Le domande giuste


Writer-Series2Ennesimo periodo di silenzio blogghistico (esiste, come parola? Da ora, sì, così è deciso), che, per fortuna, non è anche un periodo di immobilità creativa.

Il Paciugo è lì che attende ulteriori tocchi (mannaggia a me che sto pensando che potrei aggiungere questo, e mettere quello, sì ma come farlo funzionare? Potrei… E se invece…?), nel frattempo, mentre mi schiarisco le idee, scrivo.
Quella famosa antologia di tre racconti di cui parlavo qualche tempo fa, nel frattempo è diventata un’antologia di quattro racconti. Quasi pronta da dare in pasto ai beta-reader, devo solo sistemare qualche dettaglio qui e lì e prendere un paio di decisioni minori.

E nel frattempo… i dubbi.

Prendiamola alla larga, se non vi spiace: non scrivo per afflati artistici o romantiche seghe mentali su demoni interiori o simili. Il diciannovesimo secolo è finito e, per quanto sia affascinante, mi trovo meglio a scrivere con un’ottica meno angsty e a condividere quel che dice la mia amica Aislinn.
Scrivo narrativa d’intrattenimento, d’immaginazione. Voba gVossolana e volgaVe.
Così mi piace, ma ciò non vuol dire che, quando parto con una storia, mi limiti a buttare giù quel che mi viene in mente, esattamente come mi viene in mente, e via, con la scusa che tanto è solo roba grossolana e senza afflati artistici de sta ceppa.
C’è costruzione, dietro, pur nel mio piccolo, pur nel mio caos.
Soprattutto, c’è costruzione dietro i miei personaggi, maschili e femminili. Non so quanta di tale costruzione riesca a far arrivare al lettore, ma ci provo.

E da qualche tempo, complici certe frequentazioni internettiane e certi esempi della flora e della fauna della rete, ci sono anche più “seghe mentali”, alla base di tali costruzioni.
Ma seghe mentali di quelle che vale la pena farsi.
Col passare del tempo, mi sono resa conto di aver letto/visto/incontrato troppe porcherie spacciate per normali e ho cominciato a chiedermi se per caso non stessi perpetrando le stesse porcherie pure io. Dalla tendenza a spacciare le Mary Sue per strong female characters, a certa misoginia nascosta (a volte neanche tanto), sotterranea e velenosa.

Credo che la prima serie di domande sia partita quando lessi, meeeeesi fa, il post di Seanan Mcguire in cui, partendo dall’assurda e orrenda conversazione con un “fan” che le aveva chiesto (grassetti miei)

when either Toby or one of the Price girls was finally going to be raped,

l’autrice spiegava perché certe cose non sarebbero mai accadute alle sue protagoniste, alla faccia di mister “pensavo avessi più rispetto per il tuo lavoro, tutto ciò è semplicemente irrealistico”. *
Il fatto è che non serve sprofondare ai livelli di demenza che partoriscono concetti come “storia realistica = la protagonista deve venir violentata”, per scrivere qualcosa di involontariamente sessita, misogino o che perpetui i peggiori stereotipi, le peggiori illusioni da quattordicenne che non sa cosa sia il sesso.

Basta poco per finire con lo scrivere una storia che dovrebbe essere d’amore ma che non è altro che una fantasia di stupro sotto mentite spoglie.
Basta poco per passare da titillante al parossismo del trucidume.
Per scivolare dal semplice sesso a copule descritte con “l’autocompiacimento malato del chierichetto che sbircia le rivistine zozze dal barbiere”, come lo definisce l’amico Davide.
Per passare da “donna a cui piace fare l’amore” a “zoccola senza speranza”.
Per scivolare da “eroe sciupafemmine” a “volgare sagra della scopata gratuita con sfilata di femmine bidimensionali che entrano in scena solo per spalancare le cosce”.

watchdogs9

Il modo più potente per evidenziare l’orrore del traffico umano è mandarti a un’asta di donne la cui occupazione, per il sistema, è “Rapita”. Non fa una grinza, no?

Basta poco per far sì che una presunta trama che tocca problemi spinosi della realtà criminale e non, si trasformi in una storia in cui i personaggi femminili sono solo cartonati privi di emozioni realistiche e presenti al solo scopo di portare avanti una presunta crescita emotiva del protagonista maschile (sì, Warch_Dogs, sto parlando di te!).
Per scivolare da “guarda quanto è forte la mia protagonista!” al puro e semplice fan service frutto di una fantasia adolescenziale che non sa come siano fatte le donne, fisicamente e non.
Per sdoganare alle ragazzine un messaggio tossico come “se lui ti segue, ti spia, ti stalkera, non è segno che lui è pericoloso, ma anzi, è tanto tanto tanto romantico e innamorato di te, e non potrete che avere un lieto fine!” (Sì, Twilight, sto parlando di te)

È un campo minato, raccontare storie. Ci troviamo a passeggiare, più o meno consciamente, tra idilli, fantasie, sottotesti e quan’altro. A volte dobbiamo lavorare con delle generalizzazioni, con più economia di quanto vorremmo.
Cosa ancor più spaventosa e incontrollabile: ci troviamo nella poco invidiabile posizione di guardare il pubblico, certi giorni, e porci domande spinose non solo su quali messaggi vogliamo e stiamo mandando coscientemente col nostro laoro, ma anche su chi lo prenderà in mano, quel lavoro.

America Chavez

Miss America Chavez ha piani ben precisi per le teste inutilizzate.

Che pubblico abbiamo, davvero?
Quanti pensano che senza uno stupro il background di un’eroina non sia realistico?
Quanti pensano che non esiste altro sesso appagante a parte quello pieno di lividi?
Quanti (quante, cazzo, quantE!) guardano America Chavez e in una supereroina portoricana vedono solo un tentativo di politically correct, e non della semplice, splendida (e cazzuta) rappresentazione della diversità umana?
Per quanti, se non scopano, la storia non valeva la pena di essere letta?
Quanti riducono tutto a una triste, triviale serie di sequenze wish-fulfilling?

Andando più sul personale, quanti e quante leggeranno la mia antologia partendo da tutta una serie di presupposti e ne usciranno perplessi perché non ho rispettato delle aspettative frutto di semplici generalizzazioni?
Cosa vedranno, loro, dietro alle mie parole? Le troveranno offensive, inadatte, perturbanti, inquietanti?
Qualcuno avrà chiuso Epidemic Egonomic perché Fucking Hostile gli/le ricordava qualcosa che gli/le è successo per davvero e che non può sopportare di rivivere anche solo in fiction?
Quanti, mi chiedo a volte, guardano i miei ebook e provano diffidenza perché sulla copertina c’è un nome di donna, ma il genere è fantascienza e azione, e l’accoppiata è insolita, la fantascienza non è roba da donne, l’azione non è roba da donne, come minimo ci infilerà dentro la storia d’ammmore contrastato e lacrimoso?

La soluzione, se poi ce n’è una, credo sia andare per la propria strada: continuare a porsi le domande importanti (È una Mary Sue? Un uomo di buon senso farebbe o non farebbe questo? Le brutte cose che gli stanno capitando sono una cosa logica o una punizione? Sono riuscita a evitare che sia semplice tokenism?), non accontentarsi delle risposte facili, cercare di scrivere per il pubblico che sogno di raggiungere.

Un pubblico che voglia belle storie, che non abbia bisogno di essere tenuto per mano tutto il tempo e che sappia ragionare anche da solo, che accetti che il mondo è vario e strano, che se ne fotta del fatto che l’autore è uomo o donna.

Un pubblico che non si sogni mai di dire “pensavo avessi più rispetto per il tuo lavoro, tutto ciò è semplicemente irrealistico.”
O “le donne non possono comandare i pirati, smettila con tutto ‘sto politically correct.”
O “se scopavano/scopavano di più, la tua storia era meglio.”
O “che figata, in questo ebook ci sono un sacco di tette!”

____________________
* Sì, potremmo scrivere trattati su questo coglione e sull’idiozia che gli scorre nelle vene. Ma ci sono modi migliori per sprecare il poco tempo concessoci al mondo, giusto?

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6 commenti su “Le domande giuste

  1. Dopo film come “Arancia Meccanica” o “Dogville”, e complici probabilmente tutte le crociate anti-femminicidio che fanno parte del panorama sociale contemporaneo, la gente che davanti allo schermo aveva avuto reazioni alla “cavolo, quanto è crudo, quanto dolorosamente ferisce chi guarda!” avrà cominciato ad associare la violenza sessuale a quel realismo incisivo e d’impatto (vedi? Sono termini violenti anche questi) che chi scrive, chi più chi meno, insegue. Da qui alla realtà che constati tu, il passo è breve…

    • Mi sembra una ipotesi forse un po’ semplicistica, certe meccaniche erano già attive da ben prima di cose come le crociate anti-femminicidio o i film molto d’impatto.
      Ci sono troppe narrative, spalmate su troppo tempo, in cui (per stare sull’argomento violenza sulle donne) ai personaggi femminili succedono le peggio cose in quella che non è altro che una punizione per essere uscite da una situazione di sottomissione, e ben prima che parlare realisticamente della violenza sulle donne fosse pensabile e considerato dignitoso. Troppe narrative in cui la complessità umana viene ridotta a pochi stereotipi opposti, sempre e comunque per contrapposizioni di opposti, bianco vs nero, angelo vs semplice oggetto sessuale, superuomo vs imbelle.
      È tutto molto… complicato, sfaccettato, e con, potenzialmente, radici ben più profonde di quanto non sembri, temo :/

  2. È davvero un campo minato.
    Ma noi, per lo meno, queste domande ce le stiamo ponendo.
    Il vero problema è chi le domande non se le pone o, peggio, se ne pone delle altre – perché a volte certe scelte, le fantasie di stupro, il ruolo passivo di certe categorie, non sono una svista, ma paiono proprio una scelta consapevole.
    E l’effetto orribile è che assecondando e cullando gli istinti peggiori di una certa fascia di pubblico, si autorizza quella fascia di pubblico a interpretare tutto ciò che le viene offerto come orientato ad alimentare quegli istinti: il personaggio complesso e sfaccettato viene appiattito ad una scollatura, ad uno scorcio di coscia; la scena complicatissima che abbiamo coreografato con cura per evitare implausibilità e lussazioni si riduce a “dio se l’avessi avuta io fra le mani una così”; il dialogo ritmato e pieno di sottintesi e che fornisce una marea di informazioni ed al contempo intrattiene diventa “ma quanto parlano… chissà se poi scopano”.
    Servire il minimo comune denominatore nella maniera peggiore è facile – e lo stanno facendo in tanti.
    Scrivere bene è sempre stato un lavoraccio – ed ora è diventato ancora più difficile.

    • Sì, la cosa più preoccupante (dopo certe fasce di pubblico) è chi sceglie consapevolmente di non andare oltre stereotipi, cliché e la semplice scena di sesso “inserire appendice A nello slot B”. E magari lo fa anche con la convinzione di stare facendo grande arte, o di stare lanciando un messaggio di rottura del borghese status quo. Di essere un gran provocatore.
      È un modo in più, più sottile e nascosto, di scegliere il “dumbing down” della propria scrittura: non un instupidimento dello stile, come diceva Holly Lisle, ma un instupidimento di tutto il resto.

  3. Sì, è un campo minato. No, non ci sono i cartelli e ops! non hai neppure un metal detector. Il punto è che nel campo minato non ci sei tu, c’è chi non riesce a capire quello che legge e lo interpreta secondo una propria ottica più o meno distorta.
    Il tuo lavoro come narratrice finisce dopo aver premuta il tasto “publish”.
    Non puoi educarli.
    Non puoi convincerli.
    Non puoi dare un cervello a chi non ce l’ha.
    End of the line.
    Adesso, per cortesia, finisci il paciugo. Io ho già affilato le lame. Thanks.

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