Drive


A volte succedono strane cose. Per esempio che leggi recensioni e pareri su un film, e te lo dipingono come un ottimo film o un capolavoro. Ti gasi, perché le opinioni sono di gente che reputi affidabile; guardi il film e ti piace, ti piace tanto, ma hai la sensazione che manchi qualcosa di indefinibile per renderlo un film del cuore.
Drive è uno di quei casi.
Più ci penso e meno capisco cosa non vada, cosa manchi per farmi andare in visibilio quanto la mia testa si aspetterebbe.
Razionalmente lo trovo ottimo, un piccolo capolavoro. La vicenda è piuttosto semplice ma non scontata. I personaggi, anche quelli che compaiono per poco, hanno spessore e sono ben caratterizzati, dal protagonista coi suoi stuzzicadenti al meccanico con l’anca rotta, fino al mafioso con la sua vetrinetta di coltelli su raso rosso. Gli attori sono uno più azzeccato dell’altro, in particolare Ryan Gosling che riesce a essere perfetto e impassibile al punto giusto nella parte dell’autista, Driver in inglese, poco altro che “ragazzo” in italiano.
La messa in scena è eccellente, mai sopra le righe. Una storia simile, nelle mani di un altro regista o un altro sceneggiatore, sarebbe diventata una tavanata galattica, tutta musica tamarra, macchine luccicose dai colori orrendi, minimo spargimento di sangue, rallenti in ogni dove, violenza da barzelletta (perché in una tavanata galattica o muori sul colpo, o le prendi di striscio),  e variegata compagnia danzante. Invece le scene in auto sono dosate in maniera perfetta, ogni volta con un sottofondo azzeccato (musica quando serve, lo scanner della radio della polizia nella rapina iniziale, perché Driver è un tipo serio, mica un pirla qualsiasi); le auto sono “vere” (tra cui una bellissima Mustang nera), non trabiccoli pimpati dai cerchioni ai tappetini; la violenza c’è, vera, esplosiva e straniante, estrema quando serve, come nella scena dell’ascensore (un vero must!). Il maledetto rallenti c’è, ma usato col contagocce, grazie a Cthulhu!
I dialoghi e i silenzi sono calibrati da Dio. Driver parla poco, solo quando necessario. Di fronte a certe domande, a cui tu non sapresti esattamente come rispondere, lui (invece di fare uno di quei discorsi retorici/tragici/moraleggianti/finto-epico cui il cinema ci sta abituando)… beh, lui tace e guarda l’interlocutore, e quello capisce. Niente pistolotti, niente seghe mentali. Dritto al punto. Altro grazie a Cthulhu.
Poi c’è l’aspetto estetico. È Los Angeles, ma la città non ha nulla di patinato e strafico, anche nei brevi momenti in cui Driver sta negli Studios. Casa di Driver è un buco disadorno; casa di Irene è disordinata e colorata; la città brilla solo di notte, per colpa dei lampioni perennemente accesi, quasi senza glamour; l’officina e i ristoranti hanno l’aria usurata e sciatta. Anche il giubbotto di Driver, la sua uniforme di vita, ha l’aria usata, ma non per questo priva di fascino: giacca bianca lucida, un po’ stile giocatore di football, con uno scorpione dorato sulla schiena *. Scorpione che torna, verso il finale, con un “La conosci la storia dello scorpione?” che in poche parole dice tutta la psicologia di Driver.
E la colonna sonora… Ma quant’è bella? Non intrusiva, pochi tocchi, qualche canzone qua e là. Un sound vagamente retrò, ma così giusto per il film. E se sai un minimo d’inglese quelle canzoni aggiungono tre spanne di spessore in più alle scene. Come durante la festa: Irene e Driver, separatamente e ognuno a modo suo, hanno la stessa espressione da “è tutto rovinato”, e in sottofondo c’è una voce di donna che canta “You keep me under your spell”. Perfetto.
Poi ci sono anche quelle cose da vero critico, per le quali vi rimando alla recensione di Hell, come la sua intuizione (su cui concordo in pieno) sul supereroe.
E allora, perché mi sembra che qualcosa, in questo film così giusto, sia sbagliato?
Vorrà dire che quando uscirà in dvd lo riguarderò altre cinque o sei volte.

* La giacca, in equilibrio tra tamarraggine e stile, è in vendita a 169 dollaronzi sul sito di Steady Clothing, se ne sentiste il bisogno irresistibile. Io ne faccio a meno.

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4 commenti su “Drive

  1. Sai, il tuo dubbio è simile al mio. Ho fatto riferimento proprio alla stessa cosa all'inizio dell'articolo. 😉
    Se è la stessa cosa.
    Nel mio caso la volontà di scovare imprecisioni in ogni dove, anche quando non ce ne sono. Non apparenti, almeno.
    L'unica stranezza che ho percepito è nelle "passeggiate" coi vestiti macchiati di sangue addosso. Però poi ho creduto si trattasse di simbologia e anche di "normalità" losangelina mista a un po' di indifferenza, quella che permette a un uomo che evidentemente è stato partecipe di eventi violenti di continuare a camminare indisturbato, come nulla fosse.
    È il critico, fidati. 😉

  2. Quindi era a quello, che ti riferivi!
    Boh, forse hai ragione, forse è veramente la cagacazzi che è in me… Che brutta cosa!
    La passeggiata coi vestiti sporchi, beh, la sezione in cui girava a piedi era negli Studios, io ho dato per scontato (ma è anche colpa della tua rece!) che nessuno ci facesse caso perché era lì, immerso nel meraviglioso mondo del cinema 😉
    Adesso mi sta venendo la curiosità di recuperare il romanzo da cui è tratta la sceneggaitura, confrontare, vedere se certe cose vengono da lì o da Refn e sceneggiatore.

  3. Pingback: Il finale di Valhalla Rising e qualche pensiero sparso | Space of entropy

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