Professionalità, chi era costei?


Disclaimer: questo è un post dei Momenti Rottenmeier. Ovvero seghe mentali da cagacazzo. Non è rivolto a un individuo o oggetto in particolare. È un ragionamento ampio, che credo sia adattabile, con i distinguo del caso, a tutto ciò che è “svolgere una professione”, basta cambiare le parole chiave. Se il fulcro è la scrittura, è perché sento che la scrittura sia più soggetta a questa situazione.

Premessa: tra lettore e scrittore esiste un patto implicito.
Lo scrittore, da un lato, si impegna a lavorare al meglio delle sue possibilità per produrre un testo sensato, aderente ai requisiti minimi del genere*, grammaticalmente corretto e che sia significativo nel suo ambito**.
Il lettore, d’altro canto, si impegna a dare del tempo e dell’impegno (spesso anche del denaro) allo scrittore, a lasciare il controllo della propria mente nelle mani “sapienti” dello scrittore, se è il caso a sospendere la propria incredulità.
Un patto non da poco. Impegno professionale in cambio di molta fiducia.
E qui è il punto, in quella parolina con la p. Professionale.
Forse sono io che sono un’illusa utopista, però nutro sempre la speranza che dietro a un lavoro, non solo quello dello scrittore, ci sia un’etica professionale di massima, che spinga a fare il proprio meglio, a controllare e ricontrollare il proprio operato, a temere l’errore non solo per via dell’opinione altrui, ma anche e soprattutto per potersi sentire orgogliosi di quel che si fa. È per questo che sono una cagacazzi. Perché, pur aspettandomi il peggio, spero sempre nel meglio, anche se so che è una speranza irrealistica. Spero sempre nell’estrema professionalità dell’altro. Imploro almeno la professionalità minima.
Sorvoliamo su un campo come quello della coerenza interna del testo: dovrebbe essere la base, sempre. Se manca, quasi certamente manca la significatività cui accennavo all’inizio, oppure, se anche della significatività sopravvive, risulta indebolita. Scrivere un testo (saggio, romanzo, post) senza logica e coerenza non è un atto “non professionale”: è idiozia, e il fatto che cose del genere vengano anche pubblicate e vendute è un insulto all’intelligenza dei lettori. Gli esempi si sprecano, Tuailait docet. Basta tenere acceso il cervello mentre si legge e non accontentarsi di farsi solo intrattenere, per rendersene conto.
La coerenza è il minimo sindacale. Ma io non mi accontento.
Detesto gli errori di battitura. A seconda del genere, sono una pecca più o meno scusabile. Il blog, per sua natura, tende ad essere un genere “veloce”, all’interno del quale l’errore di battitura o la mancata applicazione di convenzioni tipografiche è scusabile. Nel libro, sia esso saggistica o fiction, e nell’articolo per rivista l’errore di battitura dà più fastidio, perché si suppone, a torto o a ragione, che prima della pubblicazione il libro sia passato attraverso abbastanza fasi e mani da scongiurare o minimizzare i famigerati typos. Una manciata di errori di battitura in un libro di 600 pagine è un caso scusabile. 100 pagine e un errore ogni due facciate è un po’ meno accettabile.
Altro punto dolente, le parole usate a sproposito: in certi contesti mi provocano tristezza, in altri solo schifo supremo. Lo schifo te lo provocano casi come quel libro di Buticchi in cui c’era un “rappresaglie” per descrivere azioni che erano plateale “guerriglia”: ho finito con l’abbandonare Buticchi come autore anche per colpa di quelle rappresaglie usate ad minchiam***.
E la tristezza infinita? La tristezza infinita mi nasce in quei casi in cui senti, quasi palpabile, la voglia di farsi figo, anche solo di dimostrare di sapere usare parole diverse da quelle di tutti i giorni. Nel tentativo di sfoggiare erudizione, bello stile, o Cthulhu solo sa cosa, uno usa una parola di cui non conosce l’esatto significato e finisce col dire qualcosa di diverso, quando non l’opposto di quel che intendeva. Così si incontra “edulcorati” per “scevri”, “puntellate” per “punteggiate”. O “stucchevole”  in un contesto assolutamente positivo, ergo usato senza avere ben chiaro cosa voglia dire stucchevole. Triste, a volte con una punta di patetico.
E poi ci sono le traduzioni. Harry Potter ha mostrato il meglio e il peggio di quel che si può fare, e già ne ho parlato a sufficienza. Ma bastava “IT”, con la sua “libreria pubblica” per “public library”. Oppure, più recente, c’è il caso di “Sandman Slim“, col terribile traduttore italiano che traduce la frase “Turns out, the guy is Santa, Tooth Fairy, and the Easter Bunny all rolled into one” (p. 6, paperback inglese) con “Scopro che Brad è Babbo Natale, la fata turchina e Easter Bunny messi insieme” (p. 14, estratto gratuito disponibile qui), che dimostra che il suddetto traduttore ignora il concetto di Coniglietto Pasquale, quello di Fatina dei Denti e si prende libertà nel tradurre “the guy” (il tizio) con “Brad”, ovvero il soprannome che il protagonista ha dato mentalmente al tizio. Potrei fare una battuta su come i Disapproving Rabbits siano schifati dal traduttore e dalla sua mancanza di informazione, o su come le fatine dei denti di Hellboy abbiano voglia di spiegargli la propria esistenza.
La signorina Rottenmeier che è in me, invece, vuole puntualizzare una cosa sola: per colpa di questa traduzione fatta alla cazzo, io ho comprato il tascabile in inglese su Amazon, invece di dare i miei soldi alla Fanucci. La professionalità, o sua mancanza, hanno conseguenze. Reputazione alla lunga sputtanata, mancate entrate, cose così.

La mia parte coccolosa vorrebbe fare un distinguo, chiedere clemenza per chi cade in tutti questi errori ma senza chiedermi un centesimo, per chi mette in download gratuito i suoi ebook. Clemenza? Bullshit!
Vogliamo dignità come lettori? Non dobbiamo accontentarci della merda che ci spalano addosso, sia essa gratuita o a pagamento.
Vogliamo dignità come scrittori o scribacchini? Non possiamo accontentarci della mediocrità, del come-viene-viene, di sbattere in faccia al pubblico errori che dovrebbero sparire superata la quinta elementare, di pubblicare scritti mai riletti, editati o visti da altri!
Vogliamo dignità? Ottimo, ma dobbiamo guadagnarcela con un minimo di professionalità, non pretenderla perché sì.
Chiedo troppo, a volere che la gente faccia il suo lavoro in maniera professionale? È troppo sperare che chi ha un hobby ci metta l’impegno minimo per renderlo tecnicamente sufficiente?

* Con genere non intendo “giallo, fantasy, ecc.”, ma un più ampio concetto di “articolo giornalistico, post di blog, racconto, romanzo, recensione”; ed è ovvio che ognuna di queste forme di scrittura ha le sue caratteristiche e i suoi requisiti di appartenenza.
** Per dire, la recensione cui accennavo qui non è un prodotto significativo, visto che non dice nulla di nulla, limitandosi a copiare e incollare testi altrui. Avere significato qui è usato non per indicare che le frasi hanno senso compiuto, ma che l’insieme dà un contributo di pensiero o novità al genere cui appartiene. Più ampia la significatività, meglio è, ma anche un piccolo contributo è meglio del nulla cosmico del copia-incolla.
*** Ho detto “anche per colpa di”: il libro in questione aveva una trama orenda, degli uomini preistorici che giocavano al dottore, uno scontatissimo oggetto “magggico” che era prevedibilmente del materiale radioattivo, una padronanza della tecnica scrittoria a dir poco pietosa e, lo ripeto, una trama orrenda. Quel rappresaglie è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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6 commenti su “Professionalità, chi era costei?

  1. Ciao, sono giunto casualmente al tuo blog tramite anobii, e ho letto questo post che condivido quasi completamente.
    Sono d'accordo sulle traduzioni affrettate (da ex studente di Lingue e Letterature Straniere ovviamente provo fastidio per le traduzioni non accurate) e sono parte in causa per gli ebook gratuiti, visto che appartengo alla categoria degli scribacchini dilettanti che regalano (eufemismo) i loro lavori in formato digitale su internet.
    Posso garantirti che c'è la massima cura da parte mia – e da parte di molti altri colleghi – nell'evitare refusi, errori di battitura, ripetizioni, etc.
    Però tieni anche presente che nel 90% dei casi lavoriamo in totale solitudine, non abbiamo un'equipe alle spalle che fa editing. Io sarei curioso di leggere la prima versione di un qualunque romanzo di uno scrittore famoso: penso che errori vari ci siano anche lì, nonostante l'impegno profuso dallo scrittore per evitarli. Le case editrici hanno del personale il cui compito è proprio rifinire il lavoro dello scrittore, perchè è umanamente normale lasciarsi sfuggire qualcosa quando scrivi cento pagine e rotti.
    Fatta questa premessa, non voglio cercare scuse, e anzi ti posso garantire che una recensione in cui vengano evidenziate tutte queste cose di cui parli (refusi, errori di coerenza interna nella narrazione, parole usate a sproposito, etc.) è utilissima. Preferisco di gran lunga una recensione non positiva per l'ebook dove però vengano evidenziate e circostanziate le ragioni dell'insoddisfazione del lettore, piuttosto che un "tutto sommato mi è piaciuto" punto-e-basta che non specifica nulla e in effetti non mi fa neppure capire cosa sia piaciuto.
    Ariano Geta

  2. Ciao Ariano, benvenuto da queste parti.
    So che un autopubblicato non ha alle spalle le stesse figure professionali dedicate che (si spera sempre) stanno alle spalle di un autore che pubblica con una casa editrice; so anche di avere aspettative molto alte e che siamo esseri umani, a cui qualcosa sfugge.
    Ciò nonostante non riesco a non rimanere basita di fronte a errori di battitura che anche quel povero fesso del correttore ortografico di Word riconosce.
    Parli di "prima versione". Ecco, hai centrato il punto. Lo scrittore famoso si suppone abbia qualcuno che lo aiuta a togliere queste minuzie e a passare dalla prima versione, grezza, a quella definitiva, ripulita. Perché l'autopubblicato sembra spesso saltare a piè pari questa fase delicata? Perché sembra che non fa rileggere a nessuno quel che scrive e lo pubblichi infarcito di typos e altre tristezze? So che è un piccolo, grande lusso (e una grande fortuna!) avere a disposizione qualcuno di volenteroso che lo faccia per te, però a volte se ne sente proprio la mancanza! 🙂

  3. Eh, avercelo un editor volenteroso! In alcune occasioni ho potuto contare su altri bloggers che hanno gentilmente acconsentito a esaminare il mio manoscritto che io stesso avevo revisionato più volte (non pensare che mi piaccia scrivere di getto e poi me ne frego di controllare se il getto è schizzato troppo in là 😉
    Il problema è che siamo tutti amateurs: io scrivo part time, le otto ore lavorative le devo dedicare a un impiego remunerato, e qualche altra ora viene giustamente pretesa dalla mia famiglia, quindi la scrittura si riduce a essere un hobby.
    Ma anche l'editor volontario è nella stessa situazione: pure lui deve lavorare otto ore al giorno, portare a spasso il cane della moglie e passare in edicola a comprare il giornalino alla figlia…
    Quindi, anche l'amico blogger volenteroso può capitare che mi risponda "non ho tempo per revisionare il tuo manoscritto".
    Insomma, purtroppo non è semplice.
    Sono d'accordo sulla tua critica che alcuni pensano che basta aver scritto qualcosa e già si sentono in dovere di piazzarlo sul web senza nessuna revisione. Ma d'altra parte bisogna pur mettersi in gioco per capire se i propri scritti valgono qualcosa o fanno pena, no?
    P.S.: sono sempre aperto a ogni critica costruttiva. Se decidessi di passare al tritacarne qualcosa di mio, non mi offendo 😉

  4. Ok, io posso anche pensare di mettere in gioco quel che ho scritto per sentirmi dire se vale o meno, ma perché dovrei farlo quando non sono sicuro di aver raggiunto la base minima dello scrivere in una lingua (grammatica e ortografia)? Aspettare un pochetto?
    Sì, so di avere aspettative molto alte, che si scontrano con la realtà di tutti i giorni e il fatto che un autopubblicato al 99,9999% scrive per hobby, nel tempo libero da tutti gli altri impegni della vita e anche gli amici blogger sono nella stessa situazione.
    E' che a volte parte l'esasperazione, e l'esasperazione può diventare irragionevole e fottersene del buon senso ^_^'

  5. Pingback: Sandman Slim, by Richard Kadrey | Space of entropy

  6. Pingback: Pinco Pallino e il tasto “Pubblica” | Space of entropy

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