La figlia della Luna


Avviso ai lettori: questa non è una recensione. Questo è un post di ricordi e pippe mentali personali, quindi non aspettatevi nulla di più!

Uno dei regali più azzeccati che mi abbiano fatto da piccola è stata l’iscrizione alla biblioteca. All’apparenza dono meno figo della collezione (quasi*) completa di Esplorando il corpo umano, alla lunga si è rivelato cento volte meglio. Credo fosse Pasqua, sebbene potrei sbagliare, ma il punto non è quello.

Il punto, se c’è un punto, è che mia madre, a un certo punto, si è pentita di avermi fatto quel regalo. È stato il giorno in cui la mia catechista le ha chiesto come mai da settimane mancassi al catechismo del sabato; lo stesso giorno in cui lei, in modalità Generale Klingon incazzato, mi ha chiesto dove cavolo andassi, e si è sentita rispondere che andavo regolarmente a passare l’intero sabato pomeriggio in biblioteca. C’è rimasta male, credo. Chissà quali foschi scenari e turpi compari si era immaginata, invece io ero a 50 metri da casa, in compagnia di Asterix e Obelix.
Sì, ho cominciato così. E coi Ronfi. Poi sono passata ai librigame di Lupo Solitario e della Terra di Mezzo.
Poi sono cresciuta un pochetto e mi sono avventurata nella sezione dei Giallo Junior, Super Junior e Gaia Junior. Ci ho trovato di tutto, tra cui il mio grande amore: La figlia della Luna.

Non so quante volte ho letto questo romanzo di formazione e magia. Ma so che mi ricordo quasi tutto. Mi ricordo Laura Chant, la protagonista, la sua gonna di qualche centimetro troppo corta, e la nota esplicativa per un gioco di parole intraducibile sul fatto che Laura nonostante il cognome sia stonata. Mi ricordo Sorensen “Sorry” Carlisle, la sua balbuzie, le fotografie naturalistiche e l’ingrandimento di certe gambe, il martin pescatore, l’altra nota che spiegava perché il ragazzo dicesse che non faceva altro che chiedere scusa, anche col suo stesso nome. Mi ricordo la casa di Sorensen, Ianua Coeli, e mi ricordo il signor Braque, lo stampino, l’odore mentolato, il fratellino di Laura che deperisce a vista d’occhio, le streghe, il viaggio iniziatico, ONIOTS, il nuovo stampino sorridente, la città in miniatura.

Un libro che mi è rimasto attaccato in testa, quindi qualche tempo fa mi sono detta: “Ma dai, perché non rileggerlo?” Sono andata in biblioteca a cercarlo, anche se consapevole del rischio di Sindrome di Grisù**. E invece niente: libro sparito. Non so se sia uno dei vari prestiti centenari di prima della digitalizzazione del sistema, o solo una qualche affezionata lettrice che ha deciso di sgraffignarlo e tenerselo per sempre, ma il punto è che è in biblioteca non c’è più.

Così mi sono messa a spulciare su internet per scoprire il titolo originale e per vedere se era ancora trovabile in lingua. Ho scoperto tante cose: che The Changeover ha vinto un tot di premi; che la prima copertina americana era orenda (ma non è che altre versioni più recenti siano più belline… al confronto la vecchia copertina italiana è un Caravaggio!); che la versione originale è ancora in vendita, come pure l’italiana; che il romanzo ha un anno meno di me.

Ecco, forse ho trovato una ragione in più per volergli bene, non bastasse il fatto che era tradotto con rispetto per il suo giovane lettore, a differenza di tanta roba di adesso, sia essa scritta per grandi o per piccoli.
Ma questa è un’altra storia, e soprattutto è affare da Rottenmeier, non da pippe mentali sentimentali!

* Al mio modellino mancano una sezione tibia-perone (ha la sinistra doppia) e parte dell’apparato urinario. Per il resto è bello come il sole e se ne sta sdraiato comodo comodo in armadio.
** Avete mai rivisto Grisù il drago da grandi? Bene, non fatelo, soprattutto se lo adoravate: è di una bruttezza abominevole! Così brutto che ti chiedi seriamente come possa esserti piaciuta una cosa del genere.

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Un commento su “La figlia della Luna

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