La mia colonna sonora è differente


Writer-Series2Qualche settimana fa (varie settimane fa…), prima che la mia connessione morisse e risorgesse, parlavo con Lucia e Davide di colonne sonore, in una di quelle conversazioni che nascono da una comune perplessità e poi si allargano.

Il fatto è che tutti e tre usiamo molto la musica quando scriviamo. Ci sono persone che non la usano e va benissimo così, mica tutti siamo obbligati a funzionare nella stessa identica maniera, no?
Anche perché ognuno di noi tre usa la musica a modo suo, nonostante siamo uniti da un’idea generale: che la musica che ci fa da colonna sonora debba avere a che fare con quel che stiamo scrivendo.
Che si tratti di dare ritmo alle azioni che scriviamo sulla pagina o di rafforzarne la nota emotiva, non la scegliamo a casaccio.

E eravamo perplessi da due cose.
Primo, dal vedere malmenatori di tastiere che condividevano sui social network la colonna sonora della loro ultima fatica con più o meno lo stesso entusiasmo del classico tizio che scopre l’acqua nel 21° secolo.
Secondo, dal constatare che tale colonna sonora era composta da una sola cosa. Techno.
Un’ora filata di techno.
Solo techno, nient’altro che techno.
E la peggio techno, quella che sembra essere stata scritta da un bambino che pigia sempre i soliti due tasti di una tastiera distorta, all’infinito. Continua a leggere

Lo stato dei lavori – 19 marzo 2015


scrivereÈ passato un mese, quindi è tempo di bilanci.
E il bilancio è…
Buono, incredibilmente!

Nei 28 giorni di calendario passati dallo scorso post ho scritto l’aberrante (per me) cifra di 20.227 parole, ma considerando che i giorni di lavoro effettivo sono stati solo 19, ho tenuto la più che dignitosa media di 1064 parole e qualche lettera al giorno nei giorni in cui qualcosa sono riuscita a scrivere.
Shame on me per il giorno da BEN 39 parole.
Complimenti a me, invece, per la punta di 2540 parole.
Tristezza a pacchi per i giorni in cui non ho scritto niente, complici impegni imprevisti o la gioia di passare un weekend a potare vegetazione ribelle. Continua a leggere

This is my Boomstick, once more


Un altro anno, un altro giro di Boomstick Award. Siamo a tre anni di vita del premio più ambito e figo del web, un premio che non ha altro valore che quello che ciascuno gli attribuisce, e visto quanto certa gente si sbraccia per ottenerne uno, cazzo, è un premio di valore immenso.
Talmente immenso che non so come sia possibile che anche quest’anno questo mio piccolo angolo di caos abbia vinto un bastone del tuono.

Ma visto che anche quest’anno ho un boomstick da far impugnare alla mia personalissima signorina Rottenmeier interiore (e anche quest’anno, ora son cazzi vostri!), gioiamo, ringraziamo Davide e il suo magnifico Karavansara, e passiamo alla parte istituzionale dell’Award: le regole (che provengono da questo post qui) e i miei premi. Continua a leggere

Questione di estetica


Qualche sera fa ho fatto una cosa che faccio molto raramente: ho parlato del fatto che scrivo, ad alta voce, rivolgendomi a più di una persona e senza sentirmi come se me la stessi tirando peggio di una fionda.

L’occasione, un corso di inglese in cui ogni allievo, a turno, deve scegliere un argomento che ritiene interessante con il quale intrattenere il resto della classe. Avevo un’ora e mezza a disposizione. L’ho usata tutta.
Perché se voglio, sono logorroica, ma davvero logorroica, oh, yes!

Jimmy Loves LauraÈ stata un’esperienza divertente, e non solo per il fatto di aver parlato di scrittura in inglese.
È stata un’esperienza divertente perché ho mostrato le “mie” copertine, ho raccontato come sono nate certe storie, ho spiegato come funzionano certi meccanismi, ho risposto a domande che spaziavano da “sapevo che qualcuno l’avrebbe chiesto” a “bella domanda, fammici riflettere un attimo”.

Durante il mio lungo, contorto ciacolare, il mio amico-nonché-organizzatore-del-corso Jake ha tirato fuori qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Ha detto che per un po’, dopo avermi conosciuto e avermi chiesto l’amicizia su Facebook, pensava che il mio cognome non fosse Belli.
Pensava che “Marina Belli” fosse una qualche scrittrice italiana che mi piaceva un sacco e le cui copertine (e il cui cognome) usavo come avatar come segno di apprezzamento.

Copertina Epidemic EgonomicOra, la cosa mi ha fatto ridere, più che altro perché Jake ha ammesso di aver chiesto alla moglie quale fosse il mio vero nome, e che lei l’aveva preso in giro per la domanda folle.
Ma mi ha anche fatto sentire orgogliosa.

Perché se Jake ha potuto pensare quel che ha pensato, è anche grazie al fatto che ho delle belle copertine.
Se i miei ebook avessero avuto copertine che sembravano disegnate col Paint da un bimbo daltonico di quattro anni, a Jake non sarebbe mai venuto in mente quel suo ragionamento arzigogolato.
Invece ho delle copertine professionali. Ho delle copertine, permettetemi di dirlo da me, coi controcazzi.
Che siano “solo” i collage di Giordano o Cyberluke, o l’illustrazione realizzata su commissione da Max, sono copertine serie.

copertina ventoE io ne sono fottutamente orgogliosa.

Quindi sì, l’altra sera sono tornata a casa con la gola secca per il gran parlare, ma anche con un gran sorriso d’orgoglio per il fatto che tutte le copertine che ho mostrato ai mie compagni di corso hanno strappato commenti entusiastici.

Ci vuole poco a rendermi felice e orgogliosa degli splendidi collaboratori che ho trovato.

Lo stato dei lavori – 19 febbraio 2015


Writer-Series2Ho amici, come Aislinn, che sono talmente diligenti da scrivere ogni mese un post di To Write List e fare i conti con i successi e gli insuccessi nel raggiungere gli obiettivi posti il mese passato.
Io tendo a essere troppo farfallona per riuscire a farlo ogni mese.
D’altro canto, come dicono gli inglesi, un post del genere fa sì che mi senta “accountable for”. Che io sia allo scoperto e non possa tirarmi indietro.
L’ho detto, devo farlo.

Quindi, come stanno i lavori, i progetti, gli sgorbi? Continua a leggere