The joy of junk


Ho trovato questo articolo, ieri sera. Che io a Richard Kadrey voglia un sacco di bene è cosa nota, e sentirlo parlare di certe cose, me lo fa amare ancora di più. Quindi, tiè, la traduzione del mini articolo, che rimane copyright del sito www.powells.com e del signor Kadrey:

Sono cresciuto circondato da letteratura d’immaginazione. Mia madre mi leggeva i Fratelli Grimm quando ero piccolo. Più tardi, scoprii i romanzi pulp di fantascienza ingialliti e friabili del negozio di libri usati locale. A 10 centesimi l’uno, erano una scelta obbligata per un ragazzino con pochi soldi. Amavo i film horror e di fantascienza. Mia madre lavorava con un comitato che metteva su rappresentazioni di Shakespeare a Prospect Park. Vedere una messa in scena di Sogno di una notte di mezza estate è uno dei miei ricordi migliori dell’essere un ragazzino a Brooklyn.
Guardando indietro alla mia scrittura, quasi tutto quello che non era giornalismo o una recensione era fantascienza o fantasy. Non mi è mai venuto in mente di scrivere della fiction realistica che trattasse temi sociali in modo toccante e sincero, perché quella era la mia vita. Chi voleva leggere di me che crescevo spiantato a mangiare solo maccheroni per giorni e giorni di fila? Mentire e parlare di viaggi su pianeti diversi o regni sottomarini era molto più interessante.
La sensazione era la stessa durante l’adolescenza, ma accadde una cosa strana quando le mie storie iniziarono ad essere pubblicate. Iniziai a mentire sul mio lavoro. Fuori, nel mondo lavorativo adulto, scrivere fantascienza e fantasy suonava nel migliore dei casi frivolo, e pure un po’ stupido. Fantascienza, horror e fantasy erano roba per bambini, e non qualcosa a cui un adulto avrebbe dovuto pensare, tantomeno scrivere. Senza accorgermene, avevo imparato quello che la scuola e il mondo letterario rispettabile avevano insinuato per tutta la mia vita, che la fantasia era cattiva e infantile. La fantasia era qualcosa che andava bene per Esopo, Mary Shelley e gli stranieri, ma non per un adulto americano del 20° secolo rispettoso di sé.
Penso che il mio atteggiamento iniziò a cambiare quando imparai la parola giapponese “gomi”, che significa spazzatura. Forse era il post-adolescente punk latente in me, ma per qualche ragione, sentii una connessione con la parola e immediatamente ne abbracciai il senso. Spazzatura era quello che costituiva la maggior parte delle nostre vite. La musica rock. I film d’azione. Il cibo dei fast food. Perfino i vestiti di surplus dell’esercito che i miei amici ed io indossavamo quando avevamo vent’anni perché erano tutto quello che potevamo permetterci. Gomi era dove la maggioranza di noi viveva, e sapevo che era importante.
L’arte alta era rispettabile, ma in più intimidiva. Il rock and roll, i fumetti e i film fantasy non avevano mai intimidito nessuno. Sapevo che se nelle mie storie avessi fatto scivolare un po’ di verità sul mondo tra un alieno e un demone, sarebbe riuscita a volare sotto il radar e a colpire più gente che se avessi tentato di essere John Updike o Steinbeck. Perciò, divenni un imbonitore da fiera invece che un autove.
Sono ancora un mercante di robaccia. Per più di 10 anni, la mia ragione sociale è stata Gomi Boy Industries. Amo la spazzatura. Sono spazzatura. E ne sono fiero.

Ecco, devo spiegare anche perché, a modo mio, mi ritrovo in quel che scrive Kadrey? Devo davvero spiegare perché scrivo “spazzatura”? Perché adoro la “spazzatura”? Perché, sì, lo ammetto, certe volte mi trattengo dal dire cosa esattamente scrivo? * Perché mi sento dire “ancora con quelle puttanate di fantascienza?“? Devo davvero commentare?
No, non credo.
Viva la spazzatura. La amo, lo sono, ne vado fiera, e in culo al resto!

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* Sì, ok, questo ho voglia di spiegarlo: mi trattengo dal rivelare la completa e scottante verità non per vergogna, ma per la semplice ragione che c’è gente, là fuori, con cui non vale nemmeno la pena di sprecare il fiato per enunciare il concetto di “Scrivo narrativa fantastica e fantasy. No, non è per bambini. No, non ci sono elfi, o, se ci sono, sono convinti che l’unico modo per riunirsi agli dei sia distruggere il mondo, preferibilmente dandogli fuoco. No, non mi vengono in mente modi più produttivi per buttare il mio tempo, mi spiace.”
So, you see, that’s the reason why.

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4 commenti su “The joy of junk

  1. Pingback: James Stark per tre | Space of entropy

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