Come non fare marketing


marketingTra i numerosissimi modi per cercare di farsi pubblicità, ci sono anche quelli che sarebbe meglio evitare come la peste. Tipo trasformarsi in uno spambot che, invece di comunicarti un’eredità milionaria farlocca o pubblicizzare magiche pillole blu, tartassa il mondo col proprio ebook.

Diciamocelo: in pubblicità c’è poco di controproducente quanto l’irritare a morte il possibile compratore.
Perché ok il “bene, male, basta che se ne parli”, ma se nessuno ne parla perché cestina direttamente la pubblicità insultante, qualcosa è andato storto.

Il che ci porta a noi: me, la mia casella di posta elettronica, e la mail che ho ricevuto ieri. Una mail che più passavano i minuti, più faceva fremere i miei sensi da ragno.

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Professionalità, chi era costei?


Disclaimer: questo è un post dei Momenti Rottenmeier. Ovvero seghe mentali da cagacazzo. Non è rivolto a un individuo o oggetto in particolare. È un ragionamento ampio, che credo sia adattabile, con i distinguo del caso, a tutto ciò che è “svolgere una professione”, basta cambiare le parole chiave. Se il fulcro è la scrittura, è perché sento che la scrittura sia più soggetta a questa situazione.

Premessa: tra lettore e scrittore esiste un patto implicito.
Lo scrittore, da un lato, si impegna a lavorare al meglio delle sue possibilità per produrre un testo sensato, aderente ai requisiti minimi del genere*, grammaticalmente corretto e che sia significativo nel suo ambito**.
Il lettore, d’altro canto, si impegna a dare del tempo e dell’impegno (spesso anche del denaro) allo scrittore, a lasciare il controllo della propria mente nelle mani “sapienti” dello scrittore, se è il caso a sospendere la propria incredulità.
Un patto non da poco. Impegno professionale in cambio di molta fiducia.
E qui è il punto, in quella parolina con la p. Professionale.
Forse sono io che sono un’illusa utopista, però nutro sempre la speranza che dietro a un lavoro, non solo quello dello scrittore, ci sia un’etica professionale di massima, che spinga a fare il proprio meglio, a controllare e ricontrollare il proprio operato, a temere l’errore non solo per via dell’opinione altrui, ma anche e soprattutto per potersi sentire orgogliosi di quel che si fa. È per questo che sono una cagacazzi. Perché, pur aspettandomi il peggio, spero sempre nel meglio, anche se so che è una speranza irrealistica. Spero sempre nell’estrema professionalità dell’altro. Imploro almeno la professionalità minima.
Sorvoliamo su un campo come quello della coerenza interna del testo: dovrebbe essere la base, sempre. Se manca, quasi certamente manca la significatività cui accennavo all’inizio, oppure, se anche della significatività sopravvive, risulta indebolita. Scrivere un testo (saggio, romanzo, post) senza logica e coerenza non è un atto “non professionale”: è idiozia, e il fatto che cose del genere vengano anche pubblicate e vendute è un insulto all’intelligenza dei lettori. Gli esempi si sprecano, Tuailait docet. Basta tenere acceso il cervello mentre si legge e non accontentarsi di farsi solo intrattenere, per rendersene conto.
La coerenza è il minimo sindacale. Ma io non mi accontento.
Detesto gli errori di battitura. A seconda del genere, sono una pecca più o meno scusabile. Il blog, per sua natura, tende ad essere un genere “veloce”, all’interno del quale l’errore di battitura o la mancata applicazione di convenzioni tipografiche è scusabile. Nel libro, sia esso saggistica o fiction, e nell’articolo per rivista l’errore di battitura dà più fastidio, perché si suppone, a torto o a ragione, che prima della pubblicazione il libro sia passato attraverso abbastanza fasi e mani da scongiurare o minimizzare i famigerati typos. Una manciata di errori di battitura in un libro di 600 pagine è un caso scusabile. 100 pagine e un errore ogni due facciate è un po’ meno accettabile.
Altro punto dolente, le parole usate a sproposito: in certi contesti mi provocano tristezza, in altri solo schifo supremo. Lo schifo te lo provocano casi come quel libro di Buticchi in cui c’era un “rappresaglie” per descrivere azioni che erano plateale “guerriglia”: ho finito con l’abbandonare Buticchi come autore anche per colpa di quelle rappresaglie usate ad minchiam***.
E la tristezza infinita? La tristezza infinita mi nasce in quei casi in cui senti, quasi palpabile, la voglia di farsi figo, anche solo di dimostrare di sapere usare parole diverse da quelle di tutti i giorni. Nel tentativo di sfoggiare erudizione, bello stile, o Cthulhu solo sa cosa, uno usa una parola di cui non conosce l’esatto significato e finisce col dire qualcosa di diverso, quando non l’opposto di quel che intendeva. Così si incontra “edulcorati” per “scevri”, “puntellate” per “punteggiate”. O “stucchevole”  in un contesto assolutamente positivo, ergo usato senza avere ben chiaro cosa voglia dire stucchevole. Triste, a volte con una punta di patetico.
E poi ci sono le traduzioni. Harry Potter ha mostrato il meglio e il peggio di quel che si può fare, e già ne ho parlato a sufficienza. Ma bastava “IT”, con la sua “libreria pubblica” per “public library”. Oppure, più recente, c’è il caso di “Sandman Slim“, col terribile traduttore italiano che traduce la frase “Turns out, the guy is Santa, Tooth Fairy, and the Easter Bunny all rolled into one” (p. 6, paperback inglese) con “Scopro che Brad è Babbo Natale, la fata turchina e Easter Bunny messi insieme” (p. 14, estratto gratuito disponibile qui), che dimostra che il suddetto traduttore ignora il concetto di Coniglietto Pasquale, quello di Fatina dei Denti e si prende libertà nel tradurre “the guy” (il tizio) con “Brad”, ovvero il soprannome che il protagonista ha dato mentalmente al tizio. Potrei fare una battuta su come i Disapproving Rabbits siano schifati dal traduttore e dalla sua mancanza di informazione, o su come le fatine dei denti di Hellboy abbiano voglia di spiegargli la propria esistenza.
La signorina Rottenmeier che è in me, invece, vuole puntualizzare una cosa sola: per colpa di questa traduzione fatta alla cazzo, io ho comprato il tascabile in inglese su Amazon, invece di dare i miei soldi alla Fanucci. La professionalità, o sua mancanza, hanno conseguenze. Reputazione alla lunga sputtanata, mancate entrate, cose così.

La mia parte coccolosa vorrebbe fare un distinguo, chiedere clemenza per chi cade in tutti questi errori ma senza chiedermi un centesimo, per chi mette in download gratuito i suoi ebook. Clemenza? Bullshit!
Vogliamo dignità come lettori? Non dobbiamo accontentarci della merda che ci spalano addosso, sia essa gratuita o a pagamento.
Vogliamo dignità come scrittori o scribacchini? Non possiamo accontentarci della mediocrità, del come-viene-viene, di sbattere in faccia al pubblico errori che dovrebbero sparire superata la quinta elementare, di pubblicare scritti mai riletti, editati o visti da altri!
Vogliamo dignità? Ottimo, ma dobbiamo guadagnarcela con un minimo di professionalità, non pretenderla perché sì.
Chiedo troppo, a volere che la gente faccia il suo lavoro in maniera professionale? È troppo sperare che chi ha un hobby ci metta l’impegno minimo per renderlo tecnicamente sufficiente?

* Con genere non intendo “giallo, fantasy, ecc.”, ma un più ampio concetto di “articolo giornalistico, post di blog, racconto, romanzo, recensione”; ed è ovvio che ognuna di queste forme di scrittura ha le sue caratteristiche e i suoi requisiti di appartenenza.
** Per dire, la recensione cui accennavo qui non è un prodotto significativo, visto che non dice nulla di nulla, limitandosi a copiare e incollare testi altrui. Avere significato qui è usato non per indicare che le frasi hanno senso compiuto, ma che l’insieme dà un contributo di pensiero o novità al genere cui appartiene. Più ampia la significatività, meglio è, ma anche un piccolo contributo è meglio del nulla cosmico del copia-incolla.
*** Ho detto “anche per colpa di”: il libro in questione aveva una trama orenda, degli uomini preistorici che giocavano al dottore, uno scontatissimo oggetto “magggico” che era prevedibilmente del materiale radioattivo, una padronanza della tecnica scrittoria a dir poco pietosa e, lo ripeto, una trama orrenda. Quel rappresaglie è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Piccolo dizionario dell’entropia


Sottotitolo: di che caspio parlo quando uso strane parole o nomi qui dentro

E come al solito, non ce n’è come pubblicare un post in cui spiego perché non ho voglia/tempo di scrivere sul blog, per sturare il lavandino della scrittura.
E quindi mo’ il blog si becca un post a cui sto meditando da secoli:
 
Caspio: mai visto Futurama? Lo usano come imprecazione generica, dove uno metterebbe un cazzo. Un po’ come il frac al posto di fuck di Battlestar Galactica.
Cthulhu: il grande Cthulhu è la seconda divinità tutelare di questo luogo. Se non lo conoscete siete degli adorabili nani di fosso, ma sappiate che potete rimediare: c’è un comodo e-book a 4.99 euri con tutti gli scritti di tale H.P. Lovecraft, in cui troverete Cthulhu e i suoi compagni di gioco Nyarly, Azathoth, Asth- e Shubby. Se non volete spendere, fatevi un po’ di cultura gratis ridendo sulla Unspeakable Vault (of Doom).
Generale Klingon: mai visto Star Trek? Il generale Klingon è mia madre. Mia nonna (che poi è sua madre) la chiama Badoglio. Capito perché qui dentro la chiamo così?
MPPDM: ovvero il Mago Più Potente Del Mondo, ovvero la mia dolce metà. Tutta colpa di un suo personaggio di D&D dall’abominevole output di danno, che il master temeva e quindi limitava. Sfortunatamente il MPPDM scoprì il nome "Max Damage" solo dopo aver smesso di giocare quel personaggio, sennò…
Nano di fosso: creatura dell’Advanced Dungeons and Dragons, che splende in tutto il suo (scarsissimo!) splendore in uno dei romanzi delle Dragonlance. I nani di fosso sono piccoli, abitano sottoterra e sono dotati di risibile intelligenza. Il più intelligente della tribù, se ricordo male, riusciva a contare addirittura fino a 3: un pericoloso intellettuale! Per estensione, dare a qualcuno del nano di fosso non è esattamente come dargli del premio Nobel.
PDSI: Percezione dello schifo incombente. Ovvero leggere quello che hai scritto e aver voglia di cancellarlo dall’universo perché fa schifo in maniera irrimediabile. La vera PDSI è fallace, nel senso che c’è possibilità di rimedio. La vera PDSI non si palesa di fronte al vero e irrimediabile schifo.
Pigrus: divinità tutelare di questo luogo. È il dio di pigrizia, gatti, bradipi, scale mobili e ogni oggetto inventato al solo scopo di evitare il sudore della fronte o inutili movimenti. In quanto signore della pigrizia e del sonno, Pigrus non è che faccia molto a parte dormire e ispirare pigrizia, e si compiace di chi fa altrettanto. (Io sono una grande sacerdotessa di Pigrus, anche se non si direbbe dalla logorrea.) Pigrus non regna, non detta regole, non punisce, non indice guerre sante, non pretende nulla. Pigrus è. Nella peggiore delle ipotesi corruga la fronte all’apice dello sdegno.
Sindrome di Dork Tower: da un volumetto (di cui non ricordo il nome e che non riesco a scoprire via internet!) del fumetto Dork Tower. Per essere sintetici e appagare Pigrus: si tratta di sindrome da acquisto compulsivo per nerd. (Per essere inutilmente logorroici: un personaggio si chiede chi cavolo abbiano intervistato, quelli del marketing dei film de Il signore degli anelli, per decidere di fare settantacinque versioni diverse del dvd ognuna con un diverso gadget orrendo. La risposta: un altro dei personaggi canonici del fumetto, che a ogni proposta ha urlato “It must be mine!”, ovvero la sua catchphrase). La sindrome esprime il meglio di sé quando il nerd cede alla compulsione urlando “It must be mine!”
Tenerini: da Kung Fu Panda. È l’equivalente di “gioielli di famiglia”.
Waffle: da The Gamers 2 – Dorkness Rising. Vedere la nota in fondo a questo post. Per i pigri: cialda dolce americana che nel film è usata come “grido” di felicità e soddisfazione e notevole divertimento (con la locuzine “Total Waffle!” come rafforzativo).

Un altro esame è andato!


Vi ricordate la storia delle 140 pagine al dì di studio in questo post? Ebbene, che sia sotto forma di croccante crosticina o sotto forma di misteriosa salsa di cui non si vogliono sapere gli ingredienti, sembra che qualcosa sia effettivamente rimasto attaccato ai neuroni fritti dallo sforzo. E quindi con orgoglio posso cancellare un altro esame dalla lista.
Con stupore vi invito a prendere atto e a condividere il mio summenzionato stupore per le seguenti cose:
1) in un esame di storia romana è imbarazzante non sapere dire nulla su Silla! La ragazza a cui è successo non è stata né bocciata né immolata su un altare degli dei del caos, cosa che mi ha molto stupita: o questo è un esame fuffa, oppure il prof è troppo buono!
2) il manuale su cui ho studiato, questo libro, per tutto il tempo mi chiama Ottaviano “Ottavio”! Ehi, tre francesi, ma siete scemi voi o il traduttore era stato appena cacciato dalla Edzioni Nano di Fosso?
3) in un esame di storia romana è imbarazzante, quando qualcuno nomina Ottaviano, riuscire a dire solo: “Oddio, è quello…. Quello… quello del secondo triumvirato, vero?” (ovviamente con faccia terrorizzata perché nel cervello ci sono solo le balle di fieno che rotolano scosse da un tornado!). Anche per questo genio del male vale quanto detto per la ragazza del punto 1…
4) mi sono sentita dire da una ragazza che faceva l’esame (un’altra, non è quella del punto 1 e neanche quella del punto 3, il che mi fa pensare a un’epidemia di ochette) che sono “Troppo una grande” perché per l’esame ho preparato un libro in inglese. Spero tanto che la ragazza fosse al suo primo esame, altrimenti presto si scontrerà con la realtà: se il prof ti dice “salta”, tu salti, oppure cambi esame, ben pochi sono disposti a cambiarti un libro solo perché tu non sai l’inglese! E se non era il suo primo esame, l’attendono momenti difficili!