Vento di cambimento – La Dea


7 aprile 1849
Biscior accende il camino, fa la spola tra lì e il tavolo. Ho la sensazione che ogni tanto mi lanci occhiatacce, quasi a spronarmi a scrivere più in fretta, ma ho la testa vuota, come quando mia madre m’interrogava sulla lezione.
– Come si dice “permesso”, in latino?
Licentia.
“Come ho fatto a non pensarci?”
– Dunque, dove pensate di trovare le famose ceneri di basilisco?
Sorride e mi mostra un mazzo di penne lunghe e nere: la coda di un gallo. Le tiene sopra una candela finché non prendono fuoco. Le lascia bruciare, poggiate in un piatto. Fa scorrere la mano aperta da me verso il contenitore, come un cameriere servizievole:
– Et voilà, generale, ceneri di basilisco!
Arriccio il naso all’odore e torno a litigare col latino. Ripasso le declinazioni sulle dita della mano, scrivo, cancello, riscrivo, ingiurio il tema del perfetto.
– E “lapide”?
Cippum.
– Elementare.
Biscior traffica e rimesta in un paiolo, infine esclama:
– Ottimo!
– L’intruglio è pronto?
– Quasi. Quando comincerà a bollire e far fumo, allora sarà pronto. E allora ci vorranno le paroline dolci, oppure la nostra dea potrebbe irarsi. Come-
Un lupo ulula. Troppo vicino. Mi giro verso il focolare. Un altro ululato, direzione diversa. Un terzo.
Biscior mi fissa, si morde il labbro. Fa un sorriso tirato:
– Preparate l’invocazione. Io mi prenderò cura dei loup-garou.
– Da solo? Siete uscito di senno? È un suicidio.
Si rassetta la giacca.
– Sì, da solo. Voi pensate a quel dannato pietrone.
Dalla borsa prende delle boccette e se le caccia in tasca. Raccatta accetta e fucile. Mi sorride, rigido, prima di correre via. Gli ululati si ripetono, più vicini.
Mi sudano i palmi, il cuore martella più che sul campo di battaglia e la camicia stringe troppo sulla gola, soffocante. Cerco di ricordarmi come diamine si dica “volere” in latino, di non badare agli ululati. Un colpo di fucile e un grido fuori dalle finestre sbarrate. Rabbrividisco.
Rileggo quel che ho scritto finora: fa pena. Dannato latino. Mordicchio l’estremità della matita, come da ragazzo, mentre medito su come correggere codesta porcheria d’invocazione.
Un polpastrello gelato mi solletica dietro l’orecchio.
Mi giro col lapis impugnato come un’arma, il braccio che descrive un arco in orizzontale. La punta della matita affonda nell’aria.
– È solo l’ansia, Alessandro – mi rassicuro.
Torno a chinarmi sul foglio, slaccio la cravatta e il primo bottone della camicia. Decisamente meglio. Ora, se solo mi ricordassi come si trasforma un aggettivo in avverbio e se quei maledetti loup-garou morissero fulminati, starei anche meglio!
Biscior lancia un grido a piena gola che mi fa rabbrividire. Una delle bestie uggiola.
Abbandono carta e matita, corro alla sacca col secondo fucile. Non faccio in tempo a caricarlo: di nuovo quella sensazione, dita fredde che mi accarezzano il profilo dell’orecchio e solleticano la nuca. E liquido che sfrigola, nel camino. Scatto in piedi. Il contenuto del paiolo ribolle, esala fumo scuro.
– Dannazione!
Gli ululati si radunano dietro la finestra alla destra del camino, grattano sugli scuri.
– Dannazione, dannazione e poi ancora dannazione!
Prendo il foglio, mi schiarisco la voce e umetto le labbra secche. “Madre Santa, veglia su di me e perdona le blasfemie che sto per dire! E che Cicerone abbia pietà per gli errori di grammatica.”
Ave Diva Silica, dia mutande. Humiliter te advocamus, gratia plena. Responde nostrae invocationi, pulchra et magnifica domina. Partem absentem reddimus, diva potente: da nobis licentiam cippum accipere et traducere, ut custoditum esse pro patriae salutis. Ita sit, si voluisses.*
Sollevo gli occhi dal foglio. Nulla è cambiato: il contenuto della pentola fuma e i loup-garou grattano come forsennati.
Il vento torrido si alza all’improvviso, mi fa arretrare di un passo. Lo conosco: stesso tanfo di carne bruciata e incenso, stesso calore soffocante. Strizzo gli occhi per vedere. La fiamma delle candele vacilla, il fuoco nel camino si abbassa e spegne. Il foglio mi sfugge di mano. Sopra la lapide, qualcosa di bianco ondeggia al ritmo delle folate.
Un’ultima raffica di vento mi sbatte a terra. Tutto tace.
Mi rialzo. La cosa è immobile, sembra stoffa bucherellata sospesa a mezz’aria. Mi accosto.
Non tela, ma frammenti di vetro attraverso cui si vedono un cielo plumbeo e una piana innevata, punteggiata di radi cespugli. E lei, che avanza senza ch’io riesca a toglierle gl’occhi di dosso.
La dea ha fianchi larghi. Mi viene incontro ancheggiando, a tratti scompare dalla visuale, come scivolasse fra un frammento e l’altro. Sul capo porta una maschera nera a forma di lupo. No, è una testa d’animale, senza mascella. Sangue fresco le ruscella sul viso e sul petto, le impasta i capelli e macchia le collane. Nuda, non rabbrividisce per il freddo. Rallenta a pochi passi da me, gli occhi rimangono nascosti. Sorride con grazia, senza mostrare i denti.
Con l’indice percorre a ritroso il tragitto di un rivolo di sangue, dall’ombelico su, tra i seni floridi, fino a un pendente d’ambra picchiettato di rosso. Porta il dito alle labbra. La lingua dardeggia, il sorriso diventa una smorfia infastidita.
– Dov’è…
La voce mi esplode nella mente, artigli che mi grattano il cranio dall’interno. Crollo a faccia in giù, senza fiato.
– … il mio…
Denti che mi affondano nel cervello. La luce tremola. Boccheggio, non voglio piangere come un bambinetto.
– … stramaledetto…
Lampi di dolore offuscano tutto.
– … sacrificio?
Il ringhio basso di una belva affamata.
Piedi pallidi, umidi di neve, a un palmo da me. Si china, mi mette la mano gelida sotto il mento e mi solleva il capo, con dolcezza:
– Rispondi, figlio adorato!

* Nelle intenzioni significa: “Salute Diva Silica, dea del mutamento. Umilmente ti chiamiamo, o piena di grazia. Rispondi alla nostra invocazione, signora bella e magnifica. Riportiamo la parte mancante, potente dea: dacci il permesso di prendere la lapide e portarla via, così che possa essere custodita per il bene della patria. Così sia, se lo vorrai.”

Altri capitoli qui.

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3 commenti su “Vento di cambimento – La Dea

  1. Biscior, per l’amor del cielo!, non fare l’eroe e non farmi stare in pensiero! *fine del fangirleggiamento*
    Altro bel capitolo, con un buon ritmo e belle descrizioni: si sente l’urgenza del generale, diviso tra l’impellenza di concludere l’invocazione, la preoccupazione per Biscior e il timore per se stesso, per via dei loup-garou. Bello anche il modo in cui si manifesta la Dea (ps: fianchi larghi *__* mi sento quasi solidale, anche se il mio culone a rimorchio è tutt’altro che divino). Mi piace il suo aspetto a dir poco inquietante. Adoro il modo in cui si manifesta, con quei tocchi gelidi. E adoro ancora di più il contrasto tra quel “figlio adorato”, la dolcezza con cui parla al generale, e il suo atteggiamento sottilmente (ma giusto sottilmente) intimidatorio ^^;
    La storia si è fatta davvero davvero davvero interessante 😉

  2. @ Gianluca: ^_^
    @ Sam: Pure il fangirleggiamento! 😀 Biscior sentitamente ringrazia per il tifo 🙂 Io, invece, ringrazio per il feedback e gongolo per essere riuscita a trasmettere quel che volevo 🙂
    (viva il club dei “fianchi larghi”! 😀 )

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