamarmi Carlo; il resto del viaggio rasato, come Sandro.
Un paio di giorni fa, giunti a Budapest e sicuri di non essere seguiti, Biscior mi ha condotto a un sottotetto affittato mesi prima. Da un barattolo pieno di liquido ha preso il volto del loup-garou coi capelli rossi, quello con cui era partito da Novara sei anni fa. Se l’è appiccicato in faccia, si fa chiamare Maximilian.
Ora siamo qui, Sandro e Maximilian, seduti in una bettola d’infimo ordine di Budapest, ad attendere d’incontrare dei loup-garou e a bere birra annacquata, sperando che stanotte non sia la notte della mia prima mutazione.
– Quanto ci vorrà ancora, prima che arrivino?
Biscior sorride, sussurra:
– E chi lo sa? È proprio questo, il bello della vita all’avventura, amico mio: poche certezze, molto straordinario!

FINE

Capitoli precedenti qui.

Vento di cambiamento – Agonia


Galleggio, senza peso, di nuovo immerso in quel mare di bambagia e dolore. Ne riemergo a sprazzi, nuotatore che deve prender aria, nei momenti in cui il dolore è talmente forte da strapparmi alla voce della “dea”, alle sue urla. Dice che sono suo, ormai, che non posso sfuggirgli, e nel torpore la sento rosicchiarmi la spinda dorsale. Uggiola di gioia.
L’emersione dal delirio dura pochi attimi. Il tempo di intravedere Biscior chino su di me con ago e filo, e di sentire la seta che strattona la pelle della gola. La manciata di secondi necessari a vederlo sorridere col lato del viso ancora coperto di pelle, sentirlo dire “Andrà tutto bene, fidatevi” e urlargli in faccia l’agonia del raddrizzamento del braccio rotto.
E poi, senza preavviso, è la “dea”, piangente e tremante, a cacciarmi via, a rigettarmi nella coscienza urlando e maledicendoci, tutti e due, promettendo che non è finita e che ci divorerà vivi.
Sollevo la palpebra: rami d’albero delineati in arancione sul cielo nero. Abbasso il capo, rabbrividisco per il dolore al collo. Fiamme rabbiose avvolgono un edificio, più avanti. Un uomo si allontana dal rogo, raggiunge il carretto su cui sono raggomitolato. Si china a rimboccarmi addosso la coperta, domanda:
– Come vi sentite?
Non riesco a parlare, Biscior mi dà una pacca e sale a cassetta, dietro di me, mi conduce lontano dall’incendio.
Scivolo nel sonno, sogno di volare su un lago ghiacciato, un ragazzo che pattina mi addita a bocca aperta perché sono senza braccia né gambe.
Uno scossone particolarmente forte mi sveglia. Mi sento solo indolenzito, non più preda di quella voragine di agonia da cui non sembrava esistere via d’uscita. Riesco a muovere le dita della destra, ad aprire ambo gli occhi, a respirare senza fitte al petto.
– Fermate il carro, – riesco a dire al terzo tentativo, la gola riarsa. Biscior ubbidisce, smonta, una lanterna in mano. Si accosta al fianco del carro, berretto calato sugli occhi e sciarpa stretta attorno al viso. Sono stanco di tutta questa sciarada.
– Chi siete, veramente? Cosa siete?
– Dobbiamo discuterne proprio ora? – domanda, la voce attutita dalla lana.
– Sì, ora!
– Sia. Quintus Bissi, Gerberti Meridianaeque filius.
Scuoto il capo. Fa un sospiro teatrale.
– Volevate sapere chi sono: quello è il mio nome, quello vero, anche se non lo uso da secoli.
Gli strappo via la sciarpa. Non me l’ero sognato. Ha lineamenti diversi: capelli rossi, guance scavate, mascella affilata e fossetta sul mento.
– Vergine santa!
Sgattaiolo indietro, l’acido risale dallo stomaco. Mi sporgo dall’altro lato del carretto per vomitare, con la sensazione martellante di aver già visto quei lineamenti volgari.
– Era uno dei tre lopu-garou di stanotte? – domando senza voltarmi, le dita serrate sul legno ruvido.
– Sì. Uno dei segugi di Holthauser.
– Avete sempre saputo che c’erano quelle cose… – tentenno, le parole mi sfuggono.
– Sapevo della loro esistenza, ma né io né Sebastoni credevamo che Holthauser ne avrebbe mandati ben tre fin qui, visto quanto è protettivo nei loro confronti.
– Non avete ancora risposto alla seconda domanda.
– Siete sicuro di volerlo sapere?
Le parole trasudano compassione. Mi asciugo la bocca sulla manica e volto. Anche lo sguardo è di pietà.
– No, forse è meglio l’ignoranza. – chiudo gli occhi, li riapro subito: – Che ne è stato della pietra?
– L’acido con cui l’ho irrorata dovrebbe aver cancellato del tutto l’iscrizione prima che le fiamme raggiungessero la stanza.
– Dev’essere per quello che ha smesso di tormentarmi la mente.
Di nuovo quello sguardo di compatimento:
– Non se ne andrà mai del tutto, generale.
Fatico a capire, poi mi sento sbiancare.
– Il tonico che vi ho dato dopo l’attacco dei Lazzari. Credo sia quello che vi ha aiutato a non soccombere dopo l’attacco del loup-garou: il rateo di sopravvivenza al loro morso di norma è minimo. Voi, invece, non siete ancora mutato, ma siete vivo nonostante la gola squarciata.
Porto le mani al collo, il panico che mi stringe il petto. Come isterico, lotto con la fasciatura. Biscior cerca di fermarmi, desiste quando lo spintono via. Mi tasto la gola dolorante: la seta mi ricama cinque solchi lungo ciascun lato, convergono attorno al pomo d’Adamo.
– Che razza di bocca aveva? – bisbiglio.
Biscior ride nello scostarmi le mani e riavvolgere la benda. No, questi lineamenti rozzi proprio non gli donano.
– Temo che una dea si apparecchi le zanne come meglio crede, in barba alla zoologia.
Mi indica una sacca sul pianale. La riconosco: quella dei viveri. Sembra passato un decennio da quando l’ho fatta preparare.
– Mangiate qualcosa, la strada è ancora lunga e voi debole. Ci sarà tempo per parlare.
Torna a cassetta senza dire altro, ma io non ho nessuna voglia di mangiare.
Mentre scivolo nel sonno, cullato dall’oscillare del carro, prego di scoprire al risveglio che è stato tutto un terribile incubo dentro all’incubo, che non sono diventato un loup-garou.

Altri capitoli qui.