Vento di cambiamento – Tedio


7 aprile 1849
La cavalcata tra le risaie è spettrale, la luna si riflette in mille frammenti sull’acqua increspata dalla brezza, ma Biscior è cieco a tale spettacolo. Quando gli alberi lungo la strada aumentano di numero, diventano sagome grige contro il cielo nero.
A Borgo Ticino, Peppin il muratore smette di fare storie e d’ingiuriare il cugino solo quando gli caccio in mano dei soldi. Si fa servizievole d’un tratto, tutto inchini e sorrisi falsi. Ci conduce fino al confine esterno della proprietà, un grosso cancello retto da pilastri di pietra fiancheggiati da una bassa siepe, e si dilegua.
– Sapete scassinare una serratura? – domanda Biscior indicando il cancello. Lo guardo, interdetto. Devo aver capito male.
– Che bisogno abbiamo di aprire il cancello quando possiamo saltare la siepe?
Spoilsport * – sbuffa.
Faccio arretrare il cavallo, prendo la rincorsa e quello scavalca, agile, il bosso. Mentre attendo che la sagoma scura che è Biscior mi imiti, faccio avanzare il sauro, al passo, verso l’unica luce che intravedo più avanti, tra i tronchi di conifere.
Il viale sterrato compie un’ampia curva verso destra nell’avvicinarsi al gruppo di edifici. La casa padronale ha due piani, tutte le finestre hanno gli scuri chiusi, non ne filtra alcuna luce o suono. A destra un pollaio e un grosso fienile, a sinistra una stalla da cui muggisce una mucca.
Leghiamo i cavalli tra gli alberi e ci carichiamo di masserizie. Mi lego la sciabola al fianco e spero che non dia troppo nell’occhio.
– Proposte? – sussurra.
– Ci spacciamo per incaricati di Luigi, cerchiamo di capire la situazione e poi agiamo.
Si liscia i baffi e annuisce. Non è convinto.
Avanziamo fino all’uscio, a fianco al quale è sospesa una fiaccola accesa. Tiro la catenella che sporge dal muro, una campanella squilla acuta oltre la porta. Conto fino a cento senza che accada alcunché. Guardo Biscior. Quello si scruta intorno, fronte corrugata.
Suono di nuovo, ancora nessuna risposta nella casa.
Biscior si china a guardare la serratura e depone a terra la valigetta di cuoio.
– State qui, datemi una voce se aprissero.
Si allontana verso la stalla, lo perdo di vista. Continuo a scandire i numeri mentalmente, frugo le ombre. Sudore freddo lungo la schiena, la sensazione rassicurante del pomo della sciabola sotto il palmo. A cinquecentododici il dottore torna. Sorride nel mostrarmi i tre attrezzi che ha in mano.
Il primo colpo di martello sulla testa dello scalpello sembra una cannonata in una cattedrale. Altri tre colpi e la serratura cede. Mi guarda, soddisfatto, e chiede:
– Che ore sono?
– Oggi fatico a seguirvi, più del solito. Vediamo, ecco, sette e venti.
– Ora delle medicine!
Si china sulla valigetta e depone gli attrezzi. Fruga tra barattoli e fiale, solleva una mano verso di me: una boccetta di vetro blu, tappo in sughero.
– Bevetela, meglio se in un sorso solo.
Trangugio, tossisco, mi asciugo la bocca e gli occhi lacrimanti. Beve anche lui qualcosa e ripone le due boccette vuote.
Si rialza, fluido, la valigetta nella sinistra, l’accetta nella destra. Qualcosa mi dice che il piano è cambiato. Estraggo la pistola, la carico.
Scosta il battente col piede. La serratura stride sul cotto. L’entrata è vuota: nessuna suppellettile o persona, solo una porta socchiusa sulla sinistra. Stacco la fiaccola, entro e accosto il portone con la spalla.
Un suono familiare proviene da dietro la porta.
– Vergine Santissima! – sussurro quando capisco. Non faccio in tempo a fermare Biscior che quello le ha già dato una pedata.
Sul pavimento dell’altra stanza c’è il cadavere di un uomo anziano, il viso rugoso pietrificato in un urlo terrorizzato. La tunica nera è sollevata attorno ai fianchi, stracciata sul ventre. Una giovane è china su di lui, le braccia affondate fino al gomito nell’addome squarciato. Solleva il viso affilato, sporco di sangue. Sembra guardarci, pur se con occhi velati dalla morte.
Biscior sbuffa, si volta a domandarmi:
– Anche voi cominciate a essere tediato da questi Lazzari?
Un morto, camicia rattoppata e gilet, gli si getta addosso sbucando da di fianco alla porta. Cadono in un groviglio di arti e stoffa.
“Non sapete quanto!”

* “Guastafeste” in inglese.

Altri capitoli qui.

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