Vento di cambiamento – Sacrifici


Questo capitolo va in onda con un giorno di ritardo perché Telecom, li mortacci sua, ha problemi di “apparato” (sic.) e, in attesa che li risolva, sfrutto la connessione di una terza persona. Fine delle ciance, buona lettura!

*****

7 aprile 1849
La donna mi stringe le dita attorno al mento, facendo scricchiolare l’osso. Mi trascina in piedi, non sembra volermi lasciare andare. Inclina il capo di lato. Una pulsazione di calore, come uno sbuffo.
Vuole un sacrificio? Indico dietro di me, in direzione dei cadaveri. Non riesco a distogliere lo sguardo dall’occhio sinistro della testa di lupo: una biglia di vetro, screziature azzurre e verdi in lento movimento, quasi un vortice.
Scuote il capo, sussurra in tono di compatimento:
– Uccidere i tuoi poveri fratelli affamati non è un sacrificio degno, figlio mio. Hai ancora tante cose da imparare.
La stretta aumenta, l’occhio di vetro si fa di un bianco accecante. Un’altra vampa di calore, il ronzio di uno sciame di mosche.
– Non c’è stato tempo, signora – biascico. Faccio per afferrarle il polso. Vorrei farle allentare la presa, ma è come cercare di afferrare uno spiffero gelido. Mi ignora e si volta verso la finestra dietro a cui i loup-garou grattavano fino a poco fa. Torna a fronteggiarmi.
– Dovevi trovarne! – ringhia. Mi scaglia via. Scivolo e rotolo fino a sbattere le gambe contro il tavolo. Tintinnio di cianfrusaglie, lo schianto limpido di un barattolo che s’infrange al suolo. Mi gira la testa, sbatto gli occhi per cercare di schiarire la vista. Un nugolo di mosche uscito da chissà dove ronza sui cadaveri, li tramuta in una nera massa brulicante.
Un’altra folata di vento torrido, socchiudo gli occhi. Le mosche emettono volute di fumo, quelle in volo cadono a terra, il ronzio cessa. Dal barattolo infranto spunta una piantina, piccole foglie carnose venate di nero che si spalancano e fremono.
Alzo la testa. La donna è a un passo da me, le labbra piegate in una smorfia di fastidio. Mi tira in piedi prendendomi per il bavero. Con un dito gelido mi sfiora la guancia, percorrendo lo sfregio rimediato a Goito. Preme sul punto in cui la palla m’ha fiaccato la mascella, ma stranamente oggi non sento dolore.
– Qual è il tuo nome, figlio?
– Alessandro Ferrero La Marmora.
Se lo fa girare in bocca, come a prendervi confidenza, poi domanda:
– Cosa desideri da me? Soltanto portare via la lastra?
– Sì, signora.
Tace, mi solletica i baffi, pettina indietro i capelli. Vorrei potermi allontanare, uggire, non essere la sua bambola di pezza da vezzeggiare e maltrattare.
– Perché muti così lentamente, Alessandroferrerolamarmora?
La guardo, interedetto. Non ho idea di cosa diavolo stia dicendo, ma ho paura di scoprirlo.
Scuote il capo, delusa:
– Dovremo rimediare. Ma prima, voglio il mio sacrificio!
Qualcosa rotola sul pavimento, mi colpisce il piede. Entrambi guardiamo in basso. Il capo mozzato di un uomo dai folti baffi e basettoni neri, graffi su guance e collo reciso, ci fissa stupefatto. Seguo a ritroso la scia rossa: Biscior è appoggiato allo stipite della porta, imbrattato di sangue, l’accetta sporca infilata alla cintura. Ha lividi scuri sul viso e sul collo, la giacca stretta attorno al ventre con la cintura. Regge per i capelli due teste maschili, una bionda e grassa, dal lungo riporto, l’altra smunta e dal crine rosso.
Il braccio destro penzola inerte lungo il fianco. Gli intravedo le ossa attraverso i due squarci, sul bicipite e poco sopra il polso, da cui qualcosa di verdognolo gocciola fino a terra.
– Loro vanno bene, signora? – domanda col fiatone e la faccia cupa.
Mi volto verso di lei: sorride, mi lascia andare leccandosi le labbra. Arretro fino a sbattere contro il tavolo, per non cadere mi afferro al piano. Un manico di legno sotto le dita. La guardo spalancare le labbra del morto e frugargli in bocca, dargli un buffetto sulla guancia.
– Sì, vanno benissimo – dice rialzandosi – E tu, chi-
Si interrompe, fa un passo verso Biscior, che ha lasciato cadere le teste con un sospiro e si fruga in tasca.
– Ah, capisco – sussurra la “dea”, rigida – Ci siamo già incontrati prima d’oggi, vero?
Coi denti Biscior stappa una boccetta, sputa via il sughero.
– Non credo, signora, mi ricorderei di voi. Ma potreste aver incontrato uno dei miei fratelli. – solleva la boccetta e brinda: – Alla salute dei presenti!
Beve gettando il capo all’indietro, si pulisce la bocca col dorso della mano.
Stringo il manico dietro di me. L’unico modo per allontanarmi di più da questa “dea” è andare verso l’altro capo della stanza, verso la dannata lapide. Sia!
Biscior fa un passo verso di lei, uno dei suoi soliti sorrisi distaccati dipinto sul volto tirato.
– Bene, visto che l’incresciosa questione del sacrificio è sistemata, possiamo prenderci la pietra?
È il turno della donna di avvicinarsi al dottore, ancheggiando.
Gli accarezza il braccio menomato, la vedo tastare le ferite aperte, eppure Biscior non si muove. Una folata di vento spira verso di lei, piccole foglie le sfiorano i piedi. La piantina è seccata, si sta sbriciolando come un castello di sabbia.
– E vorreste la pietra per farne cosa? Tenere al sicuro la vostra “patria”? Patetici! – ride.
Biscior mi lancia un’occhiataccia.
– Ne verrà fatto buon uso – la rassicura.
– No, avete troppa paura dei miei doni, siete perfino indegni di diventare affamati. Se vi dicessi di sì, vi dimentichereste di me, di nuovo.
– Improbabile, signora.
– Ma non ci sarebbero sacrifici per me, solo neve. No, la lapide della piccola Vibia rimane qui, prima o poi qualcuno di degno ci ritroverà e ne farà qualcosa di meraviglioso.
Sono a un passo dalla pietra. Distinguo il bassorilievo di una donna decapitata che con una mano regge la propria testa, le lettere maiuscole che compongono “DIVA SILICA”. Stringo la presa sul martello, prego che qualunque cosa mi abbia fermato prima, ora non mi intralci. La creatura infernale continua a darmi le spalle. Sollevo il braccio, carico il colpo.
– E il mio figlio adorato mi terrà compagnia, vero Alessandroferrerolama-
Colpisco la lapide. La donna urla. Una forza terribile mi afferra facendomi sbuffare tutto il fiato, mi solleva. Senza peso, volo oltre la pietra sbrecciata, fino a colpire di faccia il ripiano di quercia sopra il focolare. Immagino sia questo ciò che si prova a venir colpiti da una cannonata.

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3 commenti su “Vento di cambiamento – Sacrifici

  1. Ok, questo è il capitolo che m’è piaciuto di più. Finora. Meglio del precedente.
    Quello che mi sfugge è ancora il flusso di pensiero di La Marmora.
    La figura femminile è buona. Personaggio ingordo, come altri tuoi “cattivi”. 😉

  2. Bella entrata in scena di Biscior e bella “uscita” di scena del generale 🙂
    Anche questo capitolo mi è piaciuto: c’è meno azione, ma la dea compensa.

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