Vento di cambiamento – Siate cortese…


7 aprile 1849
Lascio cadere la torcia e vado in soccorso del dottore. In due riusciamo a levargli di dosso il morto, a bloccarlo a terra col nostro peso. Quello continua a dimenarsi, in silenzio, la bocca spalancata. Mi sollevo a sufficienza da prendere la mira e sparargli al centro del cranio ricciuto, a occhi socchiusi. L’aria puzza di sangue e capelli bruciati.
Mani mi si poggiano sulla schiena. Faccio per divincolarmi e sfuggire al morso che so imminente, ma la giovane mi grava addosso anche con un ginocchio. Rabbrividisco nel comprendere: mi sta ignorando, vuole Biscior.
Mi dimeno e volto il capo. La donna ha le mani avvinghiate attorno al collo del dottore. Lui la tiene per un polso, solleva l’accetta sopra la testa. Giro la testa di scatto e smetto di divincolarmi, per non intralciarlo. Un tonfo, poi un rumore viscido.
Il peso della giovane mi scivola via di dosso. Scatto in piedi. Biscior, respiro affannato, lascia andare la morta, che cade all’indietro. Distolgo lo sguardo dallo squarcio rosso tra i capelli neri e vado a recuperare la torcia. Sbircio Biscior, lo vedo tastarsi il collo con una smorfia, ma tutto quello a cui riesco a pensare è che la donna mi ha ignorato per strangolare il polacco.
Dopo aver decapitato i tre corpi, passiamo di stanza in stanza, silenti: una cucina con due piatti di riso e fagioli ancora tiepidi, uno studio ingombro di carte sparse e volumi ammuffiti, una spartana stanza da letto della servitù con tre letti, un salotto dal divano azzurro tarmato e, collegata da una porta aperta, quella che doveva essere la sala da pranzo. Rumore come di animali che ruminano.
Mi faccio il segno della croce. Biscior mi indica di avanzare, fronte corrucciata, fucile imbracciato.
Il grande tavolo di quercia, addossato a una parete, è ingombro di barattoli e cianfrusaglie, quasi dovesse fare a gara con la camera di Biscior. Scarabocchi di gesso su pareti e pavimento, candele accese poggiate per terra e sulla mensola del camino spento, ghirlande appese davanti alle finestre, mazzi di fiori secchi penzolanti dalle travi del soffitto. Due Lazzari, maschio e femmina. Lui anziano, naso aquilino, capelli candidi, pantaloni e gilet neri, camicia bianca. Lei poco più che una ragazzina, vestito della festa a fiori, treccia di capelli castani, scalza.
Sono inginocchiati, intenti a divorare un uomo in tunica nera e mutandoni scarlatti. Alzano lo sguardo dal cadavere quando, incespicando, varco la soglia. La ragazzina deglutisce, il bolo le scivola fuori dalla gola squarciata e giù, lungo l’abito irrigidito dal sangue secco. Le si ferma in grembo, insieme ai bocconi precedenti. Riabbassano lo sguardo sul pasto e riprendono a staccare pezzi di carne a mani nude, ignorando me e la pistola puntata. Entrambi hanno occhi annebbiati, pelle pallida. Sull’uomo non vedo i segni di come sia morto.
Mi sposto di lato e prendo la mira. Costringo il braccio a non tremare, accantono le domande e sparo al vecchio. Biscior fa fuoco un istante dopo, mi assorda ma centra il capo della ragazzina. Abbandona l’arma in favore dell’accetta.
Avanzo verso il lato opposto della sala e i disegni che imbrattano il pavimento di cotto. L’aria è più calda, l’odore di carne bruciata e incenso è così rivoltante da farmi rizzare i peli su braccia e nuca.
– Credo che abbiamo ritrovato la dannata lapide.
Biscior mi raggiunge. Guarda il blocco di marmo al centro del diagramma di gesso e cera.
– Bene, ora dobbiamo solo convincere la Diva Silica a lasciarcela prendere. E trovare il modo di portar materialmente via quel pezzo di pietra.
– Cosa c’entrerebbe, ora, questa “dea”?
– Non l’avvertite? Aleggia ancora qui. Sconsiglio di avvicinarsi alla pietra.
– Che scempiaggini!
Estraggo la sciabola e faccio un passo avanti, lama protesa verso il diagramma. Sento la punta cozzare contro qualcosa, nell’aria. Un istante dopo spalanco la mano e la scuoto. La lama rimbalza due volte a terra, emana volute di fumo. Palmo e dita sono arrossati e già cominciano a gonfiarsi. Impreco mentalmente e ci soffio sopra. Biscior mi guarda senza parlare, un sopracciglio sollevato, le labbra serrate per non sorridere compiaciuto.
– Avevate ragione, contento?
A grandi passi raggiunge il tavolo ingombro. Lo seguo senza smettere di agitare la mano, lo guardo sfogliare libri e carte, fronte corrugata.
– Ecco! – esclama. Liscia un foglio, segue le parole con l’indice. Con la sinistra, giocherella con l’impugnatura di un coltello che gli sporge alla cintura.
– “Ecco” cosa?
– Sacrificare una vita, invocare la dea con dolci parole e… uhm, un bell’intruglio. Vediamo un po’… Sì, solo una vecchia ricetta del ‘300, si può fare anche qui.
Fruga il tavolo fino a porgermi carta e lapis.
– Come ve la cavate col latino, generale?
Indecens*? – provo.
– Dovrete fare del vostro meglio. Scrivete qualcosa di delicato e rispettoso.
– Non potete farlo voi, che parlate in latino meglio di un prete appena uscito di seminario? – protesto, ma senza vera convinzione.
– Avete idea di dove trovare delle ceneri di basilisco? – domanda, serio.
– Perché, voi sì?
Sorride.
Mentre mi scappa l’ennesimo sbuffo di irritazione dacché conosco Biscior, vergo: Ave Diva Silica
– Non preoccupatevi troppo della grammatica, poi lo rileggerò tutto io. Non voglio che ci ritroviamo con un’invasione di cavallette o Dio solo sa cos’altro.
Mi interrompo, sento la mascella serrarsi e i denti scricchiolare. Biscior, ignaro, estrae barattolini dalla sua borsa. Distendo i muscoli, chiedo:
– Vorreste spiegarvi meglio?
Non smette di armeggiare, inizia anche a studiare gli oggetti sul tavolo.
– Ritengo che i due in tunica fossero quelli che manovravano tutto. – Indica la testa femminile mozzata. – Hanno sacrificato quella poverina. Da lì in poi, devono aver sbagliato qualcosa: non credo che essere divorati vivi dalla servitù trasformata in Lazzari fosse il loro scopo. E considerata la banalità della ricetta, devono aver irritato la Dea. Quindi, di grazia, siate cortese con lei, come ne andasse della nostra vita.

* “Indecente, disdicevole” in latino.

Altri capitoli qui.

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4 commenti su “Vento di cambiamento – Siate cortese…

  1. Bello! Finora è questo è il capitolo che mi è piaciuto di più, soprattutto per via dell’azione. Niente male anche le descrizioni dei Lazzari: la ragazzina, in modo particolare, mi ha colpita parecchio.
    Biscior è sempre un mito ed è sempre un piacere leggere di lui.

  2. In ritardo, ma: Grazie dei feedback, ragazzi!
    @ Gianluca: giovedì prossimo scopriremo quanto ha la miccia corta la Dea… ^_^
    @ Germano: E tu pensa che qui siamo sulle 970 parole! O_O Ho deciso che ormai la regola è “stare sotto le 1000 parole” ^_^’
    @ Sam: il dottore ha sempre un suo fascino tamarro, mi viene così… 😛

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