Vento di cambiamento – Il dottore


Lo sfregiato caracolla avanti, protende le mani, mi afferra per la camicia. Lo colpisco al volto col calcio della pistola e mi agito per divincolarmi. Strattono la sua mano, senza esito.
La gamba ferita cede, lo sfregiato mi accompagna mentre scivolo a terra. Mi sferra un pugno al viso. Rispondo scomposto: scalcio, mulino le braccia, artiglio carne fredda.
Strappa la camicia, china il capo per mordermi. Respiro lezzo di cavolo bollito e sudore rancido. Afferro l’impugnatura della sciabola, tento di spingere la lama più a fondo, ma è incastrata nel collo taurino. Mi morde. Urlo, sollevo il piede destro e glielo poggio contro, poi spingo con quanta forza ho in corpo. Lo sbalzo indietro, urlo di nuovo.
Ansimante, una mano premuta sulla ferita tra spalla e collo, ne guardo il goffo rialzarsi, i passi strascicati. Mi si china addosso.
Uno sparo, lo sfregiato si erge, volge lo sguardo al corridoio, da cui Gualtiero Dossi gli si lancia contro in corsa. Cadono sul letto.
Un giovane civile, baffi castani e pastrano bagnato, lascia cadere un fucile e li raggiunge. Rimango a guardare, impietrito, i tre che lottano sul pagliericcio. Il baffuto afferra la sciabola con una mano, i capelli corvini dello sfregiato con l’altra, e spinge la lama più in profondità, come Giuditta con Oloferne.
Si risolleva col trofeo stretto in mano.
– State bene, generale? – domanda Gualtiero, fradicio di pioggia.
Annuisco. Mi aiuta a raggiungere una sedia.
Sotto i rumori di lotta continuano. Il baffuto appoggia la testa nel catino.
– Si sa da dove siano entrati? – chiedo.
Gualtiero, sulla porta, scuote la testa e getta uno sguardo al baffuto. Quegli raccoglie il fucile, corrono via. Ricarico la pistola e tampono la ferita con un fazzoletto. Attendo.
Vento torrido, odoroso d’incenso e carne bruciata, dal corridoio penetra nella stanza. Proteggo col braccio gli occhi lacrimanti. Sotto il rombare dell’aria, lo schianto della sedia vuota che cade a terra risuona secco. Le raffiche sollevano le coltri dal letto, sfondano i vetri della finestrella, ne spalancano gli scuri. Nel lume, la fiamma trema. Torna a rinforzarsi quando il vento si placa, improvviso com’è venuto. Coperte e lenzuola penzolano dalla finestra.
Cala il silenzio nella stanza, nella sala comune.
Mi isso in piedi, rabbrividisco per l’aria gelida. Raggiungo la porta sostenendomi al muro, poi saltello fino alle scale. Bertani giace in fondo ai gradini, il collo piegato in un angolo sbagliato, la divisa aperta sugli intestini.
Gualtiero è vicino al corpo e mi fissa, le sopracciglia congiunte nella perplessità, sciabola in mano.
– Sei ferito?
– No, signore.
Mi raggiunge, sussurra concitato:
– Cosa è successo?
Non so rispondergli. Mi aiuta a scendere, mi siede su una panca. Attorno, i soldati stupefatti si aggirano tra corpi di nuovo immobili e commilitoni insanguinati. Un tenente punzecchia con la baionetta un cadavere di donna dal ventre squarciato. Conto altri quattro civili morti, undici soldati esanimi, una manciata di feriti. L’uomo in pastrano ha in mano un’accetta, spicca teste come spaccasse legna. La porta della locanda è spalancata sulla strada piovosa, le finestre sono infrante.
– Madre Santissima! Il Re!
Gualtiero sbianca e mi fissa. Gli stringo il braccio, non parla. Mi trema la voce nel dire:
– Manda qualcuno a controllare. Che si passi il comando: decapitare tutti i morti, nessuno escluso.
Gualtiero abbaia ordini e i soldati rispondono celeri. Il locandiere sporge la testa da una porticina socchiusa, labbro tremulo e muco che cola dal naso.
– Dossi, mi hai trovato un medico?
Il baffuto viene verso di noi, scavalcando sedie ribaltate e cadaveri. Accetta nella sinistra, allunga la destra, sorride:
– Dottor Stanislaw Biscior. Lieto di non avervi colpito, là sopra.

Altri capitoli qui.

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15 commenti su “Vento di cambiamento – Il dottore

    • Grazie del parere, lieta che certi dettagli piacciano.
      Il “mi siede” suonava strano anche a me, a scriverlo (e mi venivano in mente i vari “scendi il cane che lo piscio” ecc.), ma, dizionario dixit, il verbo “sedere” viene di rado usato anche in forma transitiva a indicare “mettere seduto” 🙂 Direi che ci può stare, no? 😉

        • Nel caso si farà loro notare che la cosa è già stata spiegata, oppure si darà libero sfogo alla signorina R. 🙂
          (poi era un dubbio più che lecito, visto che di norma “sedere” è verbo intransitivo!)

  1. Ecco, sono sempre l’ ultima a sapere certe cose. No, in realtà sono scema, e ancora non capisco come ho fatto ad accorgermi del tuo Risorgimento di Tenebra solo al secondo capitolo.
    Comunque, ci sono gli zombi, dico, cazzo gli zombi! tu vuoi fare di me una donna felice.
    Bella la puzza orrenda dei morti viventi, e anche lo squarcio sulla faccia dove si vedono i denti.
    Io bimba contenta

    • L’importante è che tu l’abbia scoperto, il mio RdT, prima o dopo non importa 😉
      Molto lieta che ti sia piaciuto e di averti reso una bimba contenta 🙂 Spero di riuscirci anche coi prossimi capitoli, grazie mille del feedback 🙂

  2. Bello, cavoli! E sul dettaglio del “mi siede” io sono filato via tranquillo, mi sembrava perfettamente calato nello stile di per sé. 🙂

    Ci sarà da divertirsi con questo RdT, immagino ^^

    Ciao,
    Gianluca

    • Ciao a te e grazie, spero di riuscire a guadagnarmi un parere positivo anche in futuro ^_^
      Speravo che il “mi siede” suonasse fluido con l’ambientazione, missione compiuta almeno in parte 😉

  3. Pingback: Vento di cambiamento – Lazzaro | Space of entropy

  4. Bello il dettaglio dell’alito che puzza di cavolo bollito. Notevole anche la raffica di vento che mi sa tanto di malvagità che si propaga tra i vivi (o forse ho mangiato io troppo cavolo bollito :))

  5. Pingback: Vento di cambiamento – Il cembalo scrivano | Space of entropy

  6. Pingback: Vento di cambiamento – La locanda | Space of entropy

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