Tra dieci anni


Un altro meme, ma un po’ diverso dal precedente. Invece di mettere per iscritto la propria realtà, la sfida è immaginarsi tra dieci anni da oggi. E io, che vivo quasi per scelta senza immaginarlo, il mio futuro, di nuovo mi trovo a fantasticare sullo spunto offerto da un post altrui, segno che anche questo meme ha una sua discreta forza.

Stranger Things Have Happened
Vivo sempre nella stessa zona, ma molte cose sono cambiate. Con un altro paio di pazzi ci siamo inventati un lavoro e ora forniamo consulenze culturali e didattiche a enti privati e pubblici. Creiamo percorsi didattici a tema artistico e letterario per bambini, ragazzi e adulti, e ci divertiamo nel farlo. I casini abbondano, ma ci si destreggia. A fine anno si riesce anche ad avere il bilancio in pari, che di questi tempi è un ottimo risultato. Una volta a settimana masterizzo per un gruppetto di ragazzi, e nel frattempo io e i colleghi cerchiamo di allevare le “nuove leve” del gioco di ruolo, proponendo pomeriggi ruolistici nelle biblioteche della zona, incuranti di chi ci guarda male o prende per pazzi. La scrittura è sempre lì, ma il tempo da dedicare è sempre meno.

Every Day is Exactly the Same
Stessa casa, stesse azioni, stesse persone, stessa routine. Nulla di diverso o quasi, anche con dieci anni di differenza: lavoretti in nero che permettono poco più che di pagarsi le spese minime, la sensazione di vivere sulle spalle degli altri, nessuno sbocco in vista, la laurea che non vale nulla, datori di lavoro che cercano solo gente con esperienza pluriennale nel campo (qualunque esso sia), i conoscenti che scuotono la testa e dicono “siamo tutti nella stessa barca”. Scrivo ancora, ma la sensazione di vicolo cieco non alleggerisce le parole, anzi.

Learn to Fly
Mi sono trasferita a Milano per cercare maggiori opportunità di lavoro, ma la laurea continua a non servire a un cazzo. Vivo sopra un ristorante cinese, in un monolocale da cui l’odore di fritto non se ne va mai, ma tanto fa il paio con quello della friggitrice davanti a cui passo le mie mattine, al fast food. Il pomeriggio do ripetizioni di latino, italiano, letteratura e inglese a ragazzini che vorrei uccidere a colpi di Castiglione-Mariotti; tre sere a settimana servo ai tavoli in un bar pulcioso. Ogni tanto guardo il cortile su cui si affacciano le due sole finestre di casa mia, quattro piani più in basso, e mi chiedo quanto ci vorrà prima di decidere di provare a volare.

Stranger in a Strange Land
Finita la specialistica, mi sono trasferita al nord. Dopo il dottorato in Svezia, sono rimasta qui, come lettore. La paga è decente, il freddo terribile ma lo si sopporta. Per scherzo ho iniziato a insegnare l’italiano a un collega svedese, in cambio del suo aiuto a destreggiarmi tra umlaut e tradizioni locali. Siamo finiti col gestire un blog, metà in svedese e metà in italiano: lui racconta casa sua agli italiani, io l’Italia agli scandinavi. Gioco di ruolo con le stesse persone di dieci anni fa, in videoconferenza via skype, e in quelle sere la distanza da casa sembra inferiore, anche quando mi prendono in giro per l’accento. E scrivo, ogni volta che posso, in inglese e italiano; quando sono soddisfatta di quel che ho prodotto, lo faccio leggere a qualche persona di fiducia e, polito e rifinito, lo pubblico su internet. A qualcuno piace, a qualcuno no, ma l’importante è aver dato il 200% e essermi divertita nel farlo.

End of the Road
Un incidente stradale, o forse una malattia. O magari una semplice caduta dalle scale. Dicono che basti poco, in fondo, a ucciderci. Che siamo macchine fragili, pur se ci crogioliamo nella speranza di morire il più tardi possibile, nell’illusione di poter un giorno sconfiggere la Triste Signora. E visto che questo posto ha per sottotitolo “hope for the best, expect the worst” (spera nel meglio, aspettati il peggio), il peggio possibile è che tra 10 anni io sia un nome su una lapide. Ma forse no, il peggio è un altro: un corpo che vegeta in un letto d’ospedale, la mente persa oltre le barriere della medicina, in attesa che la natura faccia il suo corso o che qualcuno vinca una battaglia legale a mio nome per staccarmi la spina.

Ora avete un’idea del perché evito di immaginarmi il futuro.

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11 commenti su “Tra dieci anni

  1. Cavoli, Marina… Sono arrivato dalla versione del meme di Marco, in cui ogni possibilità era positiva a suo modo, e qui invece trovo addirittura la Triste Signora… :O
    In bocca al lupo per la Svezia, che mi sembra la versione più ottimistica che hai mostrato. Magari vengo a trovarti ogni tanto, perché anche uno dei miei punti che pubblicherò martedì riguarderà la Svezia. 😀 Quando si dice la sincronicità. 😉

    Ciao,
    Gianluca

    • La Svezia ha quel suo fascino… 😉 Ma sì, dai, magari tra dieci anni ci incontreremo in un ristorantino svedese a fare due chiacchiere e ricordare il primo, eroico anno di Moon Base ^_^

  2. Credo che una distinzione vada fatta tra la visione del futuro che hanno gli uomini, spesso eccessivamente ottimista e quella che ne hanno le donne, talvolta più pragmatica e sì, diciamolo, più matura. Guardare al futuro vedendo tutto rosa è autoconsolatorio, ma ingenuamente ottimistico. La vita porta spesso, anche troppo, complicazioni che mai ci si sarebbero aspettate e che ne condizionano pesantemente la prosecuzione.
    “Hope for the best, expect the worst” è una massima da tenere sempre e comunque a mente, pur facendo di tutto per smentirla, nel corso della battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

    Se posso darti un consiglio, Marina, ti suggerirei di guardare più alla Norvegia che alla Svezia. Oltre ad un economia più solida e a un freddo ancora più terribile, troveresti uno dei pochi paesi dove il tasso di disoccupazione continua a scendere (non in una realtà parallela, ma in questa) e dove con una laurea si può trovare un lavoro decente nell’arco di due-tre settimane.
    Invece delle umlaut avrai a che fare con qualche “Ø”, ma ci si arrangia pensando che suoni simili esistono anche nel bergamasco.

    • Grazie per il consiglio logistico, lo terrò presente 🙂
      Non so se aspettarsi il peggio è più pragmatismo femminile o personalissimo pessimismo, in ogni caso si spera sempre nel meglio, così come si spera sempre di aver esagerato coi worst case scenario 😉
      Per le lingue nordiche, alla fine ci sono piccole similitudini anche con l’inglese, il che potrebbe essere un buon punto di partenza… Chissà

  3. Ecco.
    Il punto è sempre: dove cazzo sono i fazzoletti quando servono.
    Ci siamo ricambiate il favore con i lacrimoni.
    E ogni possibile versione di te che hai messo, mi ha commossa, nel bene e nel male.

  4. Mmmhh… tanto lo sappiamo tutti e due che finirà in Svezia, con tanti altri eBook da mettere online.
    Però, devo dire che pur se drammatico, il quadro prende. 😉

    • La drammaticità io ho tentato di ridurla al minimo indispensabile, ma se penso al futuro c’è sempre, da qualche parte… ^_^’ Viva l’ottimismo! 😀

  5. Capisco il realismo, ne accetto le implicazioni, ma mi domando perché non ci sia lo spazio mentale per un twist, per una scossa di quelle che non si possono prevedere. Se è vero che non abbiamo nessuna garanzia di essere qui tra dieci anni perché non ammettere anche la possibilità di volare alto?

    • Il fatto è che sono di natura piuttosto pessimista, e quel che vedo attorno negli ultimi tempi non mi aiuta a immaginare futuri rosei. So che suonerà orrendo, ma la Svezia è già il mio “volare alto” con l’immaginazione… ^_^’

      • Non c’è giudizio in quello che dico, OK? Lo so che non è facile avere fiducia nel futuro e che con tutta la pressione mediatica di questi anni (incentrata al negativo al 101%) viene da tener bassi gli occhi. L’ipotesi svedese è carina ma non è sicuramente il massimo delle tue possibilità.

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