Vento di cambiamento – L’uomo supponente


2 aprile 1849

– Continua a sembrarmi un’idea inconcludente, – sbuffa Biscior giocherellando con uno dei bottoni della giacca.
– Ne avete tirata fuori una migliore, in due giorni? Non mi pare.
Digrigna i denti, fissa il terreno.
Il portone davanti a cui sostiamo finalmente si apre, un grasso servitore in livrea ci scruta. Mi presento, chiedo di vedere il suo padrone. Mi sento rispondere di attendere.
– Un inizio promettente, non c’è che dire, – sussurra il dottore, lugubre.
Faccio finta di non averlo sentito e attendo. I minuti scorrono lenti, Biscior mi scopre a sbuffare e sogghigna sotto i baffi.
– Siete sempre convinto-
Lo spalancarsi del portone lo interrompe.
– Il padrone vi riceverà tra poco. Accomodatevi, generale.
Seguo l’uomo in livrea attraverso una corte porticata fino a un ampio scalone in pietra, su fino al primo piano e a una porta di legno lucido. Un’anticamera con sedie imbottite e un tavolino.
– Potete aspettare qui, – dice il servitore prima di sparire dietro un’altra porta.
– Che ospitalità!
Fulmino Biscior, ma egli si limita a pettinarsi i baffi e tamburellare le unghie sul bracciolo.
Dopo mezz’ora e svariate occhiatacce nella mia direzione da parte di Biscior, Egidio Longhi si degna di riceverci nel suo studio. La stanza è ordinata, odora di carta vecchia e rilegature in cuoio. Il dottore, al mio fianco, perde l’atteggiamento spazientito quando si avvicina alla prima di sei librerie cariche di volumi. Longhi siede dietro la scrivania in noce ingombra di carte e faldoni disposti con precisione geometrica. Abbigliamento e pettinatura sono ordinati come il resto della stanza, altrettanto antiquati. Avrà settant’anni, lo credevo più giovane.
Si alza per stringermi la mano con un sorriso di cortesia, poi si risiede, mi indica una sedia e parla con voce bassa, fuori posto in una figura così minuta:
– È un piacere incontrarvi, generale La Marmora, anche se non sono sicuro di avere capito a cosa devo cotanto onore.
– Mi è stato riferito che siete il massimo conoscitore delle antichità della zone, pertanto vorrei chiedere il vostro aiuto.
– Continuo a non capire. In cosa potrebbe la storia locale essere utile a un uomo di guerra quale siete?
– Ecco, signore, si tratta di una scommessa.
Mi guarda con riprovazione da sotto le sopracciglia cespugliose, come un padre deluso dal figlio. Dice solo:
– Ah.
– Il generale ed io abbiamo scommesso. – interviene Biscior, senza smettere di percorrere i volumi con l’indice. – In particolare, io sono del partito che non è mai esistito alcun culto di una “diva silica” in codesta zona,  Oh, una copia cinquecentesca della Legenda Aurea, interessante.
– E voi sareste, signore?
– Dottor Stanislaw Biscior, – risponde senza voltarsi.
– Ebbene, dottore, devo deludervi: un’epigrafe figurata attesta con chiarezza che nel circondario, in epoca romana, era venerata una Dea Silica.
– Con rispetto parlando, signor Longhi, non ho intenzione di pagar pegno se prima non vedo quell’epigrafe.
Longhi fa una smorfia acida, sembra ogni secondo più infastidito dalla nostra presenza.
– Allora potrete tenervi stretto il denaro ancora a lungo: la lapide è stata trafugata un paio di settimane fa dalla sacristia in cui era murata.
– Ne siete certo? – chiedo. Mi guarda con sufficienza e annuisce.
– Per curiosità, cosa c’era scritto sull’epigrafe?
– Se la memoria non m’inganna, e non lo fa, “Vibia Earina, figlia di Fusco, riposa tra le braccia della Dea Silica, signora del cambiamento”.
– Bene, il mio portamonete ha saputo tutto ciò che desiderava. Possiamo andare, La Marmora?

In strada, Biscior si tormenta i baffi:
– Il vecchio ha una decina di falsi, nella sua collezione.
– E sarebbe pertinente perché…
– Perché anche i più saccenti e supponenti possono sbagliare. Tuttavia, credo che l’informazione sull’epigrafe sia affidabile.
– Quindi, cosa proponete?
Sorride:
– Una caccia al ladro.

Gli altri capitoli qui.

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