Vento di cambiamento – Verso nord


7 aprile 1849
Biscior traffica attorno al tavolo, mescola qualcosa in un bicchiere e me lo porge. Mi fissa in silenzio finché non bevu tutto il liquore giallognolo al sapore di anice e limone. Mi volge le spalle, da mensole, comodino e cassapanca preleva boccette, sacchetti e scatolette che infila in una valigetta di cuoio, senza smettere di borbottare, la fronte corrugata.
Mi accosto al tavolo ingombro. Barattoli di vetro, boccette di ceramica, un libro. Poggio il bicchiere tra un piccolo mortaio e una bacile metallico. Il pezzo di marmo non sembra fuori posto in questo bailamme.
– Posso esservi d’aiuto?
Sono sicuro che dirà di no. Apro il libro ingiallito. Due uomini attorno a un albero, cartigli gotici ovunque. Sull’altra pagina, testo a stampa in latino, appunti in una calligrafia filiforme e illeggibile. Biscior mi richiude il libro sulle dita e si versa un bicchiere di brodaglia scura.
– Aiutatemi non toccando nulla. Grazie, generale.
Mi appoggio alla parete, ignorato. Torno a sfogliare il libro, ma il dottore è troppo perso nei suoi preparativi per redarguirmi. Mi scappa uno sbuffo infastidito.
Torno al mio alloggio. La governante si appressa allarmata. Le mie occhiate gelide non sono efficaci come quelle di Biscior, ma almeno la convincono a allontanarsi. In camera, sfilo giacca e camicia. Non mi guardo allo specchio. Mi trovo a chiedermi cosa direbbe mia madre se mi vedesse oggi, così ferito e sciupato. Chissà se, sotto l’orgoglio, ci sarebbe anche compassione.
Indosso abiti puliti e la cintura a cui sospendere la sciabola. Bussano alla porta. La voce dell’intendente di casa Barbavara:
– Signore, state bene? – socchiude la porta ma non entra – La governante dice-
– Sì, sto bene. Avete fucili da caccia in casa?
– Sì, signore – dice, incerto.
– Bene, fatemene preparare due, avvolti in tela cerata, e una sacca con un pasto per due.
– Sì, signore.
Non richiude ancora la porta.
– Signore, posso dedurre che non desinerete qui.
– Sì – rispondo mentre frugo nello scrittoio.
– Devo lasciare un servitore ad attendervi?
– Sì. Potete andare.
La porta si chiude. Scrivo di fretta, indirizzo la lettera a Edoardo, dentro ve ne chiudo una seconda, per Alfonso, da recapitargli in caso non abbia mie notizie entro una settimana. Non riesco a non pensare al libro di Paolo Emilio, a Maria Elisabetta che bocciava tutto come ridicolezze, dicendo che era impossibile che una condizione soprannaturale simile a quella dei loup-garou fosse vera e comunicabile col semplice morso.
Dalla cassapanca prendo la nuova sciabola, ancora avvolta nella tela cerata, e il pastrano invernale. Nell’androne mi aspetta un servitore, in spalla la sacca coi fucili, in mano quella del cibo. Prelevo un bastone da passeggio e mi faccio accompagnare dal servitore fino alla locanda. Lo lascio ad attendere presso i cavalli e entro in un’osteria a poca distanza.
Solo la quarta persona che interrogo, un maniscalco con la faccia butterata, ha idea di dove possa essere Lupiate. Parla di una cascina, nelle colline soprastanti Borgo Ticino, di un tizio fora ‘me ‘n balcon che l’ha ribattezzata come un antico borgo. Dice che c’è stato suo cugino Peppin, muratore; che se vado da lui, nella casa gialla sulla piazza della chiesa, mi indicherà la strada fino alla cascina.
Gli pago da bere, quello ringrazia profusamente.
Biscior mi attende fuori dalla locanda, spazientito, sotto il cielo sempre più rannuvolato. Ha legato alla sella del palomino la valigetta e una sacca. Dico al servitore di fare altrettanto e prendo da parte il dottore.
– Dove siete stato? – mi assale.
– A prepararmi e scoprire dove dobbiamo andare. Ho un’indicazione di massima e il nome di un uomo che può condurci al punto preciso.
Si raffredda, pensoso, poi parla:
– Quindi, dove si va?
– A nord.
Si fruga nella giacca, tira fuori una mappa e me la porge. Gli indico la zona, trattenendo un sorriso: so già che imprecherà sottovoce.
Mi dà le spalle, rispetta la mia previsione e torna a guardarmi. Scuote la testa.
– Andiamo, forza. E speriamo non ci siano altre dee gelose da evitare.

Altri capitoli qui.

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2 commenti su “Vento di cambiamento – Verso nord

    • Eh, o quello o confondere il povero lettore con i 16 rampolli, vivi e deceduti, della famiglia Ferrero La Marmora! O_O’ Rischiava di diventare troppo U_U

      A nord!

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