Vento di cambiamento – Agonia


Galleggio, senza peso, di nuovo immerso in quel mare di bambagia e dolore. Ne riemergo a sprazzi, nuotatore che deve prender aria, nei momenti in cui il dolore è talmente forte da strapparmi alla voce della “dea”, alle sue urla. Dice che sono suo, ormai, che non posso sfuggirgli, e nel torpore la sento rosicchiarmi la spinda dorsale. Uggiola di gioia.
L’emersione dal delirio dura pochi attimi. Il tempo di intravedere Biscior chino su di me con ago e filo, e di sentire la seta che strattona la pelle della gola. La manciata di secondi necessari a vederlo sorridere col lato del viso ancora coperto di pelle, sentirlo dire “Andrà tutto bene, fidatevi” e urlargli in faccia l’agonia del raddrizzamento del braccio rotto.
E poi, senza preavviso, è la “dea”, piangente e tremante, a cacciarmi via, a rigettarmi nella coscienza urlando e maledicendoci, tutti e due, promettendo che non è finita e che ci divorerà vivi.
Sollevo la palpebra: rami d’albero delineati in arancione sul cielo nero. Abbasso il capo, rabbrividisco per il dolore al collo. Fiamme rabbiose avvolgono un edificio, più avanti. Un uomo si allontana dal rogo, raggiunge il carretto su cui sono raggomitolato. Si china a rimboccarmi addosso la coperta, domanda:
– Come vi sentite?
Non riesco a parlare, Biscior mi dà una pacca e sale a cassetta, dietro di me, mi conduce lontano dall’incendio.
Scivolo nel sonno, sogno di volare su un lago ghiacciato, un ragazzo che pattina mi addita a bocca aperta perché sono senza braccia né gambe.
Uno scossone particolarmente forte mi sveglia. Mi sento solo indolenzito, non più preda di quella voragine di agonia da cui non sembrava esistere via d’uscita. Riesco a muovere le dita della destra, ad aprire ambo gli occhi, a respirare senza fitte al petto.
– Fermate il carro, – riesco a dire al terzo tentativo, la gola riarsa. Biscior ubbidisce, smonta, una lanterna in mano. Si accosta al fianco del carro, berretto calato sugli occhi e sciarpa stretta attorno al viso. Sono stanco di tutta questa sciarada.
– Chi siete, veramente? Cosa siete?
– Dobbiamo discuterne proprio ora? – domanda, la voce attutita dalla lana.
– Sì, ora!
– Sia. Quintus Bissi, Gerberti Meridianaeque filius.
Scuoto il capo. Fa un sospiro teatrale.
– Volevate sapere chi sono: quello è il mio nome, quello vero, anche se non lo uso da secoli.
Gli strappo via la sciarpa. Non me l’ero sognato. Ha lineamenti diversi: capelli rossi, guance scavate, mascella affilata e fossetta sul mento.
– Vergine santa!
Sgattaiolo indietro, l’acido risale dallo stomaco. Mi sporgo dall’altro lato del carretto per vomitare, con la sensazione martellante di aver già visto quei lineamenti volgari.
– Era uno dei tre lopu-garou di stanotte? – domando senza voltarmi, le dita serrate sul legno ruvido.
– Sì. Uno dei segugi di Holthauser.
– Avete sempre saputo che c’erano quelle cose… – tentenno, le parole mi sfuggono.
– Sapevo della loro esistenza, ma né io né Sebastoni credevamo che Holthauser ne avrebbe mandati ben tre fin qui, visto quanto è protettivo nei loro confronti.
– Non avete ancora risposto alla seconda domanda.
– Siete sicuro di volerlo sapere?
Le parole trasudano compassione. Mi asciugo la bocca sulla manica e volto. Anche lo sguardo è di pietà.
– No, forse è meglio l’ignoranza. – chiudo gli occhi, li riapro subito: – Che ne è stato della pietra?
– L’acido con cui l’ho irrorata dovrebbe aver cancellato del tutto l’iscrizione prima che le fiamme raggiungessero la stanza.
– Dev’essere per quello che ha smesso di tormentarmi la mente.
Di nuovo quello sguardo di compatimento:
– Non se ne andrà mai del tutto, generale.
Fatico a capire, poi mi sento sbiancare.
– Il tonico che vi ho dato dopo l’attacco dei Lazzari. Credo sia quello che vi ha aiutato a non soccombere dopo l’attacco del loup-garou: il rateo di sopravvivenza al loro morso di norma è minimo. Voi, invece, non siete ancora mutato, ma siete vivo nonostante la gola squarciata.
Porto le mani al collo, il panico che mi stringe il petto. Come isterico, lotto con la fasciatura. Biscior cerca di fermarmi, desiste quando lo spintono via. Mi tasto la gola dolorante: la seta mi ricama cinque solchi lungo ciascun lato, convergono attorno al pomo d’Adamo.
– Che razza di bocca aveva? – bisbiglio.
Biscior ride nello scostarmi le mani e riavvolgere la benda. No, questi lineamenti rozzi proprio non gli donano.
– Temo che una dea si apparecchi le zanne come meglio crede, in barba alla zoologia.
Mi indica una sacca sul pianale. La riconosco: quella dei viveri. Sembra passato un decennio da quando l’ho fatta preparare.
– Mangiate qualcosa, la strada è ancora lunga e voi debole. Ci sarà tempo per parlare.
Torna a cassetta senza dire altro, ma io non ho nessuna voglia di mangiare.
Mentre scivolo nel sonno, cullato dall’oscillare del carro, prego di scoprire al risveglio che è stato tutto un terribile incubo dentro all’incubo, che non sono diventato un loup-garou.

Altri capitoli qui.

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