La serie e il worldbuilding


Writer-Series2L’altro giorno mi è capitato sotto il naso un vecchio post di Rachel Aaron, l’autrice (tra le altre cose) dell’utilissimo 2K to 10K. Il post in questione è il primo di una serie di tre, e l’argomento è, beh, come pianificare una serie di romanzi senza uscire di testa. La Aaron parte dalla parte più apparentemente meccanica nel primo post, per poi parlare di come gestire il metaplot (ovvero la serie di eventi totale e tombale) nel secondo, e di come mantenere la coerenza interna nel terzo.

Già i primi due post sono molto utili e sensati, ma il terzo in particolare è quello che più mi ha fatto fare sì-sì-sì con la testa, per varie ragioni.

Primo, perché pure io ho letto storie appartenenti alla grossa branca di fantasy-fantascienza-horror, in cui il mondo all’inizio viene detto funzionare in un modo, ma poi cambia perché all’autore serviva e tanti saluti alla coerenza interna, e pace se la cosa che infrange la coerenza interna del mondo è il/la protagonista.

worldbuilding-wordle4Secondo, perché a volte capitano quelle serie in cui più si va avanti più il mondo si popola di cose che, fino a un attimo prima che comparissero, non c’era nemmeno traccia che esistessero, figurarsi che potessero essere centrali per la trama (non dimenticherò mai la prima volta che viene nominata la fata madrina di Harry Dresden, e io pensavo fosse una battuta, ma no, vera fairy godmother, anche se per fortuna non c’entra nulla con quelle della Disney).

Terzo, perché a volte si sente, che l’autore è partito non avendo le idee perfettamente chiare su quale strada avrebbe percorso con i volumi successivi, e nel primo ha messo qualcosa che non paia col resto, e l’unica è o glissare, o trovare un modo per farle paiare, ‘ste benedette cose, fosse anche solo attraverso un “no, no, era tutta una esagerazione di tizio, quella cosa lì non è mai avvenuta!”

Il fatto è che chiudersi una strada è molto più facile di quel che sembra, soprattutto quando stai cercando di mettere giù un’ambientazione che non sia il mondo reale che tutti conosciamo. Se cominci a far scivolare nel mix magia, mostri, mitologia, suggestioni orrorifiche o altro, il mix si complica. Il che è un bene, e a volte un male.
Soprattutto, è divertente.

sweet-dreamsÈ divertente chiudere gli occhi e immaginare.

Prendere il nostro mondo e decidere quale, dei vari ingredienti presenti in una fittizia dispensa del fantastico, aggiungerci.
Metterci la magia, e decidere come funziona e perché e quale effetto ha (o non ha) sulla vita di tutti i giorni.
Prendere i non morti, e decidere quali ci sono e perché e cosa vogliono dalla non-vita.
Metterci mostri inventati, e decidere come funzionano e cosa fanno e che rapporto hanno col resto del mondo.
Metterci mostri presi dalle tradizioni più disparate, e decidere se hanno bisogno di un twist o se vanno bene lisci, e decidere come e cosa e quando e perché.
Immaginare come gli elementi base e le aggiunte lavorino assieme. Che tipo di ecosistema creino. Che relazioni possano avere tra di loro.
Soprattutto, immaginare come i personaggi della serie si muovano nel loro mondo e come il mondo li influenzi, nel bene o nel male.

Il tutto nella speranza di non fare cazzate, e di scrivere un mondo che abbia senso, catturi e diverta.
E di non arrivare mai al punto in cui ti metti a dare testate al muro perché hai fatto cazzate nel libro che hai appena pubblicato e, porca vacca!, mica puoi tornare indietro!

Io, per sicurezza, continuo a tenere le dita incrociate anche mentre vado avanti. Solo il tempo e chi si leggerà Sweet Dreams (e seguiti) sapranno dirmi se ce l’ho fatta o ho miseramente fallito…

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Un commento su “La serie e il worldbuilding

  1. Pingback: Ebook – Sweet Dreams | Space of entropy

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