Top Five: Cover


Questo post andrà in onda in forma ridotta causa mal di testa. Se vi va bene, ottimo; se non vi va bene, tornate domani, forse per allora avrò aggiunto i link e non dovrete fare la fatica di cercare le cose su youtube da soli.

Premessa che se anche la saltate la vostra vita non ne uscirà menomata: il verbo to cover, in inglese, ha tra i vari significati quello di “incidere una cover” (21° nel mio dizionario informatizzato) ma anche quello (22°), riferito a un animale maschio, di “copulare con una femmina”. Per nulla diverso da quel che succede col “coprire” italiano.

Ora, semplificando, per come la vedo io una cover musicale coi controcazzi non è semplicemente prendere una canzone e ricantarla. È il prodotto di un accoppiamento. Un cantante copre una canzone e ne nasce una cosa diversa, la canzone di partenza rivista e arricchita della sensibilità di chi la sta ricantando.

5°: Rebel Yell.

Billy Idol. Il solo e unico. Che, spiegava a Storytellers un mezzo millennio fa, si fa ispirare da una bottiglia di birra con etichetta “Rebel Yell” e dall’idea che sia un nome fichissimo per una canzone. Il resto è una canzone bellina e l’idea di questa “little dancer” che viene a offrirsi per una notte d’amore, e mica le puoi dare della fessa, alla ragazza, perché Billy è un bel pezzo di ragazzo. Una manciata d’anni fa arrivano i Children of Bodom e decidono di fare un album tutto di cover. Pubblicano Skeletons in the Closet, in cui, in mezzo a roba davvero metal compaiono pezzi “fuori genere” come Looking Out My Backdoor, Oops I Did It Again e soprattutto Rebel Yell. Da un punto di vista musicale i CoB non aggiungono chissà che all’originale, solo una vaga spolverata di finto grezzume qua e là. Ma è la voce, che fa la differenza, perché dove Billy era velluto e sensualità e broncio e “so che mi desideri”, Alexi spiattella un paio di chili di ribellione e quel suo strano fascino da creatura improbabile. E finalmente l’urlo che è un vero urlo.

4°: Dead Souls.

Canzone forse non notissima dei Joy Division, anno 1980. Poi, nel 1994, ci mette le mani Trent Rezonor coi suoi Nine Inch Nails, per infilarla nella colonna sonora di The Crow. Ne fa un gioiellino ipnotico dalle meravigliose chitarre distorte, e c’è poco altro da aggiungere, si deve solo ascoltare in riverente silenzio.

3°: Love Will Tear Us Apart.

Prendi i Joy Division. Prendi una canzone struggente sulla certezza che l’amore, per quanto meraviglioso, prima o poi ti fa a pezzi. Ora dai in mano il tutto a Nerina Pallot e un pianoforte. Togli tutto il “superfluo”, spoglia la canzone di tutto e avrai un piccolo capolavoro che ti sbriciola il cuore.

2°: The Trooper.

È il 1983 e gli Iron Maiden fanno uscire un singolo. Leggenda metallara vuole che sia ispirata alla carica di Balaklava, ma wikipedia la dà ispirata a Tennyson, mica l’ultimo dei pirla, e a una sua poesia sulla guerra di Crimea. Il tutto non cambia il concetto: con premesse così, la canzone ha un discreto qual pedigree. Poi, dieci anni dopo, ci mettono su le mani i Sentenced. A farsi fottere il pedigree: diventa una canzone di corsa, come una carica di fanteria dovrebbe essere, incalzante, precisa negli strumenti, rozza al punto giusto nella voce di Taneli Jarva, dirompente e gridata. Niente gorgheggi, solo pura forza. Al confronto, i Maiden sembrano suonare al rallenty.

1°: Everything Counts.

L’originale è dei Depeche Mode. Una canzone sull’industria musicale e quanto sia affamata. Metti la stessa canzone in mano agli In Flames, a conclusione di un album dai testi visionari come Whoracle. Diventa una canzone diversa, con tutt’altro peso, tutt’altra potenza, grazie alla forza coerente sprigionata da tutta la band: chitarre potenti, basso e batteria che fanno il loro lavoro senza cadere sullo sfondo o prendere troppo spazio, e la voce di Anders che in growl ti ricorda “It’s a competitive world”. Mai parole più vere.

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6 commenti su “Top Five: Cover

  1. Commenti generici:
    Scegliere solo 5 canzoni tra tutte le cover credo sia un’impresa titanica… Già il solo Skeletons dei CoB è pieno di perle (scusa ma Talk Dirty To Me??), per non tirare in ballo vari Garage Inc…
    Everything Counts:
    Ho ancora il trauma di quando mi hai passato l’originale!!! @_@ non credevo potesse essere così…ahem…diversa!
    Il caso “The Trooper”:
    La smetti di trattare male l’originale?! 😉
    Ho capito che a i gallop suonati dai Maiden, a confronto sembrano dei ronzini stanchi, ma un po’ di rispetto! 😛
    E conoscendo zio Steve (Harris, non il fu Jobs) può benissimo essere una poesia, l’ispirazione per il testo.

    • Talk Dirty To Me, effettivamente, è notevole e di una tamarraggine che Cthulhu solo saprebbe definire 🙂
      Su Everyting Counts: è al primo posto proprio per quello 🙂
      Quanto a The Trooper, credo non la smetterò mai di ascoltare la versione originale e pensare “Ma quanto caspio è lenta?!”, non ci posso fare nulla. 😛

  2. Non amo particolarmente le covers.
    Le trovo accettabili soltanto quando (almeno a mio parere) aggiungono e non sottraggono all’originale.
    Quindi, sarà perchè sono troppo affezionato ai Joy Division, sarà perchè il ricordo di Ian Curtis è ancora struggente, non ho proprio apprezzato le due covers di Dead Souls e di Love Will Tear Us Apart.
    De gustibus…

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