Galaxy Quest


Che succederebbe se una razza aliena tecnologicamente avanzata ma assolutamente ingenua dal punto di vista sociale ricevesse le nostre trasmissioni televisive e si convincesse che si tratta di “documenti storici” di assoluta veridicità? Cosa succederebbe se, basandosi sul telefilm di fantascienza Galaxy Quest costruissero una nave spaziale? E se gli attori del telefilm, la cui trasmissione è terminata 18 anni prima su un “continua…”, fossero chi più chi meno incastrati dalla fama e dai fan nei loro ruoli e fossero riuniti per l’ennesima convention? Cosa succederebbe se quegli stessi tecnologici e ingenui alieni andassero da quegli stessi attori e chiedessero al capitano della nave di unirsi a loro per aiutarli in un negoziato con un’altra razza aliena, ugualmente tecnologica ma molto meno ingenua? E se il capitano, convinto si tratti solo dell’ennesimo gruppo di fan molto eccentrici e di dover solo andare su un set casereccio, accettasse il lavoro?
Ecco, queste sono le premesse da cui parte la sceneggiatura di Galaxy Quest. Il risultato è una commedia sulla fantascienza e sull’essere fan molto piacevole e divertente, tutta giocata sulla linea labile che separa realtà e finzione.
La realtà degli attori, a cui i ruoli sono rimasti appiccicati addosso, volenti o (più spesso) nolenti. La finzione di interpretare, ancora una volta, a beneficio degli alieni, le parti abbandonate da anni. La realtà degli alieni, e la finzione del loro aspetto. La finzione che per Guy sembra voler prendere il sopravvento sulla realtà, perché lui si è unito al gruppo solo perché ha fatto una particina in un episodio (“I’m the guy in the episode who dies to prove how serious the situation is”) ma ad ogni istante che passa sembra che il suo destino sia quello dell’episodio.
Finzione e realtà.
Prendi gli attori che interpretano gli attori che interpretano l’equipaggio.
Sigourney Weaver. Ovvero Ripley, forse la più cazzuta donna di un film di fantascienza, che qui fa Gwen Demarco, l’unica attrice donna fissa dello show, la cui parte consisteva solo nel ripetere le comunicazioni del computer. Era un paio di tette strizzate in una tutina. Finzione. E ribaltamento dell’icona, perché se pensi a Sigurney Weaver pensi a Ripley.
E poi c’è Alan Rickman, grande attore, noto ai più giovani perché è il Professor Snape (Piton in italiano [uccidete la traduttrice!]) dei libri di Harry Potter. Qui è Sir Alexander Dane, attore shakespeariano a cui la parte dell’alieno dottor Lazarus è rimasta attaccata addosso. E lui la odia ormai, quella parte, così come la frase ripetuta all’infinito (“Per il martello di Grabthar, per i figli di Warven, io saprò vendicarti!”) e la calottina di silicone colorato sulla testa. E comincia anche a detestare le orde di fan adoranti che, ripetono la maledetta frase e girano con l’orrenda calottina. Intrappolato nella parte, si fa convincere a presenziare alle convention solo perché “The show must go on!”. E chi trova tra gli alieni? Un fan!
Il parallelismo col dottor Spock è facile da individuare, ma c’è anche quello col vero Rickman, che guarda caso è stato attore della Royal Shakespeare Company.
Finzione e realtà.
È questo che rende tutto divertente. Perché la sceneggiatura è molto ben scritta e oltre a far ridere molto, guarda al rapporto finzione scenica-realtà con arguzia, spingendo lo scontro tra le due dimensioni fino al cuore del problema. L’essere attori come menzogna, ma anche come verità; la finzione come potenziale oracolo della realtà; il rapporto di amore e odio coi fan; la fama e le sue conseguenze. Ma soprattutto: cosa succede se degli alieni costruiscono un’astronave usando i “documenti storici” come se fossero dei piani da seguire alla lettera, in ogni minuzia? Ecco, dalla risposta vengono le risate maggiori, e non sono risate scontate, perché fanno riflettere, a loro modo, sull’arte della sceneggiatura di un telefilm.
Per concludere: se la fantascienza vi piace; se siete veri, indefessi fan di un qualche prodotto della fantasia (non necessariamente Star Trek) e avete un minimo di autoironia; se vi piaciono Sigourney Weaver o Alan Rickman; se trovate simpatico Tim Allen (che interpreta l’egomaniaco Jason Nesmith, il quale interpreta il comandante Peter Quincy Taggart); se Tony Shalhoub (il detective Monk; qui interpreta Fred Kwan che fa il sergente tecnico Chen) vi fa simpatia solo a vederlo; se Sam Rockwell (Guy Fleegman, che nel telefilm ha interpretato “Crewman Number Six” e nel film è solo Guy) è un vostro mito; se volete passare 102 minuti di piacevole divertimento; se una parte di voi, per quanto minima, si è mai chiesta se qualcosa (qualunque cosa) di un telefilm di fantascienza fosse vera…

Beh, recuperate Galaxy Quest. E ricordate: “Mai darsi per vinti, mai arrendersi!”

Ma soprattutto:

“I want you to know that I’m not a complete brain case, okay? I understand completely that it’s just a TV show. I know there’s no beryllium sphere […] no digital conveyor, no ship…”
“Stop for a second, stop. It’s all real.”
“Oh my God, I knew it. I knew it! I knew it!”

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4 commenti su “Galaxy Quest

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