La mia trimurti è perita


il cerchio del tempoUno dei regali più fichi di quando ero piccola-ma-non-così-piccola me lo fece mia madre: l’iscrizione alla biblioteca comunale. Non ricordo se era per un compleanno o un’altra ricorrenza, ma mi ricordo il foglio che annunciava che ero iscritta alla  sezione ragazzi.
La biblioteca era a un passo da casa mia e in poco diventò l’attrazione principale della città, per me.

Se penso ai pomeriggi in quella biblioteca, il ricordo è così forte da essere fisico.
Ricordo le voci della gente al centro anziani, che rimbombavano nel cortile interno.
Ricordo il cancello che cigolava, e il rumore dei miei passi sulla scala di cemento, il corrimano freddo d’inverno e bollente d’estate.
Ricordo il calore della biblioteca, la penombra delle veneziane abbassate, l’odore di moquette calda e libri e polvere e un che di umido che non credo facesse proprio benissimo ai libri.
Ricordo il vento che entrava dalle finestrone a est e percorreva la sala ragazzi andando verso la porta d’entrata.
Ricordo il tump tump dei timbri e il bziiiiip bzip bziiiiiiip della stampante anni ‘90.
Ricordo gli scaffali di metallo rosso con la fila di costole bianche con le scritte nere dei volumi di fumetti di Asterix e Obelix (credo di averli letti tutti, ripetendoli per buona misura), e quelle giallo squillante dei Giallo Junior, e quelle fucsia dei Super Junior, e quelle lillino dei Gaia Junior.
Ricordo i libri pigiati per farli stare a forza negli scaffali e ricordo che li spulciavo ogni volta cercando un titolo, un autore, una trama che mi sfiziassero.

La figlia della lunaRicordo alla perfezione i miei tre libri preferiti, quelli che ho preso in prestito ancora e ancora, per rileggerli.

I gatti del Seroster, di Robert Westall (en 1984, it 1994).
La figlia della Luna, di Margaret Mahy (en 1984, it 1990).
Il cerchio del tempo, di Tanith Lee (en 1976, it 1990).

Westall era già morto mentre lo scoprivo e leggevo e rileggevo le avventure di Cam, ma soprattutto delle decine di gatti che popolavano la città francese in cui era ambientato.
Margaret Mahy, di cui avevo parlato un po’ di tempo fa, ci ha lasciato nel 2012. Tanith Lee, l’autrice di una storia intricata ma splendida e di altri 90 romanzi (più carrettate di racconti), allora era ancora viva e battagliera. Il 24 maggio ci ha lasciata anche lei, ma la notizia è giunta su internet solo oggi.

Con lei se ne va anche l’ultimo autore della mia personale sacra trimurti adolescenziale, fatta di fantasy senza elfi ma con ben di meglio: destino, magia, amore, cambiamento, lotta e morte, il mondo reale e un mondo a pochi passi di distanza dalla realtà, l’importanza di scegliere cosa essere e, in alcuni casi, l’impossibilità a essere altro che ciò che si deve essere.
Erano –sono!– libri per menti che vogliono aprirsi e vedere qualcosa in più, del mondo e della vita, di una stanzetta puccettosa e sicura.
Sono libri in cui la gente muore, in cui la gente sbaglia, in cui cose più o meno agghiaccianti fanno del male a degli innocenti per il solo fatto di poterlo fare.
Sono libri forti, che mi hanno segnato, di cui ancora ricordo scene e immagini.

i gatti del SerosterL’illusione di un martin pescatore.
Un finto gesuita che non sa quante clessidre sono passate e teme di aver mandato a puttane il piano.
Il fuoco che scorre lungo il braccio e sgorga dalla punta del mignolo.
Una porta con su scritto Ianua Coeli.
Il vento che scuote i rami dell’albero su cui una persona si è rifugiata per sfuggire ai segugi che la cercano.
L’insulto culo di gatto e la voce di Cavallo.
I giochi di parole della Mahy.
Il modo in cui Westall sapeva farti ribollire di disgusto per la caccia alle streghe ma anche farti ridere di un usurpatore dalle brache friccicanti.
La forza delle parole di Tanith Lee quando c’era di mezzo la magia, e il senso di agghiacciante alienità che riusciva a imprimerti quando parlava del cattivo del libro, e la sensazione di vertigine che provavo ogni volta di fronte a quel paradosso temporale perfetto.

Quei tre libri sono stati i miei compagni d’eccellenza e oggi mi sento immensamente triste.
E un filo più vecchia.

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