Vento di Cambiamento – Plenilunio


7 aprile 1849
– Do-dovrebbero essere morti! – balbetta qualcuno, forse io, forse Biscior.
Faccio due passi verso la lotta impari tra soldati e loup-garou.
Il dottore mi si para davanti, mi spinge verso la finestra spalancata. Faccio per aggirarlo, egli sbuffa e mi sferra un manrovescio. Mi spintona.
Sbatto la testa e una spalla contro la finestra, rotolo nell’erba. Mi rialzo in preda a un capogiro, con le mani che prudono. Mi giro, barcollante.
Biscior sporge una gamba fuori dalla finestra, lascia cadere la pietra e il mio bastone. Mette a terra il piede mentre tira fuori busto e testa, si aggrappa a uno stipite.
Una mano artigliata spunta dietro di lui. L’abbranca per la giacca e tira. Biscior impreca quando la testa rimbalza contro il legno. Accorro, inciampo nei miei stessi piedi, cado a terra. Le dita si stringono su bastone e ortiche. Sblocco l’anima e alzo lo sguardo. Biscior, aggrappato agli stipiti, lotta per non essere trascinato in casa. Per la prima volta sembra aver perso quell’aria distaccata.
Mi tiro in piedi, afferro il dottore con la destra. Infilo l’altra mano dietro di lui, lama in pugno. L’agito alla cieca, la sento cozzare contro qualcosa. Il loup-garou uggiola e ringhia, denti schioccano vicino alla mia mano. Biscior mi cade addosso, lanciando un grido strozzato.
Rotoliamo a terra. Il loup-garou sporge il muso rigato di sangue dalla finestra, il mento appoggiato sul davanzale. Gli leggo negli occhi astio bruciante e paura.
Biscior sgattaiola a raccogliere la pietra, evitando la zampa ferita che per un istante si protende dalla finestra, con un gesto stanco.
Il dottore e io barcolliamo fino ai cavalli. Mi aiuta a salire in groppa al sauro, ignorando i versi belluini che giungono dalla casa, e ripone la pietra nella sacca legata alla sella.
Incespica nel raggiungere il palomino, solo ora noto la macchia scura e la giacca sbrindellata, sul fianco destro. Ha l’aria pallida.
– State bene?
Gracchia un sì e lancia il cavallo al trotto, passa al galoppo appena raggiunge la strada. Lo seguo, lasciandomi alle spalle la casa, il rumore di legno infranto, le grida di Migliacci. Cerco di calmare il respiro, di non grattarmi le mani arrossate dall’ortica, di non pensare alle due belve allo sbando per la campagna.
Biscior rallenta al passo solo quando siamo in vista della città. Ferma il cavallo sul bordo di una risaia, ondeggia sulla sella. Mi avvicino, ma prima che riesca ad afferrarlo è già caduto. Rotola nell’erba, con un tonfo scivola in acqua a faccia in giù.
– Madre Santissima! Biscior!
Scendo da cavallo col cuore in gola.
– Sto bene, sto bene.
Raggiungo il bordo della risaia. Se ne sta sdraiato nell’acqua fangosa, lo sguardo fisso al cielo e una mano premuta sul fianco.
– Uscite di lì. Dovreste sapere che non è un luogo salubre in cui stare.
Si tira a sedere. Affonda una mano nella fanghiglia, scuote il capo, si alza. Avanza sollevando schizzi, risale l’argine con lentezza. Per il resto del tragitto ignora le mie domande.

Alla locanda in cui alloggia, tacita il locandiere impiccione con uno sguardo acido. Vedo per la prima volta la sua stanza: soffitto basso, buia, affollata di barattoli e strani ammenicoli in mezzo a cui depone la pietra. Mi fa sedere su uno sgabello e sparisce dietro un paravento di giunco rosso. Ne emerge in abiti asciutti, senza giacca. Intravedo gli squarci al fianco e boccheggio. Ci spalma del cataplasma maleodorante, senza ricucirli.
– Siete sicur-
Mi fulmina con lo sguardo. Taccio, fisso la vecchia trapunta blu damascata e il tappeto tarmato.
Si avvicina, di nuovo in ordine. Prende a medicarmi, in silenzio. Sembra meno pallido, la piega amara della bocca non cambia. Qualunque cosa mi spalmi sulle mani, mi dà sollievo.
– Che cosa dice la lettera? – domanda sedendosi sul letto.
Niente indirizzo, solo il nome Luigi. Dentro, poche righe:
– “Il magazzino non è più sicuro. Quando hai ritrovato il frammento, portalo alla cascina di Lupiate. Spero arriverai prima della luna piena.” Non c’è firma. Quanto manca al plenilunio?
Mi indica la finestra. La luna è un cerchio pallido nel cielo luminoso del tardo pomeriggio.

Altri capitoli qui.

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4 commenti su “Vento di Cambiamento – Plenilunio

  1. Wow, Biscior in difficoltà! Sempre mitico, il dottore: lui e lo sberlone che rifila al generale ^^ E l’occhiataccia al locandiere. E, di nuovo, l’occhiataccia al generale – che pare quasi una vittima del temperamento del dottore. davvero: Biscior mi piace tantissimo, ma il generale dovrebbe essere un po’ meno timido ^^; Comunque sono curiosa di vedere come se la caveranno, adesso che sono acciaccati tutti e due.

    • Grazie dei 4 commenti, Sam! 🙂 Che dire… mi rendo sempre più conto che faccio fatica a sentire La Marmora, a dargli corpo, mentre Biscior ha il vantaggio di essere nato prima e di essere “uscito a cena” qualche volta di più con me. E la cosa mi spiace, perché il povero Alessandro ne soffre molto e non dovrebbe essere così 😦 Sigh!

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