Trovare la strada


Writer-Series2Da qualche tempo il mio podcast preferito è cambiato.

Fino a poco fa, era The Thrilling Adventure Hour, solo che ora TAH, dopo dieci anni di onorato servizio, sta chiudendo i battenti del podcast e aprendo le porte a nuovi media. Questo è stato il primo lunedì senza nuova puntata.
Non proprio un bel regalo di compleanno, ma tant’è 😛

La chiusura di TAH implica che ho dovuto trovare un nuovo compagno auditivo per quando sono impegnata a lavare i piatti o cucinare o videogiocare a cose che non richiedano attenzione profonda.

writers-panel-300x3001E così ho trovato il Nerdist Writer’s Panel.Vale a dire: sceneggiatori per il piccolo e grande schermo che chiacchierano in maniera informale di scrittura, televisione, lavori passati/presenti/futuri. Di come funzionano certe writers’ room, di come certi showrunner lavorano, di come sono entrati nell’industria della televisione, di come oltre a entrarci sono riusciti a rimanerci, di come certi incontri durante la stagione del rinnovo degli staff siano una formalità “to check if you wear pants to work”, ma a volte uno possa comunque mandarli a puttane.

Sono chiacchierate illuminanti e folli e divertenti con gente che ha creato show che adoro (Leverage! Burn Notice!) o che lavora per show che derido sentitamente (sì, Cento Vetrine of the Dead, parlo dei tuoi sceneggiatori) o che ha lavorato per show iconici (Buffy, Firefly, The Sarah Connor Chronicles, The Simpsons, Scrubs, American Horror Story).

E sebbene il fulcro sia la televisione (con puntate verso cinema e fumetto), trovo qualcosa di utile per la mia attività di scrittura in ogni puntata.

A volte è solo sentire una sceneggiatrice dire che se non avesse le deadline, non sarebbe MAI produttiva.

A volte è sentire uno sceneggiatore spiegare come il 90% del tempo lui lo passi a dannarsi sul primo 10% del lavoro (un 10% che fa cagare, secondo lui), per poi superare pagina 9-10 e bum, passare il successivo 10% del tempo disponibile a macinare come un treno il 90% della sceneggiatura.

A volte è sentire uno sceneggiatore dire che lui prima delle 11.45 non può essere produttivo, non è così che funziona il suo cervello, e che da quando ha accettato questa cosa e iniziato a lavorare dalle 11, si danna molto meno e si gode il lavoro molto di più, e pace a chi crede che l’unico modo di essere produttivo sia iniziare alle 8 spaccate.

A volte è sentire sceneggiatori confrontare show con una grossa mitologia (leggi: fondati su un grosso e specifico background) e show cosiddetti “procedural”, in cui settimana dopo settimana è solo il caso del giorno e i protagonisti evolvono poco o niente.

A volte è sentirli discutere di come si mette insieme una trama in questo o quello show.

A volte è sentire qualcuno dire frasi come “le serie tv sono il pulp di oggi, io praticamente scrivo Doc Savage ogni settimana”.

Dana GouldA volte è sentire qualcuno citare On Writing e il proprio lavoro ai Simpson in pochi minuti (perché Dana Gould vale).

A volte è sentire un veterano consigliare agli aspiranti di scrivere sceneggiature campione fottendosene del fatto che siano girabili o di cosa venda, ma mettendoci invece quello che vorrebbero vedere e i personaggi che importano loro, perché è l’unico modo per far vedere fino in fondo come puoi brillare.

A volte è sentire il creatore di uno show ammettere candidamente che durante le prime tre stagioni di grande successo dello show, ogni volta non sapevano dove cazzo stavano andando e improvvisavano man mano, fino a trovare il season finale a poche puntate dal momento di mandarlo in onda.

A tutte queste cose ho ripensando nelle scorse ultime settimane, scrivendo il finale del progetto con nome in codice Sweet Dreams. Perché mi sono rensa conto di stare scrivendo qualcosa con una grossa mitologia, ma una mitologia che stavo componendo e scoprendo (e quindi improvvisando) on the road. E anche se avevo paura di fare cazzate e complicarmi la vita e creare cortocircuiti logici, mi sono divertita a scoprire giorno dopo giorno come funzionava il mondo che avevo creato e perché alcune cose erano come erano.

E questo nonostante spesso mi abbia lasciato poco soddisfatta rendermi conto che lo scrittore tale dal primo al terzo libro di una serie pian piano aggiungeva robe all’ambientazione, andando di retcon a manetta (tipo tizio che dal terzo libro si scopre avere una notoria e stronza fata madrina che non si è mai fatta vedere per due libri, e per due libri manco sapevi che esistessero, le fate, figurarsi che facessero da madrine a qualcuno!).
È una cosa che mi ha sempre dato una vaga sensazione di “raffazzonato”.
Come se la mia parte scassaminchia pretendesse che tutti gli autori di serie/saghe avessero sin dall’inizio in mente ogni dettaglio e non dovessero mai avere la necessità di aggiungere una cugina svanita, o una genia di capre mannare, o una nota figura leggendaria, o trasformare un mantello dell’invisibilità in un artefatto donato dalla Morte stessa.
Pretendo poco, dalla gente, eh?

No, seriamente, doverlo fare io per qualcosa di grosso e articolato, andare di worldbuilding in corsa, è stato educativo.

E mi ha aiutato a rendermi sempre più conto che il mio metodo di scrittura è, semplicemente, quel che funziona al momento. Progetti diversi, approcci diversi, ma con sempre una grossa fetta di improvvisazione.
Non ricordo chi fosse, se uno degli sceneggiatori del Nerdist Writer’s Panel o uno scrittore di romanzi, ma qualcuno, da qualche parte, ha detto che se non c’è un elemento di improvvisazione e scoperta, in quel che sta scrivendo, si annoia a morte.

Credo che sia così anche per me. E a volte trovare la strada in mezzo al caos e alla miriade di possibilità è la parte più divertente.

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