La gentilezza vi appartiene


Ieri ho urlato sul lavoro.
Non è stato esattamente il vertice della professionalità, da parte mia, ma non ho retto.

20081222-dizionarioNello specifico, non ho retto a un cinquantenne che ha fatto di nuovo la cosa che io gli avevo chiesto con fermezza di non fare mai più. Ovvero, ignorare me e la mia lezione per guardare sul dizionario cose non pertinenti (grazie alle quali poi deragliare la suddetta lezione) e finire col dovermi chiedere di rispiegare le cose che avevo ampiamente illustrato mentre lui era tutto intento a sollazzarsi col dizionario.
Quindi, shame on me, ho urlato.

Ho urlato perché ne avevo le tasche piene, ho urlato perché ero stanca, ho urlato perché era un cinquantenne, non un bambino dell’asilo, a non essere in grado di rispettare una richiesta più che ragionevole.
Ho urlato perché era una palese mancanza di rispetto.
Ho urlato perché il cinquantenne ha avuto la faccia tosta di dirmi “Ma la lezione è finita, pensavo…” quando alla fine della lezione mancava ancora un’ora e tre quarti, e 15 minuti ancora ci separavano dall’intervallo. Continua a leggere

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Oggi è uno di quei giorni in cui non ho voglia di fare una beneamata fava di nulla. Pigrus è con me. Ma anche il tablet è con me, e il modem l’ho acceso, e quindi ecco che le cose mi arrivano addosso e mi dicono “Leggi! Informati! Pensa! Scrivi un post!”, ed eccoci qui.

 

Partiamo dal fondo, da quello che ha scatenato la necessità di scrivere: l’articolo di Kameron Hurley dal titolo “‘We Have Always Fought’: Challenging the ‘Women, Cattle and Slaves’ Narrative”.

 

La copertina di God's War, di Kameron Hurley

La copertina di God’s War, di Kameron Hurley

Ora, l’articolo della Hurley è una lunga riflessione che vale dannatamente la pena leggere, accompagnata da splendide illustrazioni, e che affronta una varietà di temi fottutamente interessanti e correlati allo stesso nocciolo: esistono infinite varietà di esseri umani (per sesso, colore, esperienze, attitudini etc.), ma di base tendiamo a pensare in termini di maschi bianchi che fanno, disfano e vincono, mentre il resto, il contorno, tende ad essere invisibile o costruito su stereotipi, in particolare le donne. Quella è la narrazione che tende a venirci spontanea.
E lo scrive una donna, la Hurley, che si considera la peggiore misogina che conosca, perché quando inizia a scrivere il primo istinto è sempre quello di seguire quegli assunti di base che sa essere falsi, quelle aspettative culturali, quelle (ammettiamolo!) stronzate galattiche in cui lui fa tutto, il resto è solo “le sue donne, il suo bestiame e i suoi schiavi” che compaiono nel titolo del suo post.

 

Letto il post, ho cercato di fare il classico esame di coscienza per vedere quanto di quello che ho scritto fino ad ora rientra nel “Women, cattle and slaves” e quanto no.
Il bilancio è mezzo e mezzo, anche se la vecchia Eleanore e soci tendono a far pendere la bilancia verso il “ma fottiti te, le tue vacche e i tuoi schiavi”.

 

E poi, mi sono messa a leggere i commenti al post. Ed eccolo lì. Il commento di un tizio che dice…

 

I agree. Just like we should change the narrative of men always being rapists and abusers. Of course if women can be pirates and soldiers and all those other wonderful things, it means they are just as capable of violence as men and maybe we should stop thinking of the man as always being the abuser and the woman as the victim in domestic violence and even in rape cases….

 

E io scivolo indietro di un’oretta, al post di oggi di Davide. Più breve, ma altrettanto da leggere.

 

Ora, io vorrei avere la lucidità d’animo e di pensiero per mettere insieme una riflessione profonda e sentita su cosa mi disturba del desiderio di automatico passaggio da “cerchiamo di uscire dallo stereotipo imperante della donna come debole figurina da proteggere, ricordiamoci che le donne sanno essere combattenti” a “cerchiamo di uscire dallo stereotipo imperante (?) dell’uomo come violento, ricordiamoci che gli uomini hanno anche dei sentimenti”.
Ma non ne ho la forza.
Come non ho la forza di parlare di chi pensa che parità dei sessi voglia dire poter dire a una donna che è una figa acida, come è successo a Lucia.
O di chi pensa seriamente che una donna, superata la mistica soglia dei 29 anni, la darà via come il pane per paura di restare sola e morire zitella depressa.

 

Non ne ho la forza, davvero.

 

Perché ci sarebbe di che discutere per ore, di che avere la pelle accapponata, di che voler prendere a mattarellate qualcuno sulla testa per quanta idiozia sembra aver scritta nel DNA.

 

Quindi facciamo qualcosa di opposto.
Parliamo di qualcosa di positivo. Qualcosa che ha funzionato.
Qualcosa che, scoprirete alla fine, tocca sempre l’argomento delle storie che ci sono state raccontate e a cui crediamo nonostante tutto, delle certezze che non sono altro che stereotipi e paraocchi che ci precludono di guardare la realtà.

 

Edmonton, Canada, negli anni passati ha visto un aumento dei casi di violenza sessuale notevole, che non sembrava seguire il trend degli altri crimini in città e a cui non si riusciva a porre un freno adeguato. Finché non hanno fatto qualche studio e, nel 2010, messo in piedi una campagna di prevenzione.
Niente “Donne, difendetevi!”
Niente “Donne, siete vittime predestinate!”
Neinte “Donne, fate così e cosà per evitare di attirare attenzioni non volute!”
Invece, una campagna dal titolo “Don’t Be That Guy”: poster da appendere vicino alle zone con più bar e locali notturni, che, semplicemente, spiegavano che se lei sta bevendo un drink non significa che vuole fare sesso con te. Che se lui/lei è troppo ubriaco/a per dire no, non significa che sta dicendo automaticamente sì.
Che “sex without consent = sexual assault”, il sesso senza consenso è violenza. Papale papale.

Dont-Be-That-Guy-12-264x300Risultato? Drastico calo delle violenze. Perché (sì, agghiacciamo al pensiero, in coro!) c’erano uomini, evidentemente molti, che non avevano bene chiaro che cosa è fare violenza a una donna. E che ora lo sanno.

 

Ora, pensiamo positivo: là fuori può essere pieno di esseri umani dalle idee preistoriche, convinti che un cuore spezzato sia peggio che un ricovero in terapia intensiva; e può essere pieno di esseri umani che non hanno le idee chiare su cosa sia la violenza, su dove vadano posti i confini tra confidenza e abuso; e può essere pieno di lettori che non vogliono altro che l’ennesimo eroe cliché che spacca il culo ai passeri, salva il mondo ed è circondato di figurine di cartone tutte uguali a lui.
Ma se non proviamo nemmeno a offrire alternative, a spiegare che cosa fa corto circuito in certi ragionamenti, le cose non potranno mai cambiare per puro miracolo.
Magari per certi è troppo tardi, perché a 70 anni solo un’illuminazione divina può spingerti a cambiare certi parametri base del tuo modo di pensare.
Ma per tanti c’è speranza.
E quindi, come propone Chuck Wendig oggi (perché è da lui che ho scoperto l’articolo della Hurley):

…that’s the takeaway: do better.

Speak to those you haven’t yet spoken to.

Serve the underserved readers.