Di castelli, tonalità e adattamenti


La signorina Rottenmeier

Avviso:
siamo in un momento Rottenmeier, non c’è Natale che tenga.
E ci sono spoiler, svariati.
Io v’ho avvisati! 😛

***

castello_howlNel 1986 la scrittrice inglese Diana Wynne Jones pubblica il romanzo Howl’s moving castle. Nel 2004 il regista giapponese Hayao Miyazaki ne trae il film “Il castello errante di Howl“, in preparazione del quale le Kappa Edizioni pubblicano, nel 2002, la traduzione italiana del romanzo, adattandone il titolo come Il castello magico di Howl.

La storia narrata dalla Wynne Jones, letta in questi scorsi giorni dopo aver visto il film già 4 o 5 volte, è al contempo più complessa e semplice di quella portata sullo schermo da Miyazaki. Stessi ingredienti di base, stesso canovaccio generale, ma ben diversa sensazione finale. Non che uno sia meglio dell’altro, ma mi rendo conto che questo è uno dei (rari) casi in cui l’adattamento cinematografico di un libro è un’entità distinta, solida, che non ha bisogno di cercare nel libro rassicurazioni, spiegazioni o stampelle a cui appoggiarsi per non vacillare.
Mi rendo conto, più ci penso, che le scelte fatte da Miyazaki nel trasporre su pellicola il romanzo sono state ottime e “con le palle”. Forse perché libero dalla presenza incombente di un fandom pronto a urlare “eretico!” al minimo dettaglio cambiato, Miyazaki non si è fatto remore all’idea di sfoltire quello che non poteva trovare sufficiente spazio nei 119 minuti del film; di potare sottotrame e accorpare personaggi; di inserire una guerra per dare ritmo a certi punti della storia; di creare un fondamento un po’ più solido (anche se non molto) per la relazione tra Sophie e Howl, decisamente più debole nel romanzo.il castello di Howl secondo lo Studio GhibliQuello che rimane dal film è una gran bella avventura, visionaria e a tratti inquietante, popolata da personaggi memorabili, su tutti il terzetto Sophie – Howl – Calcifer. La forma che Miyazaki e lo studio Ghibli decidono di dare al castello è superba e unica, ne fanno una creatura su zampe che caracolla per la campagna, un vero spettacolo per gli occhi.

Eppure, manca al film una qualità fatata e fiabesca che è forte nel romanzo. La Sophie del romanzo è ossessionata dal fatto che nelle sue terre la primogenitura sia una fregatura (il primogenito è destinato a sbagliare per primo, e ad avere grande sfortuna se fosse l’ultimo a lasciare la casa natia), e lei è la prima nata di tre sorelle. Peggio: alla morte del padre le sue sorelle vengono mandate a fare apprendistato fuori casa, mentre Sophie rimane inchiodata nella cappelleria di famiglia,  apprendista non pagata. Questo forte elemento, così da fiaba, impregna tutta la storia, rimane un chiodo fisso di Sophie per tutte le avventure a cui la costringe il suo nuovo corpo da vecchia, frutto di una maledizione di cui la ragazza tarderà a capire il perché.
Altro elemento che differisce in maniera notevole tra originale e adattamento, la magia. Di nuovo, c’è un che di fiabesco nel tripudio di stregonerie e incantesimi che si vedono e intravedono nel romanzo, con stivali delle sette leghe, persone che danno vita alle cose o le modificano parlando loro, oggetti animati, demoni come Calcifer e maledizioni. Maledizioni a bizzeffe.
La migliore, il vero tocco di genio dell’autrice, è la maledizione con cui la Strega delle Terre Desolate cerca di sconfiggere Howl: una poesia di John Donne, Song: Go and Catch a Falling Star. E l’ultimo elemento notevole, completamente ignorato dal film ma che è un’ottima trovata, è chi esattamente è Howl. Una chicca, anzi, una vera sorpresa!

Visto che parlare solo di un film e un libro era troppo facile, è l’ora della carpiatura del post.
Alla fine, quel che più ho apprezzato di questo connubio libro-film, è, come dicevo all’inizio, la sensazione che pure il film riesca a essere prodotto autonomo, con una sua voce, una sua struttura solida e un suo tono, personalissimo.

Lo stesso non riesco a dire di Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, primo di ben TRE film tratti da un romanzo di 300 pagine e rotte, che è davvero la sagra del brodo allungato. Io amo Tolkien, non ringrazierò mai abbastanza Jackson di essere riuscito a portare sul grande schermo Il Signore degli Anelli, ma questo, no, questo film è davvero una caduta di stile. Sorvolando su tante cose “minori” e volendo soprassedere, a fatica, sull’allungamento del brodo, quel che più mi dà noia dell’intero film sono due cose.

Una è l’uso delle musiche. Sarà che la trilogia de ISdA l’ho vista ventordici volte, ma ormai mi basta che parta la musichetta giusta e so già quale “lezione morale” mi vogliono dare Jackson e sceneggiatori.
Parte il tema della Contea? L’hobbit di turno farà un’azione morale, giusta e compassionevole.
Parte il tema dell’Anello? Già sai che l’Anello comparirà in tre, due, uno, eccolo.
Tema dei nani? Thorin sta per fare la gallata eroica.
Più telefonato della musiche da suspance di certi film di tensione/paura/horror/azione, e quindi molto, molto intristente.

11 macchiette comiche a tempo perso e due personaggi seri. E vai così, Peter!

11 macchiette comiche a tempo perso e due personaggi seri. E vai così, Peter!

La seconda cosa, e qui torniamo a legarci a Howl e combriccola, è la tonalità di Lo Hobbit. Dove Miyazaki riesce a trovare una voce autonoma, solida e coerente per il proprio film, Jackson fa un film che non sa se vuole essere una commedia o un’epica.
Se su 15 personaggi principali 11 sono macchiette comiche, ogni tentativo di epicità fa ridere, suona forzato. Aggiungici Radagast che OmmioCthulhu!, Gandalf che non si ricorda i nomi di due suoi compagni stregoni * , i funghetti allucinogeni e quant’altro… Sigh! Vedere i nani ridotti ancora una volta a essere il continuo comic relief scemo di un film che non sa mai essere davvero pesante o tensivo tranne che, forse, nella scena degli indovinelli, beh, caspio, a me fa tristezza.

ralph_spaccatuttoPassando a tutt’altro film, ecco, Ralph Spaccatutto, commedia per bambini, è un film che ha una tonalità precisa (commedia, appunto) ma al contempo è riuscito a inquietarmi con non una, ma due trovate. Gli scarafoidi hanno la carica inquietante delle orde Tiranidi, di ogni invasione cieca e affamata che non puoi fermare se non con l’equivalente di un’atomica; e Re Candito… Brrrr, Re Candito, con la follia maniacale davvero umana che tira fuori durante la corsa in auto, beh, quello è davvero un personaggio perturbante come pochi. E non importa che fin dall’inizio si sappia che tutto finirà bene visto che si è di fronte a un film Disney: chi l’ha realizzato ha saputo amalgamare i propri ingredienti in maniera ottima, come Miyazaki.

Non lo stesso mi sento di dire di Un viaggio inaspettato. Peter, col bene che ti voglio, hai munto un po’ troppo la mucca, nonostante tutto 😦

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* Sì, lo so anche io che il fatto che Gandalf non sappia i nomi dei due blue wizards è perfettamente in linea con gli scritti di Tolkien e blablabla, però il modo in cui Gandalf dice la cosa è idiota, ne fa un vecchio rincoglionito. A tutti gli effetti è come se al mondo ci fossero solo altre 4 persone della vostra stessa razza e voi, pur conoscendole da secoli, non vi ricordaste un cavolo tranne che vestono di blu. Fa o non fa tristezza?

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6 commenti su “Di castelli, tonalità e adattamenti

    • Io non so se arrivo a sentirmi offesa, ma di sicuro molto delusa e perplessa (alcune scelte, anche viste con un occhio incline al commercio, sono davvero inspiegabili), e pure un bel po’ infastidita.

  1. Molte cose mi hanno lasciato perplessa dello Hobbit, in effetti. Medito lungo post per raccogliere le idee. Purtroppo, avere gli occhi a stellina ogni volta che inquadrano Kili non è sufficiente a sorvolare su certe scelte ^^’

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