Parola in libertà


“L’irlandese si lasciò trascinare fino alla parete opposta, scarsamente illuminata da due candele: là, esteso dal pavimento al soffitto e da un angolo all’altro e disegnato con estrema cura in una serie di sottile e ravvicinati tratti a penna, c’era un vasto affresco.
Duffy diede per pura cortesia un fugace sguardo al vortice di figure contorte. Quando aveva visto per la prima volta quel lavoro, all’incirca sette anni prima, Duffy aveva dovuto avvicinarsi parecchio per riuscire a distinguere gli ancor vaghi tratti delle figure sul muro bianco; e quando poi aveva lasciato Vienna, alla fine del ’26, il muro aveva ospitato un disegno abilmente tratteggiato, affollato di figure e vago nel soggetto, ma di esecuzione perfetta. Adesso, il lavoro risultava molto più scuro, perché ogni giorno l’artista vi aggiungeva centinaia di tratti, approfondendo le ombre, e, con estrema gradualità, arrivando addirittura a cancellare alcune delle figure periferiche.” (da Tim Powers, Il Re Pescatore, traduzione di Annarita Guarnieri).

Sedativi per la Rottenmeier, please, e in fretta!
(il grassetto è mio, e il problema è tutto in quella parola)

Ucronie impure


Avvertenza: questo post, come testimonia la fotina qui sopra, appartiene ai momenti Rottenmeier (vedere qui per spiegazioni). Il cagacazzismo avrà libero sfogo e la maestrina con la biro rossa che alberga in me si darà alla pazza gioia. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Titolo: Ucronie Impure
Autore: a cura di Alessandro Girola
Pagine: 155
Genere: antologia di 10 racconti ucronici
Editore: autopubblicato
Lingua: italiana
Prezzo: gratis qui.
Copertina: frutto di un concorso, ha vinto Luca Morandi, bravissimo come al solito.

Piccola nota: il concorso da cui è nata l’antologia imponeva un racconto ucronico in cui, a scelta dell’autore, potevano comparire o meno elementi fantastici. Da qui l’aggettivo “impure” nel titolo. Sarà perché amo un cicinino il fantastico, ma le ucronie più impure mi sono piaciute molto.

Bene, è ora della pseudo-recensione, in ordine di comparizione

Alla corte del monaco nero di Cristian Leonardi è forse la più “impura” delle ucronie presenti, e questo mi piace. Partendo da Rasputin e la sua fama di mago, e dalle fascinazioni esoteriche del Terzo Reich, l’autore mette insieme uno spunto ucronico interessante, tuttavia pesante da leggere per cause tecniche. C’è modo e modo di dare informazioni, quello usato qui non è dei migliori. Anche nelle sezioni in cui in teoria è Marie che ricorda, fa, pensa, talvolta si sente il narratore onnisciente, cosa che stona. Aggiungiamo avverbi in -mente a cascata, anche quando non servono (tipo “concisamente” per descrivere uno che risponde con una sola parola), e la scorrevolezza ne risente ancora di più. Parere personalissimo: nulla di inquietante né nel rituale di Rasputin, né nella visione della zarina. Peccato.

Aria di Mattia Tasso: spunto ucronico caruccio; il personaggio di Hoover ti fa chiedere se ci è o ci fa (e non so decidere se è un bene o un male); Whitney è un vero squalo, mi piace; il povero Frank Miller rimane sulla scena troppo poco per avere spessore. Invece suo figlio, Frank Junior, mi suona abbozzato: in ufficio non fa una grinza di fronte al sistema di cui è ingranaggio, manco fosse lobotomizzato, ma appena arriva a casa è tutto tormenti e rimpianti. Qualche particolare in più e meno parole generiche (“architettura evoluta e curata”, “particolari pregiati e ricchi”) avrebbero dato più profondità a certe scene, anche se, a essere onesti, si tratta di meri sfondi per le elucubrazioni dei personaggi o i pistolotti del narratore onnisciente, che anche qui ci va giù abbastanza duro. L’azione è ridotta ai minimi termini e un po’ spiace. Qualche frase (su tutte: “Lo schifo che provava nei confronti di sé stesso evitò l’occorrere del tempo per pensare.”) suona malissimo.

Il millenario Regno d’Italia di Ariano Geta: questo è uno degli spunti che più mi sono piaciuti, lo scarto tra come è andata e come poteva andare è notevole e molto interessante, ne esce un’Italia guerresca, focalizzata sull’ambito militare. Ho molto apprezzato il fatto che siano un tondo e una poesia a svelare l’identità famosa di due personaggi che nel mondo ucronico sono due sconosciuti. Come ha fatto notare qualcuno la sezione del ritrovamento della poesia può suonare artefatto, ma ad essere sinceri a me non importa molto, era funzionale ed è stata gestita al meglio delle possibilità offerte anche da un numero di parole ristretto. Un unico refuso su tutto il racconto (“Ma si trattava pur sempre una potenza”), controbilanciato dalla lettera di Sandorfi che, oltre ad essere un modo elegante per dare informazioni al lettore, è ottima. Piccolo plauso personale per essere riuscito fino all’ultimo a tenermi sulle spine con la questione di chi potesse essere il soldato fiorentino.

Kalokagathia di Angelo Cavallaro. È il racconto vincitore del concorso ma lo trovo di pesantezza incredibile. Brutto a dirsi, ho avuto l’idea di iniziare a leggere da qui e dopo poche righe ho pensato di abbandonare l’antologia. Non l’ho fatto. L’iniziale spunto ucronico di questo racconto a me è sembrato prevedibile, mentre il finale è prevedibile ma solo in quanto logica conseguenza del racconto stesso (il che è un pregio, se non si fosse capito). Lo stile credo voglia imitare quello dell’epica greca, ma, ripeto, per me è stato di pesantezza notevole. Sarebbe stato sfizioso se più “impurità” avesse messo piede nella storia, magari coi Mirmidoni che sono davvero formiche trasformati in uomini, o con qualche comparsata divina. Così com’è, lo sforzo di Cavallaro per avvicinarsi al linguaggio antico è notevole, ma per me non lo ripaga.

La fine della diaspora di Ferruccio Gianola: Custer vincitore e presidente, e i Sioux in esilio nel mondo che vogliono vendetta, sono due belle idee. La parte più meramente linguistica non mi sembra all’altezza: qualche caso di termini ridondanti (“le nocche delle mani”, “la locomotiva di una ferrovia”), un “istorica” fuori posto (istorico = storico, che non ha senso nella frase), un “non vedo il momento” che suona goffo (perché non “non vedo l’ora”?), un “gli” che dovrebbe essere un “loro”, alcune “è” a inizio frase che dovrebbero essere maiuscole e un paio di virgole mancanti. Un paio di periodi a pagina 78 avrebbero guadagnato da una rilettura, così come sono incespicano molto.
Bill Orso Veloce sembra avere la profondità morale di un cartonato. A parte l’impressione di stupore continuo e l’entusiasmo per il proprio compito che lo porta a discuterne ad alta voce in una sala affollata (non proprio la prima regola del manuale del cospiratore…), ha un solo nanosecondo di dubbi morali all’idea di poter scatenare una guerra e poi più nulla, come se manco gliene avessero accennato. Meritava qualcosa di più, già solo per il fatto che andava a uccidere quella carogna di Custer.

La regina dei pirati d’Atlantide di Davide Mana è un’altra delle storie che contaminano l’ucronia con il fantastico, di nuovo approvo. Mi aspettavo qualcosa tipo che Atlantide era in realtà l’America, non scoperta per ragioni varie ed eventuali, quindi ho apprezzato la sorpresa di leggere che Atlantide è Atlantide e il perché nessuno vi fosse andato prima. Gli automi e i re “ibernati” mi sono piaciuti molto, così come la scena del risveglio. Peccato che la strada per arrivarci sia dovuta essere, per forza di cose, così lunga (l’alternativa era molto più infodump-osa di così). Gli ultimi paragrafi mancano un po’ di mordente ma l’unico difetto del racconto credo sia la mancanza di approfondimento dei personaggi e conseguente impressione indistinta (il tutto per la solita mancanza di spazio connaturata al racconto). È comunque una cosa sopportabile. Curiosa la scelta del termine “impedimenta”, anche se adatta a un ragazzo che vuole darsi un tono.
Niente veri refusi, solo un periodo che poteva essere più scorrevole e un altro (“Se credessi in Dio,” replicò lord Percy, ergendosi in tutta la sua altezza, “direi che sarebbe maledettamente ora che si decidesse da che parte sta.”) che è molto poco chiaro.

Reliquie di Diego Bortolozzo. Molto bella l’idea delle reliquie cristiane e della loro potenza, e la conseguenza di avere i templari ancora in lotta contro gli infedeli nel XX secolo. La realizzazione, invece, fa imbufalire la Rottenmeier che è in me: virgole in libertà (spesso tra soggetto e verbo, oppure assenti a sproposito); il termine “saladini” che, per quanto comodo alla narrazione, è inventato (dizionario e wikipedia dixerunt); delle ripetizioni che invece di rafforzare il concetto appesantiscono e basta; dei punti a separare frasi che stavano meglio insieme, così non ne guadagnano né in leggibilità né in enfasi; il fatto che è tutto un immenso racconto da parte di un narratore onnisciente, che uccide il pathos anticipando le svolte narrative.
Subito in apertura c’è un incendio ma se il lettore non è esperto di storia medievale o non ha wikipedia sotto mano, si porrà una legittima domanda (cosa sta bruciando?) e non avrà mai risposta nel corso del racconto. “Il cardinale anziano si portò verso la mappa appesa al muro, solitamente coperta da un grande affresco” dà i brividi, ma spero sia solo stato scritto di corsa e non riletto. La parte sul Fronte Orientale è piena di frasi che potevano essere scritte meglio, e di eventi visti ora con la mentalità di una parte, ora con quella dell’altra, mentre avrebbe giovato separare meglio le due visioni, o rimanere su una sola.

Rintocchi di Stefano Sciarpa è il mio racconto preferito. L’idea è bella, gestita bene, con pochi sbrodolamenti e solo qualche magagna tecnica (un paio di zone con “poi” a raffica; l’assenza di linguaggio tecnico al posto di generici “un’apertura circolare alla sua destra”; un “Puntò il dito” che credo abbia come soggetto Boch ma non ne sono troppo sicura). I rintocchi della campana e rispettive conseguenze sono ottimi, la conclusione ha la giusta dose di umorismo. S’è capito che è il mio preferito?

Squali contro alieni di Simone Corà inzia con un refuso (il cognome con doppia maiuscola), prosegue con una frase in cui temo manchi qualcosa (“Patrizio cade, e che non c’è modo migliore per iniziare a registrare su questo trabiccolo che mi hanno dato”) e a cui ne seguono un’altra in simili condizioni e, più avanti, un “benché meno” che dovrebbe essere un “men che meno”. Nonostante ciò, il racconto si fa leggere e apprezzare, e anche molto. È l’unico dei racconti dell’antologia a prendersi poco sul serio, o a non dimenticare l’autoironia nell’altro paio di pantaloni. I personaggi sono sopra le righe ma a loro modo apprezzabili, anche i razzisti Kotipelto, e alla fine, pur nel tripudio di follia e pulp-ume (a partire dal titolo), la storia riesce pure a lasciare un po’ di malinconia per… beh, tutto quanto. Anche qui plauso per l’ucronia, ma soprattutto per l’ibridazione che porta all’entrata in scena dell’Ideon e quindi alla costruzione dello Squalo.

Tlaloc verrà di Alessandro Forlani. La storia è bella, ha un particolare stonato verso il fondo (i guerrieri che aspettano invece di entrare subito in casa fanno una discreta cazzata, IMHO) ma a parte questo fila bene, soprattutto grazie al fatto che le scelte dei due protagonisti sono ben coerenti. L’ucronia mi è piaciuta, per quanto forse un po’ azzardata (organizzarsi per un viaggio di durata sconosciuta con massimo 24 ore di tempo non dev’essere facile…). Quello che non mi ha esaltata è lo stile. Molto barocco, troppo pesante per i miei gusti. Ricco di colori e dettagli, ma con una costruzione dei periodi troppo arzigogolata per potermi piacere (“Ti erano molto costate?” “gote rubizze d’aria aperta”). Ah, sì, c’è un “Dì nonno” che dovrebbe essere “Di’, nonno” (ma la virgola è opzionale).

Piccola considerazione conclusiva, valida per Aria ma anche per tanta roba che leggo su internet: ma la consecutio temporum sta passando di moda? Sigh!

Sconforto


Ci sei dentro, le cose si muovono, tutto sembra funzionare, più o meno. Gli eventi ci sono, la gente più o meno partecipa, il caos che copre tutto ogni tanto lascia intravedere l’ordine sottostante, i volontari volontareggiano, quelli pagati fanno o forse non fanno e chi lo capisce è bravo.
E poi, d’improvviso, quel vago senso di sconforto.

Non per chissà che. Non per il fatto di non sapere oggi a che ora dovrai fare la cosa X domani. Non per quei marmocchi disciplinati come bufali in corsa, né per quei genitori partecipativi come se li stessi portando al patibolo. Neanche per il generale senso di pressapochismo e disorganizzazione.
È per Tizia.
La devi incontrare, ci devi interagire per almeno un’oretta ma i suoi libri non li hai mai letti, anche perché sei fuori target da almeno 15 anni. Allora decidi di informarti.

Parti dal suo sito, ché se una deve dire fregnacce è più probabile che le dica in casa sua.
E ti arriva lo sconforto.
Non sai se sia per la botta di presunzione di chiamare in causa, come “filone” in cui vuole infilarsi, un pout purrì composto tra gli altri da X-Men, Harper Lee, Nancy Drew, It e pure il povero Sandman di Gaiman (quest’ultimo Cthulhu solo sa perché!).
Oppure potrebbe essere per la commistione di avventura che (così ti dice) fa rischiare la vita ai protagonisti ma riesce anche a trattare temi etici da educatore, tra cui i bulli e l’onnipresente rapporto genitori-figli.
Potrebbe essere colpa del fatto che Tizia senta la necessità di dire che i protagonisti sono molto diversi tra loro, e tu, che speravi in un romanzo con 10 protagonisti fotocopia, rimani deluso.
Ma forse è solo per il fatto che Tizia si debba premurare di avvisarti che i momenti umoristici non mancano durante i suoi romanzi “autenticamente paurosi”, a farti sentire depressa.

Professionalità, chi era costei?


Disclaimer: questo è un post dei Momenti Rottenmeier. Ovvero seghe mentali da cagacazzo. Non è rivolto a un individuo o oggetto in particolare. È un ragionamento ampio, che credo sia adattabile, con i distinguo del caso, a tutto ciò che è “svolgere una professione”, basta cambiare le parole chiave. Se il fulcro è la scrittura, è perché sento che la scrittura sia più soggetta a questa situazione.

Premessa: tra lettore e scrittore esiste un patto implicito.
Lo scrittore, da un lato, si impegna a lavorare al meglio delle sue possibilità per produrre un testo sensato, aderente ai requisiti minimi del genere*, grammaticalmente corretto e che sia significativo nel suo ambito**.
Il lettore, d’altro canto, si impegna a dare del tempo e dell’impegno (spesso anche del denaro) allo scrittore, a lasciare il controllo della propria mente nelle mani “sapienti” dello scrittore, se è il caso a sospendere la propria incredulità.
Un patto non da poco. Impegno professionale in cambio di molta fiducia.
E qui è il punto, in quella parolina con la p. Professionale.
Forse sono io che sono un’illusa utopista, però nutro sempre la speranza che dietro a un lavoro, non solo quello dello scrittore, ci sia un’etica professionale di massima, che spinga a fare il proprio meglio, a controllare e ricontrollare il proprio operato, a temere l’errore non solo per via dell’opinione altrui, ma anche e soprattutto per potersi sentire orgogliosi di quel che si fa. È per questo che sono una cagacazzi. Perché, pur aspettandomi il peggio, spero sempre nel meglio, anche se so che è una speranza irrealistica. Spero sempre nell’estrema professionalità dell’altro. Imploro almeno la professionalità minima.
Sorvoliamo su un campo come quello della coerenza interna del testo: dovrebbe essere la base, sempre. Se manca, quasi certamente manca la significatività cui accennavo all’inizio, oppure, se anche della significatività sopravvive, risulta indebolita. Scrivere un testo (saggio, romanzo, post) senza logica e coerenza non è un atto “non professionale”: è idiozia, e il fatto che cose del genere vengano anche pubblicate e vendute è un insulto all’intelligenza dei lettori. Gli esempi si sprecano, Tuailait docet. Basta tenere acceso il cervello mentre si legge e non accontentarsi di farsi solo intrattenere, per rendersene conto.
La coerenza è il minimo sindacale. Ma io non mi accontento.
Detesto gli errori di battitura. A seconda del genere, sono una pecca più o meno scusabile. Il blog, per sua natura, tende ad essere un genere “veloce”, all’interno del quale l’errore di battitura o la mancata applicazione di convenzioni tipografiche è scusabile. Nel libro, sia esso saggistica o fiction, e nell’articolo per rivista l’errore di battitura dà più fastidio, perché si suppone, a torto o a ragione, che prima della pubblicazione il libro sia passato attraverso abbastanza fasi e mani da scongiurare o minimizzare i famigerati typos. Una manciata di errori di battitura in un libro di 600 pagine è un caso scusabile. 100 pagine e un errore ogni due facciate è un po’ meno accettabile.
Altro punto dolente, le parole usate a sproposito: in certi contesti mi provocano tristezza, in altri solo schifo supremo. Lo schifo te lo provocano casi come quel libro di Buticchi in cui c’era un “rappresaglie” per descrivere azioni che erano plateale “guerriglia”: ho finito con l’abbandonare Buticchi come autore anche per colpa di quelle rappresaglie usate ad minchiam***.
E la tristezza infinita? La tristezza infinita mi nasce in quei casi in cui senti, quasi palpabile, la voglia di farsi figo, anche solo di dimostrare di sapere usare parole diverse da quelle di tutti i giorni. Nel tentativo di sfoggiare erudizione, bello stile, o Cthulhu solo sa cosa, uno usa una parola di cui non conosce l’esatto significato e finisce col dire qualcosa di diverso, quando non l’opposto di quel che intendeva. Così si incontra “edulcorati” per “scevri”, “puntellate” per “punteggiate”. O “stucchevole”  in un contesto assolutamente positivo, ergo usato senza avere ben chiaro cosa voglia dire stucchevole. Triste, a volte con una punta di patetico.
E poi ci sono le traduzioni. Harry Potter ha mostrato il meglio e il peggio di quel che si può fare, e già ne ho parlato a sufficienza. Ma bastava “IT”, con la sua “libreria pubblica” per “public library”. Oppure, più recente, c’è il caso di “Sandman Slim“, col terribile traduttore italiano che traduce la frase “Turns out, the guy is Santa, Tooth Fairy, and the Easter Bunny all rolled into one” (p. 6, paperback inglese) con “Scopro che Brad è Babbo Natale, la fata turchina e Easter Bunny messi insieme” (p. 14, estratto gratuito disponibile qui), che dimostra che il suddetto traduttore ignora il concetto di Coniglietto Pasquale, quello di Fatina dei Denti e si prende libertà nel tradurre “the guy” (il tizio) con “Brad”, ovvero il soprannome che il protagonista ha dato mentalmente al tizio. Potrei fare una battuta su come i Disapproving Rabbits siano schifati dal traduttore e dalla sua mancanza di informazione, o su come le fatine dei denti di Hellboy abbiano voglia di spiegargli la propria esistenza.
La signorina Rottenmeier che è in me, invece, vuole puntualizzare una cosa sola: per colpa di questa traduzione fatta alla cazzo, io ho comprato il tascabile in inglese su Amazon, invece di dare i miei soldi alla Fanucci. La professionalità, o sua mancanza, hanno conseguenze. Reputazione alla lunga sputtanata, mancate entrate, cose così.

La mia parte coccolosa vorrebbe fare un distinguo, chiedere clemenza per chi cade in tutti questi errori ma senza chiedermi un centesimo, per chi mette in download gratuito i suoi ebook. Clemenza? Bullshit!
Vogliamo dignità come lettori? Non dobbiamo accontentarci della merda che ci spalano addosso, sia essa gratuita o a pagamento.
Vogliamo dignità come scrittori o scribacchini? Non possiamo accontentarci della mediocrità, del come-viene-viene, di sbattere in faccia al pubblico errori che dovrebbero sparire superata la quinta elementare, di pubblicare scritti mai riletti, editati o visti da altri!
Vogliamo dignità? Ottimo, ma dobbiamo guadagnarcela con un minimo di professionalità, non pretenderla perché sì.
Chiedo troppo, a volere che la gente faccia il suo lavoro in maniera professionale? È troppo sperare che chi ha un hobby ci metta l’impegno minimo per renderlo tecnicamente sufficiente?

* Con genere non intendo “giallo, fantasy, ecc.”, ma un più ampio concetto di “articolo giornalistico, post di blog, racconto, romanzo, recensione”; ed è ovvio che ognuna di queste forme di scrittura ha le sue caratteristiche e i suoi requisiti di appartenenza.
** Per dire, la recensione cui accennavo qui non è un prodotto significativo, visto che non dice nulla di nulla, limitandosi a copiare e incollare testi altrui. Avere significato qui è usato non per indicare che le frasi hanno senso compiuto, ma che l’insieme dà un contributo di pensiero o novità al genere cui appartiene. Più ampia la significatività, meglio è, ma anche un piccolo contributo è meglio del nulla cosmico del copia-incolla.
*** Ho detto “anche per colpa di”: il libro in questione aveva una trama orenda, degli uomini preistorici che giocavano al dottore, uno scontatissimo oggetto “magggico” che era prevedibilmente del materiale radioattivo, una padronanza della tecnica scrittoria a dir poco pietosa e, lo ripeto, una trama orrenda. Quel rappresaglie è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Illuminazione (divina?)


Ho avuto un’illuminazione, all’ora di pranzo. Ero lì, che lavavo i piatti, e all’improvviso l’ho vista.

Era la signorina Rottenmeier, col suo naso all’insù, il suo vestito triste, la crocchia, la voce isterica, gli occhialetti, l’espressione di disprezzo e compatimento.
E ho capito.
Io non ho dentro un critico scassamichia. Io ho dentro una piccola, stronzissima signorina Rottenmeier.

Che brutta illuminazione!

Per festeggiare l’illuminazione, nascono oggi i “Momenti Rottenmeier”. Ovvero la maestrina che è in me allo stato brado.
Paura, eh?