Sul gdr, parte non so quanto – Tipi di Master


dadiSto pensando a quanti tipi di Master* ho incontrato e a quanti me ne hanno descritti. Tanti, forse troppi. Però, come c’è una vaga tassonomia per classificare la strana specie dei giocatori, ce n’è anche una per i Master.
E quindi, credo che elencherò un po’ di tipi di Master (dando per scontato che valgono sempre le caratteristiche dei tipi di giocatori).
Quindi via, come viene!

1. Il capitalista d’assalto. Quello che sì, ok, i tesori, il loot, le ricompense, ma vuoi mettere quanto è più fico dare a un gruppo un villaggio di cui diventare custodi/amministratori e farlo fruttare monetariamente come si fosse in un gestionale? Vuoi mettere che divertimento? Il problema è che no, tendenzialmente i giocatori vogliono andare a zonzo, ammazzare mostri, darsi all’avventura, non crearsi un potenziale impero finanziario inventando strategie di mercato et similia. Continua a leggere

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La Mano della Gloria


Sto cercando di dare una parvenza di organizzazione al discorso che vorrei fare, ma per ora fallisco. Quindi, fino a prova contraria, sarà un discorso lungo e arzigogolato: abbiate pazienza e sopportatemi.

Tutto inizia e ruota, in un certo senso, attorno alla Mano della Gloria.

La prima volta che ho incontrato quest’oggetto, quest’idea, è stato da ragazzina. Sulla copertina di “La pendola stregata”, che vedete qui a fianco, compariva, tra le altre cose, una Mano della Gloria, anche se l’avrei capito solo verso il fondo del libro: una mano mozzata su cui è appoggiata una candela accesa. Nel romanzo, il fatto che il piccolo protagonista abbia letto della Mano su un libro di magia, finirà col salvare la vita a lui, allo zio e alla vicina di casa. Oggetto macabro, la Mano, in quanto si tratta della mano di un morto, e pericoloso: paralizza chiunque la veda accesa.

L’edizione che ho trovato io è coeva, ma più sgangherata e soprattutto in italiano. Si fa quel che si può.

Ritrovo la Mano di recente, a pagina 52 della versione che ho trovato in biblioteca de Il ramo d’oro” **, nel capitolo sulla cosiddetta Magia Omeopatica: vi compare come oggetto che si pensava aiutasse l’opera di un ladro nell’entrare non visto in una casa da derubare. E mi stupisce, nel leggere, il numero di varianti esistenti riportate da Frazer. Varianti legate a:

  • Tipo di morte del possessore della mano: un morto generico, un impiccato;
  • Tipologia e numero delle candele: una sola candela fatta col grasso di un malfattore impiccato; cinque candele che in realtà sono le dita stesse della mano; candele fatte col dito di un bambino appena nato o col dito di un bambino non ancora nato;
  • Funzione esatta della Mano: paralizzare chiunque la veda, come fossero morti, ma anche segnalare se uno o più degli abitanti della casa sono svegli (nel qual caso un numero uguale di dita della Mano non riusciranno ad accendersi).

Variazioni segno di un folklore e un mito ancora ben vivi e ruspanti a inizio Novecento, a cui si aggiungono tutte quelle che emergono spulciando anche la pagina di wikipedia inglese sulla Hand of Glory, oltre a quella italiana sulla Mano della gloria.

Ecco, le variazioni. Qui siamo di fronte a variazioni naturali e positive: la sostanza principale della Mano (la mano di un morto con una candela dai poteri magici) è sempre quella, le variazioni non vanno a snaturarla, solo ad adattarla a chissà quali idee e sensibilità oggi non ricostruibili. Per contro attorno a noi, oggi, è il florilegio del mito variato in maniera quanto,enomdubbia, per non dire becera. I mostri, la mitologia spaventosa, tutto viene edulcorato e diluito: vampiri che possono andare in giro alla luce del sole e che vogliono tanto bene all’umanità tutta, licantropi con l’imprinting e ben poco ferali, e recentemente pure gli zombi innamorati e coccolosi. Variazioni perché sì, il mito sventrato e sfigurato a furia di dolcezza o idiozia.
Come se aver paura, come se far paura, non servisse più. Il mostro non esiste, siamo esseri razionali, e quindi…
Vampiri? Malati di porfiria e vittime innocenti di un pregiudizio arretrato.
Licantropi? Solo animali rabbiosi e povera gente con problemi di irsutismo, e un altro pregiudizio arretrato.
Zombi? Stupidaggini Haitiane e quel pizzico di neurotossine che creano morte apparente.
Fantasmi? Solo allucinazioni e isteria. Streghe?
Pregiudizio e tanta bella segale cornuta.
E allora, se il mostro nel mondo reale non esiste, è il caso di esorcizzarlo anche in quello della finzione. Dopotutto, non siamo più arretrati come i nostri nonni e bisnonni che credevano in certe stupidaggini! Il mostro non esiste, ma se anche esistesse, sarebbe tuo amico. Soprattutto se sei bambino. Niente più mostri, per i bambini, solo tanto, troppo zucchero, come diceva la signora Ishioka.

Art: Antrobus & Grimm; The Modern World/ Pynchonzak Smith

Eppure il mio primo incontro con la Mano di Gloria é avvenuto in un libro per ragazzi, in cui l’antagonista, una donna spietata e ossessionata, spingeva un uomo al suicidio al preciso  amputandogli la mano e avere così materiale per crearsi una Mano.
Oggi la Hand of glory, se mai servisse alla trama verrebbe trovata per caso dal cattivo, o genericamente acquisita, come nel sesto Harry Potter. Niente violenza, se non via innuendo. Niente cattiveria vera, viscerale.

E adesso facciamo un saltello, sempre a tema “zucchero”, e passiamo alle fiabe. Quelle che vedo pubblicare oggi sono sempre più coccolose e carine. E, sia chiaro, sono anche divertenti e le apprezzo, ma senza poter ignorare, in certe, un velo di buonismo ipocrita che mi fa ripensare a quel corso universitario in cui si affrontava la religione greca, il mito, e, guarda un po’, la fiaba.
Corso che finiva col dire che religione, mito e fiaba sono tre mezzi con cui formare la società, con cui mostrare comportamenti sbagliati e comportamenti giusti, con cui preparare al mondo che c’è là fuori. Sì, anche e soprattutto le fiabe: dicono a un bambino che là fuori ci sono cose belle e cose brutte, che ci sono fonti di gioia ma anche cose spaventose. Che là fuori, lontani dall’abbraccio di mamma e papà, ci sono anche pericoli.

Ma se il mondo lo rappresenti solo tutto rosa e sdolcinato; se i mostri non esistono più o nella migliore delle ipotesi hanno le zanne spuntate e le unghie tagliate corte-corte-corte; se le storie sono tutte animaletti puccettosi da diabete… Come fai a andare lì fuori e non traumatizzarti? Se ti dicono che là fuori non c’è più nulla di cui avere paura, come cavolo reagisci quando la paura arriva e ti taglia le gambe? Quando scopri che non servono mostri coi denti aguzzi per farti tremare, ma basta la cattiveria dell’umanità?
Allora, forse, un po’ di paura, un cucchiaino meno di zucchero con l’aumentare dell’età, servono a qualcosa.
Sarà anche per quello che, in biblioteca, i libri della serie dei Piccoli Brividi vanno sempre un casino tra i ragazzini e le ragazzine? Perché la giusta dose di mostri, paura e spavento servono a crescere?

* E se pensate che la copertina di quell’edizione Mondadori SuperJunior fosse bruttarella, le copertine successive vi faranno ricredere! Evvivaaaaaaaaaa… =_=’
** Un libro a tal punto notevole da essere citato da Lovecraft stesso nel racconto “Il richiamo di Cthulhu” e quindi finire di diritto fra i tomi che parlano delle creature dei miti e che ti tolgono punti sanità a leggerli, nel gioco di ruolo de Il Richiamo di Cthulhu.

In my world…


Ieri Hell ha scritto un gran bel post dal titolo L’altra realtà: leggetevelo per capire. L’ha concluso con una domanda che era un invito a cimentarsi nella stessa impresa: proporre la nostra realtà, alla faccia di quanti vorrebbero riportarci nel “mondo reale”. Bene, benvenuti nel mio mondo. Le chiavi ve le danno i colibrì, l’avvertenza i Pendulum: “There’s two roads you can take. The first road leads right out that door, because you think you’ve heard it all. The other road begins right here, right now.”

La casa. C’è una villa, nel mio mondo, uscita paro paro da un film americano: legno su fondamenta di pietra, portico con sedia a dondolo, bovindo nella sala da pranzo e nella camera da letto padronale, ampie finestre, immensa soffitta piena di tutte le cianfrusaglie che non ho mai voluto buttare e che saprò ritrovare quando serviranno, ampia cucina con tutto lo spazio che serve per cucinare con agio per me e gli invitati a pranzo, camino per le sere di freddo, pareti ricoperte di scaffalature ingombre di libri, tante stanze e poltrone per amici e visitatori.

Il giardino all’inglese. Racchiude la casa, le fa da cornice e da schermo. Ci sono un torrentello e uno stagno pieno di pesci, rane e ninfee; collinette erbose da scalare, magari per un pic-nic all’ombra di un mausoleo neoclassico; un salice piangente sotto cui leggere in estate, un ciliegio a fiore doppio e un tiglio vicino alla casa, e poi alberi più “selvatici” tutt’attorno. Talvolta un airone cinerino plana con grazia e viene a pescare nello stagno, come è giusto che sia.

La cornacchia grigia. Ogni giorno saltella sul prato, a caccia di cibo. Quando trova una noce o una chiocciola tenace, la porta in volo sopra il vialetto di casa, la lascia cadere e poi banchetta. A volte nel sogno mi presta il suo corpo per un volo, e non c’è libertà maggiore di spalancare le sue ali.

I cerchi delle fate segnano il confine invisibile tra giardino e bosco. Buone o cattive, floreali o assetate di sangue, lì è dove si riuniscono, lì è dove iniziare a tenere gli occhi ben spalancati. Io vi ho avvisati.

Nel bosco ci sono animali selvatici che non si mostrano se non di sfuggita, di cui è già una fortuna sentire i richiami o i passi in corsa. Qualcuno dice ci siano anche le driadi, belle da far spavento e affamate. Ma nessuno è mai tornato per confermarlo, forse divorato dai lupi, che si mostrano sul confine del bosco per ricordare al resto del mondo che la foresta è terra selvaggia, non un parco giochi.

Totoro. Vive dentro-sotto-sopra il canforo gigante che cresce da qualche parte nelle profondità della foresta. Qualche volta, di notte, in sogni velati di afa, si mostra e andiamo a fare un giro per la zona. È un tipo schivo, pigro come me: sarà per questo che ci troviamo bene. E per il fatto che mi chiama il Gatto-Bus quando devo andare da qualche parte.

Lord Pucci. Dorme beato in casa, da un sofà a una poltrona, a un maglione dimenticato sul letto, a un ritaglio di sole sul pavimento, a un armadio aperto, a un piumone caldo. Ma si risveglierà, se gli lancerete un croccantino da inseguire.

Il villaggio. Abitazioni antiche e moderne, grandi e piccole, raccolte intorno a una biblioteca, un pub che cambia nome ogni sera e un negozio di alimentari che vende di tutto, dalla farina alla carne umana. Ci abitano i personaggi delle mie storie e dei giochi di ruolo: quelli uccisi in fasce, quelli portati a compimento, quelli talmente raffazzonati da essere tenuti insieme dal nastro adesivo, quelli marginali. C’è una palazzina delle case popolari in cui vivono solo il Chimico e lei, ma anche una casa comune piena di uomini-lupo, un vicolo in cui una bambola alchemica attende la propria preda, una cantina in cui una scout Togruta e una scoundrel Arkaniana discutono delle prestazioni delle rispettive astronavi. Un gran caos, ma è bello andarci a fare quattro chiacchiere, anche quando sono tipi sgradevoli.

I numi tutelari. C’è un angolino tranquillo del villaggio, alla periferia sud, in cui sorge un cinema-teatro. È lì che potete trovare i numi tutelari miei e del mio blog. Ci sono Jason e Vin, e pure i numi di cui ancora non ho parlato. Lo gestiscono loro, il posto, ché di loro ti puoi fidare. Film, concerti, conferenze, serate di gioco di ruolo, qualcosa si inventano sempre. Nella peggiore delle ipotesi una partita a scala quaranta, “che tanto è un gioco veloce”.

Cthulhu e Pigrus. Ai due estremi opposti del mio mondo ci sono loro. Il caos distruttore, enorme e impensabile, da una parte. L’essenza della pigrizia, del non essere e non fare, dall’altra. Ma in fondo in fondo sono due bravi ragazzi, e amano anche loro fare lunghe pennichelle, quindi andiamo d’accordo. Nel caso vi sembri che Cthulhu abbia fame, dategli qualche Giallo avanzato dal Survival Blog, ce n’è una riserva nel retrobottega dell’alimentari.

Biscotti di pan di zenzero


Ingredienti:

200g farina

50g zucchero

50g miele

100g burro (a temperatura ambiente)

2 tuorli

1 cucchiaino di cannella in polvere

1 cucchiaino di zenzero in polvere

Un pizzico di chiodi di garofano in polvere

1 cucchiaino di cacao amaro

1 grattata di noce moscata

1 pizzico di sale

Lievito per dolci, in relazione alla farina (se 1 bustina è per 500g, fate le debite proporzioni)

 

Procedimento:

In una ciotola setacciare la farina col lievito. Aggiungere tutti gli altri ingredienti secchi e mescolare bene.

Aggiungere il burro a pezzetti, il miele e i tuorli. Impastare bene, fare una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e lasciare in frigorifero per 20-30 minuti a riposare.

Preriscaldare il forno a 180°.

Stendere su una spianatoia infarinata e lavorare col mattarello. Stendere l’impasto dell’altezza che preferite (io sto sui 3 o 4 mm). Tagliare con formine per biscotti (*).

Su una placca coperta con carta da forno, posizionare i biscotti ben distanziati.

Cuocere in forno per 7-8 minuti (o finché non sono dorati alle estremità) a 180°.

 

*: usare un omino non è obbligatorio. Se riuscite a fare uno Cthulu di pan di zenzero, il grande C. ne sarà lieto e, magnanimo, vi mangerà più in fretta, riducendo le vostre sofferenze.