Ancora con quelle puttanate di fantascienza?


È questo che mi sono sentita dire l’altro giorno. Avevo in mano un libro, la copertina faceva tanto fantascienza, chi ha pronunciato la frase sa che tra le tante cose leggo anche fantascienza, ha fatto un personalissimo due più due e se ne è uscito con questo commento finissimo.
Ora, chi ha commentato non è un illetterato, non è un talebano dei morti*, e neppure un cultore della letteratura alta che schifa quella di genere; eppure è bastata una copertina, ed è partita la presa in giro scherzosa.

Ma il problema vero non è la presa in giro. Il problema vero è che quello che stavo leggendo non è un libro di fantascienza.
A volerla dire da fighi, sto leggendo di quello che sarebbe potuto essere il nostro presente. Un saggio che parla di colonizzazione dello spazio, di creare una nuova frontiera, la High Frontier del titolo originale, da conquistare con spirito avventuroso e fiducioso come quello dei pionieri che colonizzavano il Far West. Un saggio che parla di creare nuovi habitat spaziali che permettano all’uomo di alleggerire la pressione demografica, ecologica e energetica che per forza di cose aumenta sulla Terra.

Un saggio del 1976, datato e ingiallito, che già allora prevedeva, con occhio lucido ma positivo, tutte le sfide che stiamo vivendo oggi: popolazione che non accenna a ridurre i ritmi di crescita; situazione ecologica sempre più fragile; risorse e fonti di energia in calo. E che da tali sfide traeva le ragioni per ipotizzare, con sano ottimismo, che in un periodo compreso tra 1990 e 2005 l’uomo avrebbe creato la prima comunità spaziale. Invece, 7 anni dopo la data che indicava come più improbabile, siamo ancora qui, coi piedi ben piantati per terra.

Sì, forse alla fin fine sono solo puttanate di fantascienza, se messe a confronto con burocrazia, mancanza di progettualità a lungo termine, stupidità e quant’altro.

Ma sapete una cosa? Non mi frega.
Io mi sto godendo “Colonie umane nello spazio”, mi sto godendo l’idea di un’umanità che si svincola dalla Terra per portare la vita dove non c’è, che va a estrarre silicio sulla faccia nascosta della Luna o carbonio da un asteroide nella fascia di Kuiper, che raccoglie energia solare nello spazio e la trasmette sulla Terra, di un’umanità che vive entro giganteschi habitat sospesi nello spazio e dotati di gravità tale da rendere possibile un ecosistema interno con tanto di ruscelli, piante e scampagnate in bicicletta. E con questo saggio sto alimentando la fame di fantascienza che ho in questo periodo, complice anche la lettura dell’ambientazione di Eclipse Phase, gioco di ruolo che è l’apoteosi di “quelle puttanate di fantascienza”.

* Ognuno ne ha incontrato almeno uno nella vita, una di quelle persone che hanno personalissimi tabù librari che gli impediscono di leggere qualcosa che sia stato pubblicato dopo il 1968, o che sia scritto da un autore vivente, o un’altra fantasiosa legge auto-imposta.

(Amalthea copyright di Hamsterfly, qui)

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In my world…


Ieri Hell ha scritto un gran bel post dal titolo L’altra realtà: leggetevelo per capire. L’ha concluso con una domanda che era un invito a cimentarsi nella stessa impresa: proporre la nostra realtà, alla faccia di quanti vorrebbero riportarci nel “mondo reale”. Bene, benvenuti nel mio mondo. Le chiavi ve le danno i colibrì, l’avvertenza i Pendulum: “There’s two roads you can take. The first road leads right out that door, because you think you’ve heard it all. The other road begins right here, right now.”

La casa. C’è una villa, nel mio mondo, uscita paro paro da un film americano: legno su fondamenta di pietra, portico con sedia a dondolo, bovindo nella sala da pranzo e nella camera da letto padronale, ampie finestre, immensa soffitta piena di tutte le cianfrusaglie che non ho mai voluto buttare e che saprò ritrovare quando serviranno, ampia cucina con tutto lo spazio che serve per cucinare con agio per me e gli invitati a pranzo, camino per le sere di freddo, pareti ricoperte di scaffalature ingombre di libri, tante stanze e poltrone per amici e visitatori.

Il giardino all’inglese. Racchiude la casa, le fa da cornice e da schermo. Ci sono un torrentello e uno stagno pieno di pesci, rane e ninfee; collinette erbose da scalare, magari per un pic-nic all’ombra di un mausoleo neoclassico; un salice piangente sotto cui leggere in estate, un ciliegio a fiore doppio e un tiglio vicino alla casa, e poi alberi più “selvatici” tutt’attorno. Talvolta un airone cinerino plana con grazia e viene a pescare nello stagno, come è giusto che sia.

La cornacchia grigia. Ogni giorno saltella sul prato, a caccia di cibo. Quando trova una noce o una chiocciola tenace, la porta in volo sopra il vialetto di casa, la lascia cadere e poi banchetta. A volte nel sogno mi presta il suo corpo per un volo, e non c’è libertà maggiore di spalancare le sue ali.

I cerchi delle fate segnano il confine invisibile tra giardino e bosco. Buone o cattive, floreali o assetate di sangue, lì è dove si riuniscono, lì è dove iniziare a tenere gli occhi ben spalancati. Io vi ho avvisati.

Nel bosco ci sono animali selvatici che non si mostrano se non di sfuggita, di cui è già una fortuna sentire i richiami o i passi in corsa. Qualcuno dice ci siano anche le driadi, belle da far spavento e affamate. Ma nessuno è mai tornato per confermarlo, forse divorato dai lupi, che si mostrano sul confine del bosco per ricordare al resto del mondo che la foresta è terra selvaggia, non un parco giochi.

Totoro. Vive dentro-sotto-sopra il canforo gigante che cresce da qualche parte nelle profondità della foresta. Qualche volta, di notte, in sogni velati di afa, si mostra e andiamo a fare un giro per la zona. È un tipo schivo, pigro come me: sarà per questo che ci troviamo bene. E per il fatto che mi chiama il Gatto-Bus quando devo andare da qualche parte.

Lord Pucci. Dorme beato in casa, da un sofà a una poltrona, a un maglione dimenticato sul letto, a un ritaglio di sole sul pavimento, a un armadio aperto, a un piumone caldo. Ma si risveglierà, se gli lancerete un croccantino da inseguire.

Il villaggio. Abitazioni antiche e moderne, grandi e piccole, raccolte intorno a una biblioteca, un pub che cambia nome ogni sera e un negozio di alimentari che vende di tutto, dalla farina alla carne umana. Ci abitano i personaggi delle mie storie e dei giochi di ruolo: quelli uccisi in fasce, quelli portati a compimento, quelli talmente raffazzonati da essere tenuti insieme dal nastro adesivo, quelli marginali. C’è una palazzina delle case popolari in cui vivono solo il Chimico e lei, ma anche una casa comune piena di uomini-lupo, un vicolo in cui una bambola alchemica attende la propria preda, una cantina in cui una scout Togruta e una scoundrel Arkaniana discutono delle prestazioni delle rispettive astronavi. Un gran caos, ma è bello andarci a fare quattro chiacchiere, anche quando sono tipi sgradevoli.

I numi tutelari. C’è un angolino tranquillo del villaggio, alla periferia sud, in cui sorge un cinema-teatro. È lì che potete trovare i numi tutelari miei e del mio blog. Ci sono Jason e Vin, e pure i numi di cui ancora non ho parlato. Lo gestiscono loro, il posto, ché di loro ti puoi fidare. Film, concerti, conferenze, serate di gioco di ruolo, qualcosa si inventano sempre. Nella peggiore delle ipotesi una partita a scala quaranta, “che tanto è un gioco veloce”.

Cthulhu e Pigrus. Ai due estremi opposti del mio mondo ci sono loro. Il caos distruttore, enorme e impensabile, da una parte. L’essenza della pigrizia, del non essere e non fare, dall’altra. Ma in fondo in fondo sono due bravi ragazzi, e amano anche loro fare lunghe pennichelle, quindi andiamo d’accordo. Nel caso vi sembri che Cthulhu abbia fame, dategli qualche Giallo avanzato dal Survival Blog, ce n’è una riserva nel retrobottega dell’alimentari.

Warbreaker di Brandon Sanderson


Titolo: Warbreaker
Autore: Brandon Sanderson
Pagine593
Genere: fantasy. High fantasy. Ma niente elfi, grazie a Cthulhu!
Editore: Tor Publishing
Lingua: inglese
ISBN: 978-0765320308
Prezzo: hardcover a 18.45$ su Amazon.com, oppure download gratuito qui in formato pdf.
Incipit: “It’s funny, Vasher thought, how many things begin with my getting thrown into prison.”

Trama: Due regni, Hallandren e Idris, sull’orlo della guerra. Di qui il tentativo di alcuni personaggi per fermarla, la guerra, mentre altri la fomentano. Detta così, non sembra una grande trama. Però lo è, perché fondata sulla delicata e complessa politica dei due regni, sugli accordi, tradimenti e intrighi della corte di Hallandren. Perché vista attraverso tre punti di vista principali, più uno importante ma che appare poche volte, e un paio di POV accessori. Perché fondata su un background lungi dall’essere l’ennesimo mondo fantasy fotocopiato.
Il centro dell’azione è la città di T’Telir, la capitale del regno di Hallandren. Come pensa uno dei personaggi, “Hallandren: land of Returned gods, Lifeless servants, BioChromatic research, and—of course—color”.
Partiamo dal fondo: colori. I colori sono il fulcro della cultura di questo mondo. L’amore per i colori, il commercio delle tinture, l’uso di colori su colori per abbellire qualsiasi cosa. E l’uso del Respiro BioCromatico.
Ognuno nasce con un Respiro BioCromatico e di conseguenza un’aura BioCromatica. Però chiunque può donare il proprio Respiro a un altro, o comprare (ad alto prezzo) il Respiro di un altro. Molti respiri uguale la possibilità di usarli per Risvegliare un oggetto e fargli seguire semplici Comandi. Un Awakener capace, può usare i Respiri per creare un Lifeless, ovvero rianimare un cadavere opportunamente trattato e fare in modo che segua i suoi ordini.
E poi ci sono gli Dei Ritornati: Hallandren è una teocrazia, guidata dal God King e dalla sua corte. Tutti Ritornati, ovvero persone che sono morte ma poco dopo sono ritornate in vita, dimentiche del loro passato, potentissime ma destinate a morire in 7 giorni se non nutriti di un Respiro a settimana. E così ogni dio sopravvive ricevendo respiri in dono e nutrendosi di essi.
Ma dall’altra parte c’è Idris: un piccolo regno, quasi un’enclave entro Hallandren. Un’enclave di colori spenti, modestia, fede in un unico dio (Austre, Lord of Colors) e orrore per i Ritornati e quegli abomini che sono, agli occhi di Austre, i Lifeless. E la convinzione che il Respiro sia l’anima di una persona, e che quindi perdere o prendere un Respiro sia un atto blasfemo e orribile.
Due regni che, con queste premesse, non possono andare d’accordo. Infatti la guerra è imminente.

La storia è molto buona e motivata, con solo un paio di sbavature. Il background emerge piano piano, attraverso le riflessioni dei personaggi o le loro scoperte personali, con pochissimo infodump e sempre aggraziato.
Rimangono, a fine romanzo, alcuni piccoli punti oscuri, ma sono, appunto, piccoli. Non cambiano la trama e non stravolgono l’esperienza di lettura. Sono piccolezze che uno vorrebbe spiegarsi e le cui spiegazioni non hanno trovato posto nel libro perché altrimenti sì che saremmo di fronte a degli infodump.

Forse i personaggi non saranno super sfaccettati, ma sono piacevoli, interessanti, con reazioni realistiche a quel che accade e con altrettanto realistici scopi.

Altro punto di forza i dialoghi: grandiosi! Lightsong è meraviglioso, con una voce chiara e sardonica, perfettamente distinguibile; Vasher è grumpy non perché lo dicono gli altri, ma perché suona grumpy.
E Nightblood. Nightblood è grandiosa! O forse dovrei dire grandioso. Chissene, è la grandiosità quel che conta:

“The three guards lay dead. One of them sat in a chair. Nightblood, still mostly sheathed, had been rammed through the man’s chest. About an inch of a dark black blade was visible beneath the silver sheath.
Vasher carefully slid the weapon fully back into its sheath. He did up the clasp.
I did very well today, a voice said in his mind.
Vasher didn’t respond to the sword.
I killed them all, Nightblood continued. Aren’t you proud of me? […] I knew you’d be impressed, Nightblood said, sounding satisfied.”

Oh, all right, the sword said. You can admire me a little bit longer, if you must. After that, though, we really need to get back to shore.

È la magia, quello che rimane in mente. Leggetelo e ditemi se non è vero, se non vi ritrovate a pensare e immaginare le scene anche dopo aver messo giù il libro (o spento il computer/lettore).
E non fatevi spaventare dal numero di pagine: scorrono che è un piacere.

Piccole note:
1) NON andate a leggere quello che Fantasy Magazine dice del libro, perché è così gentile da sputtanarvi entro la parola numero 107 uno dei punti di svolta più interessanti del libro. Piccola sorpresa, ok, ma vaffanculo!
2) grazie a Davide Mana che ha segnalato Warbreaker e grazie a cui ne ho scoperto l’esistenza. Se stessi masterizzando anche io, come lui, vorrei adattare il sistema di magia per un’avventura o una mini-campagna 🙂
3) La copertina bellissima è opera di Dan Dos Santos: un grande coi pennelli! *__*

Mica ho smesso di giocare di ruolo!


Nuovo party, nuovi giocatori. Beh, è da qualche mese che giochiamo assieme, ma è come se fossimo ancora in rodaggio.
Nuovo party e nuovo sistema, almeno per alcuni: Pathfinder.
Partiti di 1° livello, ora siamo al 3°. Sta andando abbastanza bene, direi.
C‘è l’halfling ladro-stregone, futuro arcane trickster, che ha cambiato una mezza dozzina di nomi, fuma erba, ha una nonna inferma e inventata, e giusto due settimane fa ha fatto uno “charme person” che ha intristito il master. Contando che il giocatore tende a cambiare PG a nastro (per insoddisfazione o voglia di testare qualche novità), è un miracolo che abbia solo cambiato nomi a raffica. Ora si chiama Hanson, giovedì prossimo chissà!
C’è il mago Infernus Firestaff che, incredibile a dirsi, ama il fuoco. E soffre della sindrome del mago di Pathfinder: perché lanciare incantesimi quando puoi lanciare il bastone? Ce l’aveva il mago di Ennio-sama, ce l’ha Infernus.
C’è il mezz’orco barbaro. Prima c’è stato Hirad Coldfoot, barbaro 1° – oracolo 1°, futuro Rage prophet. Poi Hirad è morto e visto che avevamo appena catturato un mezz’orco di nome Gurth il nuovo personaggio è Gurth. A sto giro solo barbaro, che G. deve pestare e basta.
C’è la mia chierica, Ekaterine Ktanu. È un chierico atipico. Divinità: Nethys, che è un dio schizofrenico che vuole distruggere il mondo ma anche proteggerlo. E così Ekaternie protegge e distrugge. E invece di incanalare energia positiva, incanala energia negativa. Che per uno che non conosce Pathfinder, non vuol dire gran ché… Diciamo che un chierico buono usa questo incanalare per curare i vivi o danneggiare i non-morti. Un chierico malvagio (energia negativa) usa la stessa capacità per curare non-morti e danneggiare i vivi. Io ho scelto la via del malvagio: dolore ai vivi. Per ora rende.
E poi c’è il MPPDM che fa il master e ha voglia di giocare anche lui, quindi tra un po’ passeremo alla 4th Edition, con G. come master. Se come giocatore deve pestare, uno non può certo aspettarsi che miri ad altro nel masterizzare, no? E quindi forse farò un barbaro.