Survival Blog – End of the Road


28 gennaio 2016
Questo post verrà pubblicato in automatico tra due giorni. Per allora sarò morta. È il mio modo di dirvi addio, di pianificare, di mettere ordine nella mia testa sempre più incasinata. Di condividere qualche informazione che prima sarebbe stato pericoloso darvi.
Due giorni fa è arrivato l’atteso mal di testa: i Gialli Senzienti chiamavano. Niente poteri soprannaturali o minchiate simili, solo congegni chiama-Gialli, come quello che a suo tempo la Stone Cold Company aveva incontrato. Su di me l’effetto è emicrania, chissà per gli altri Gialli.
Seguo il richiamo. Aspettative: tre Senzienti e una trentina di Gialli. Ottimista. È peggio. Quattro Senzienti a piedi in mezzo a una massa di Gialli, più di un centinaio. Un altro Senziente guida una camionetta militare che precede la mandria, a passo d’uomo. Li seguo da lontano e li osservo.
Raggiungono una cascina abbandonata. Il binocolo mi mostra una casa padronale e altri due edifici attorno a un cortile in cui troneggia un container chiuso da una catena; un recinto di metallo, un orto con qualche albero; un camion frigo parcheggiato in un angolo.
Torno alla tana, non sapendo che fare. Posto Master of Puppets.
Penso a lungo, pianifico.
Esco dal paese solo il 27, nel primo pomeriggio, con lo zaino pieno di cose per ogni brutta evenienza. C’è anche l’esplosivo che la NAA si era portata in paese. C’era anche un bigino sugli esplosivi: o il geniere non era esperto, o aveva solo paura di morire senza aver insegnato ad altri il mestiere. Meglio per me.
Vado verso la cascina, a piedi. In un paio d’ore arriva il mal di testa e vedo gli edifici.
Mi accuccio in uno dei tanti fossi pieni di fanghiglia e sterpaglie. Mi svesto, togliendo anche l’abbigliamento termico. Sempre più gialla. Mi travesto. Abbigliamento autunnale da sopravvissuta; giubbotto leggero marrone con un paio di strappi. Il tutto sporcato ad arte, il giorno prima, con terra, sangue di ratto (grazie Helmut), sangue mio, decotto di bucce di cipolla. Poi cerone giallo in faccia, per sicurezza. Parrucca nera a caschetto, attaccata in testa col nastro biadesivo, sporca anche quella.
Viene tutto da casa di un tizio appassionato di cosplay. Sì, soprattutto l’abbigliamento da donna. Ognuno ha i suoi hobby, no?
Mancano gli ultimi tocchi.
Calo pantaloni e con la jambiya incido la pelle della coscia. Uso il sangue per sporcarmi bocca e mento, un altro po’ me lo spruzzo in faccia e sugli occhiali da vista usando uno spazzolino da denti. Gli occhiali da vista… Sarà folle, ma ho visto più di un Giallo girare indossandoli ancora, quindi non dovrei dare troppo nell’occhio. Mi metto un cerotto e rivesto.
Porto con me un solo coltello, è una ricognizione e non voglio dare nell’occhio. Fodero attaccato con lo scotch da pacchi alla pelle della schiena; manico fissato con quello da medicazioni, vien via più facilmente. Poco comodo ma dovrei riuscire a recuperare l’arma se sono nella merda.
Resto dell’equipaggiamento chiuso nello zaino, nascosto tra le sterpaglie. E poi via, a raggiungere i Gialli, con calma.
Radunati nel cortile, sembrano godersi qualche raggio di sole.
Arranco tra i campi. Una dei Senzienti mi vede arrivare. Mi fa cenno di avanzare. Affretto il passo di un’inezia, dopotutto sono una Gialla vestita da autunno con la temperatura intorno allo zero.
– We have a new Yellow – dice ad alta voce. Accento orrendo, italiana. Mi valuta mentre mi avvicino.
– Togliti quel coso, forza – dice quando sono a un paio di metri da lei, con cadenza veneta. Viene e comincia a slacciarmi il giubbotto. La assecondo, anche se vorrei avere la pistola per spararle e basta. Mi trascina verso un edificio, forse una stalla. Mi lascia davanti al portone metallico e entra. Tremo ma aspetto ferma. Esce reggendo un parka sudicio e sporco di sangue secco. Puzza di urina.
– Mettilo.
C’è qualcosa, nel modo in cui parla e il suo corpo si tende, che dice che è un ordine e che devo ubbidire al capo. Mi costringo a indossare il parka, non faccio fatica a sembrare goffa.
La Senziente indica gli altri Gialli. Di nuovo, c’è qualcosa nel gesto che il mio cervello (o il prione?) capisce al volo. Vado verso la mandria. Ho schifo, ribrezzo mentale e paura.
So già che non mi attaccheranno, ho fatto involontariamente la prova due giorni prima con un Giallo incontrato per caso. Mi ha guardata, annusata, si è avvicinato e ha cercato di accarezzarmi la testa come a un cucciolo. L’ho ammazzato.
Ora mi infilo nel gruppo. È claustrofobico, non sono più abituata a così tanti corpi e esseri in movimento attorno a me. La cosa strana è il silenzio: nessuna voce, solo qualche borbottio e ringhio sommesso.
Il tramonto si avvicina, per la prima volta vedo tutti e cinque i Senzienti.
C’è l’italiana. C’è un omone in verde, ben pettinato, che comincia a indicare il recinto e a ripetere “Schnell!”. C’è una donna, capelli rossi e rossetto viola. Sta a non più di un passo di distanza da un piccoletto nero con un cappello da baseball rosso, e anche loro indicano il recinto, ma senza parlare. L’ultimo è mingherlino, faccia spigolosa e occhi strabici. Ha un coltello alla cintura, l’unica arma finora. Indica il recinto pure lui.
I Gialli cominciano a muoversi in quella direzione, li assecondo. Passo vicino all’omone tedesco. Qualcosa di rettangolare –come una scatoletta– gli pende dal collo, sotto il maglione di lana.
Chiudono il recinto. Dieci minuti dopo una specie di mormorio comincia a montare dalle gole degli ematofagi, tutte le teste sono voltate verso il cortile. Il mormorio aumenta d’intensità fino a diventare un ringhiare ritmico. Smettono quando il primo pezzo di carne cade da qualche parte in mezzo alla massa. Altri pezzi di carne volano nel recinto e i Gialli prendono a mangiare.
Un pezzo mi cade addosso, un Giallo mi ringhia contro e cerca di afferrarlo. Ringhio più forte, per istinto.
Arretra. Rabbrividisco, gli lancio la carne prima di obbedire alla voglia crescente di assaggiare. Mi faccio largo fino a vedere il cortile.
Come uccidere il maggior numero possibile di Gialli? L’esplosivo, ok, ma darebbe il meglio di sé al chiuso, quindi dovrei portare via la mandria. So dove. Prima devo uccidere i Senzienti. Troppi da affrontare in gruppo e come cecchino faccio pena, nonostante gli sforzi del Chimico.
Mi aiutano loro stessi: finita la “cena” si dividono.
L’italiana nella casa padronale, lo strabico nella stalla. L’omone, il nero e la rossa stanno fuori, vicino al recinto, e accendono un fuoco. I Gialli rumoreggiano e si ritraggono, li capisco, il fuoco comincia a spaventare anche me.
Attendo e osservo.
La rossa e il nero hanno al collo una scatolina scura. Salve chiama-Gialli! I tre si scambiano qualche parola in inglese. La rossa sembra venire da qualche paese dell’est europeo, il nero parla in maniera fluida, con vocali più aperte di quelle della rana dalla bocca larga: americano? L’omone va due volte a pisciare, sempre allo stesso albero vicino all’orto. La rossa sparisce per un po’ dal mio campo visivo. Torna con una coperta e una borsa porta computer. Si siede a lavoraci a terra. Il nero le si sdraia vicino, lei gli allunga un lembo di coperta.
I Gialli ondeggiano e attendono, come sonnecchiassero in piedi.
Ho visto abbastanza. Scavalco il recinto dal lato opposto al fuoco, i Gialli mi ignorano. Torno allo zaino, ci vedo fin troppo bene al buio.
Butto il parka, mi svesto. Calzamaglia termica e la vecchia Transtex, poi le protezioni da motociclista che ho trovato da B., il negozio di moto vicino alla piazza, quindi abiti scuri e caldi. Bevo una tazza di te dal termos. Mi fa quasi schifo ma lo ingoio.
Metto le vecchie lenti a contatto. Chissà quando scadevano… Mi concedo qualche minuto per essere sicura che tutto vada bene. Indosso la maschera, guanti di stoffa sottili, guanti senza dita di finta pelle col dorso ricoperto di punte (grazie cosplayer).
Torno verso la cascina, pistola col silenziatore in mano. Nello zaino c’è anche l’occorrente per un paio di molotov. Alla cintura il coltello da caccia. Dovrei essere sufficientemente armata.
Vado all’albero che il tedesco usa come pisciatoio. C’è un nocciolo, lì a fianco, basso e selvatico, e le sterpaglie che sono cresciute nell’orto. Mi nascondo, mi tolgo lo zaino e aspetto. Si alza un venticello leggero, che fa frusciare l’erba secca. Passa almeno un’ora prima che il tedesco torni a pisciare, dandomi le spalle. Ho le gambe quasi bloccate ma riesco ad alzarmi. Lo raggiungo a passi calmi, il rumore nascosto dal vento. In lontananza, nel cortile, una voce di donna dice qualcosa. A due passi da me, una zip si abbassa. Quando sento il primo zampillio sul legno, sparo alla nuca del tedesco da una spanna di distanza. Stramazza in silenzio.
Vado verso il cortile. Il fuoco scoppietta. La rossa è in mezzo al cortile, di spalle, parla al telefono.
Il nero è steso a terra e ascolta musica con gli auricolari. Non ha l’istinto della preda. Gli sparo in fronte, è morto senza avere il tempo di aprire gli occhi. Alcuni Gialli dietro di me rumoreggiano.
Tocca alla rossa, che però mi sta correndo incontro, infuriata e ringhiante.
Sparo, colpisco alla spalla sinistra. Lei accelera, mi si avventa addosso e cerca di disarmarmi. Fa la conoscenza dei guanti con le punte ma riesce a farmi cadere comunque la pistola. L’impeto mi fa cadere all’indietro. Sbatto la testa, per un attimo svengo. Mi riprendo con lei addosso che cerca di mordermi al collo. Io cerco il coltello. Lei incontra gli strati di abbigliamento, io l’impugnatura che cercavo.
Estraggo e la pugnalo alla schiena. Sussulta e mi stringe il collo con la destra. C’è un po’ troppa gente che vuole strangolarmi…
Dice qualcosa in lingua originale, il tono è di scherno e fastidio. Estraggo la lama e la conficco di nuovo, trattenendo il fiato. Mi dà un pugno in faccia con la sinistra. Fa male ma pensavo peggio. Capisce che la maschera da Clown attutisce i colpi. Cerca di togliermela. Chiudo gli occhi e pugnalo di nuovo, l’unica cosa che posso fare.
La maschera scivola via e la rossa si immobilizza. Colpisco ancora e ancora e ancora, finché non mi cade addosso. La presa sulla mia gola si rilassa solo di un’inezia.
Le spalanco la mano, tossisco, respiro a fondo. Me la levo di dosso e vedo la sua faccia: incredulità. Un Giallo non ne attacca un altro, è questo che non ti tornava, stronza? È per questo che sei stata a guardarmi mentre ti ammazzavo? Buono a sapersi.
Mi rialzo, imbrattata di sangue scuro e vischioso. Ritrovo la pistola. Non metto la maschera. L’idea di un Giallo che ne attacca un altro sembra troppo sconvolgente per non usarla contro i Senzienti.
Vado dallo strabico. La porta della stalla è accostata, due dita di spiraglio per sbirciare. Tre luci al neon illuminano, a sinistra, mucchi di abiti; a destra, lo strabico sta macellando due carcasse appese al soffitto, getta la carne in un secchio. Umani.
Sapore acido di vomito in bocca. Mi obbligo a respirare con calma e schiarirmi le idee.
È tempo di usare le molotov. Vado a prendere lo zaino, le preparo, le accendo al piccolo fuocherello. I Gialli si ritraggono.
Spalanco la porta della stalla. Lancio prima una molotov e poi l’altra. Lo strabico si gira nel momento giusto per farsi rompere una bottiglia in faccia e una sulle scarpe.
Entro e accosto la porta mentre lui divampa. Si rotola a terra per spegnersi, urla come un maiale scannato. Sparo quasi a casaccio, solo il sesto colpo lo ferma.
Esco e mi accorgo di stare piangendo. Mi ricompongo, ricarico l’arma e vado alla casa padronale.
L’italiana stava guardando un dvd nel salotto, si è assopita. Eastwood canta mentre scorrono i titoli di coda di Gran Torino.
C’era un così bel mattarello, in cucina… La botta la stordisce abbastanza a lungo da permettermi di legarla, fil di ferro e metri di scotch da pacchi per fissarla a una robusta sedia di legno. Un po’ di nastro sulla bocca.
I passi successivi sarebbero interrogare la Senziente, ucciderla, portare via i Gialli, farli saltare.
Solo che… il container… che cazzo se ne fanno? E perché c’è una scala appoggiata sul fianco? E il camion frigo? Devo capire.
Inizio dal camion frigo.
Lo richiudo e vomito. Umani morti, a decine, nudi e parzialmente macellati, ammassati gli uni sugli altri. Una parte di me vorrebbe entrare.
Nel container invece intravedo figure umane, si ritraggono verso il fondo quando i cardini cigolano. Una bambina piagnucola. I Gialli nel recinto ringhiano come durante la “cena”. Merda.
Richiudo il container e cerco di ragionare. Le carte in tavola sono cambiate. Non posso più permettermi di sbagliare. Dovrò cambiare l’ordine delle azioni.
Torno a prendere la Senziente viva. È sveglia. Mugola, cerca di liberarsi. Il fil di ferro sembra convincerla a star ferma.
La carico porconando sul retro della camionetta, poi perquisisco i morti. Intasco i tre chiama-Gialli.
C’è uno scatolotto simile: lo accendo e mi verrebbe voglia di lanciarlo via. Lo spengo. Direi che è l’altro dispositivo di cui aveva parlato The Swordman. Recupero anche un telefono satellitare, quattro chiavette USB, un lettore mp3, un portatile. Metto tutto sul sedile del passeggero.
Apro il recinto. I Gialli non escono.
– Fuori! – ordino indicando il camion. Niente. Lo ripeto, urlo in preda all’ira. Non ne posso più di questo posto di merda, non ho tempo di aspettare che queste stupide bestie facciano i cazzi loro. Cominciano a uscire, titubanti.
– Più veloci!
Accelerano. Arretro verso la camionetta.
– Seguite il camion – urlo.
Salgo a bordo e metto in moto. Vado a passo d’uomo alla distilleria, gli ematofagi mi seguono obbedienti. Li porto nel magazzino. Piazzo due chiama-Gialli sulle passerelle sopraelevate; spengo il terzo e me lo porto via. Ordino di rimanere dentro e chiudo il portone con due catene, per sicurezza.
Fine del mal di testa.
Vado alla tana. Porto la camionetta al cortile interno del cimitero e tiro giù la Senziente.
Facciamo due chiacchiere.
Risultati interessanti, ma quanto crederle?
Dice di chiamarsi Eleonora. Lavoravano per Mr Whyte, usavano i Gialli per ripulire e catturare. Il container per quelli da spedire in Inghilterra, piccolo omaggio di Whyte ai Samas, così, per tenerseli buoni. No, lei non è una Samas, lei è rimasta cosciente di suo; Kurt, il nero, era l’unico Samas. Li ha incontrati due mesi fa, campagna trevigiana. Ha seguito il richiamo e si è unita a loro: cibo e sicurezza. Altri uomini di Whyte devono venire a prendere la carne viva, il 29. Quelli lì sono il frutto dell’ultima settimana, ne hanno già spediti vari gruppi. Oksana, la rossa, si doveva accordare al telefono per l’ora. No, alla compagnia non frega nulla di quel che è successo a Camp Darby: casualties.
Le chiedo dove siano già stati. Elenca troppi posti: Cerano, Trecate, Galliate, Novara, Cameri, l’aeroporto militare, Bellinzago, la Caserma Babini, Oleggio, Momo, Caltignaga, Briona, Fara, Sizzano, Carpignano. Domani sarebbe stata la volta di Ghemme.
Come li controllano? Come ho fatto io, dice che mi ha sentito. Il capobranco ordina, il branco risponde. Erano cinque Senzienti a capo di cinque branchi, una trentina di Gialli l’uno; ora sono io l’unica capobranco. E sono una cogliona, lo ripete varie volte. Non dovevo uccidere un altro Giallo, era l’unica regola sociale e io ho mostrato loro che la si può infran-
Le tappo la bocca col nastro adesivo e le sparo tra gli occhi.
Devo pensare, il modo migliore è fare attività fisica. Scavo una tomba per lei e Gasparetti. Fossa poco profonda ma larga. La stacco dalla sedia e trascino nella fossa. Evito di guardare in faccia Gasparetti, gli animali hanno cominciato a mangiarlo; lo trascino vicino alla Gialla, copro tutto.
Torno nella tana, indosso vestiti puliti. Tengo il coltello sulla schiena, non si sa mai. Posto Read Between the Li[n]es. Mando un messaggio a The Swordman.
In cortile, brucio i vestiti insanguinati.

occhioScendo in paese. Vado a casa del cosplayer. Litri di struccante. Chili di fondotinta e lenti a contatto colorate per nascondere parte dell’ingiallimento; parrucca castana al posto di quella imbrattata. Una ripulita agli occhiali.
Prendo il camion telonato della NAA, cibo in scatola, coperte, torce elettriche.
Torno alla cascina.
Sorvoliamo sulla guida.
Apro il container e illumino l’interno con la torcia. Si ritraggono. Mi illumino la faccia, cerco di tranquillizzarli. Una decina di minuti per convincerli a uscire.
Sono 23: bambini, adolescenti, sei donne, due vecchi, tre uomini. Chiedo se qualcuno sa guidare il camion. Un uomo si offre. Controllo che salgano nel retro, poi vado al camion frigo.
Una carica piccola, mi pare il minimo. La setto, torno al telonato. Dico all’autista, Marco, di andare verso Fara. Quando siamo a un paio di chilometri di distanza la carica detona.
Guido Marco fino all’entrata sud, ci fermiamo in piazza. Scendono tutti.
Chiedo se c’è un capo.
– Ci conosciamo appena – dice Marco.
Spiego la situazione in cui sono. Do loro tutto quello che posso: informazioni, il portatile della rossa, le chiavette dei Gialli, la chiave del magazzino dei sopravvissuti qui a Fara, le chiavi delle varie regge di Gasparetti, le armi, lo scaccia-Gialli. Spiego loro che gli scagnozzi di Whyte sono in arrivo e sono gente di merda.
Do loro l’unico consiglio sensato che ho: andarsene da qui. Parlo loro della Stone Cold Company, di come fare a contattarli, del messaggio che ho scritto a The Swordman anticipandogli il possibile arrivo di sopravvissuti; spiego che è una possibilità di andarsene e ricominciare.
Non capiscono perché non uso la prima persona plurale.
Spiego che sto per andare a farmi saltare in aria con un po’ di Gialli.
Continuano a non capire.
Tolgo i guanti, sollevo le maniche.
Arretrano, mi puntano contro le armi che ho appena dato loro. Come dar loro torto?
Auguro buona fortuna e me ne vado senza voltarmi. Torno alla tana. Mi metto a scrivere questo post.

E poi?
Poi darò l’ultimo ritocco agli affreschi nella tomba. Sono robaccia fatta da me, ma sono la mia vita e quella di chi ho amato sotto forma di nomi, date, oggetti.
Una scatola di metallo contiene tutto il silica gel che ho trovato, i miei diari, alcune foto, la mia chiavetta, l’iPod del Chimico. Porterò fuori il resto dell’equipaggiamento e lo lascerò nella chiesa del cimitero, caso mai servisse a qualcuno.
Poi metterò in schedule l’invio di questo post con 48 ore di ritardo, e farò una telefonata satellitare alla Whyte. Dopo la telefonata, chiuderò col silicone la tomba, posterò Today Is a Good Day To Die, formatterò il portatile e saluterò Helmut. So che se la caverà da dio.

Se riesco, convincerò i tizi della Whyte a venire alla distilleria e magari ne farò saltare qualcuno insieme a me.
Se non riuscirò a prendere all’amo la Whyte, andrò in giro in camion a passo d’uomo col terzo chiama-Gialli acceso, una passeggiata per Ghemme e Romagnano, con una bella scritta “Disinfestazione” sui fianchi e sul tetto, e magari la Cavalcata delle Valchirie a manetta; o forse il Nessun Dorma rifatto dai Manowar.
E Gialli sbavanti, da caricare nel retro. Poi tornerò in distilleria, li farò entrare con gli altri e farò saltare tutto il mio nuovo branco di amici.

I miei ultimi cinque minuti saranno fin troppo affollati. Forse è il contrappasso per tutti i mesi solitari e tutte le persone che mi sono lasciata dietro. Responsabilità e rimpianto. Non posso pensare di morire senza aver fatto qualcosa di utile nella mia piccola vita. Non posso pensare di avere altri rimpianti e responsabilità a occuparmi la testa nei miei ultimi cinque minuti. Ne ho già abbastanza.

Ho paura di questo momento, non lo nego, ma mi ci sto preparando da giorni. Non sarò mai più pronta di così. È ora di andare a vedere se e cosa c’è dopo.
Buon viaggio.

[Colonna sonora: End of the Roadby Sentenced
Bullet in the Head by Rage Against the Machine
World of Promises by In Flames
Nessun Dorma by Manowar]

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11 commenti su “Survival Blog – End of the Road

  1. Non leggerai mai questo commento, ma sappi che hai tutta la mia stima per aver usato i tuoi ultimi giorni per fare tutto questo, senza diventare preda dei tuoi nuovi istinti da Gialla.

    Buon riposo,
    Gianluca

    (off): finale scoppiettante, brava!

  2. (off) Ho adorato più di tutto la parte degli affreschi che ti sei preparata da sola, per la tua tomba. Bellissima.

    (on): avrei voluto un altro destino per te. Addio.
    hell

  3. (personaggio off, ovviamente):
    @ Gianluca: Grazie della stima, una dormita è quel che ci vuole, dopo tutta la fatica di questi giorni 😉

    @ hell: gli affreschi ci stavano bene, sono nati venerdì, come idea balzana. ^_^ Meno male che a qualcuno sono piaciuti.
    Anche la mia alter-ego avrebbe voluto un destino diverso, credo, si è accontentata, temo 😉

  4. Una conclusione fantastica! Con tutto il rispetto per la memoria del tuo pg ^^
    Mi sono dovuta leggere tutto il tuo SB e, alla fine, ho riletto anche questo post. Sei stata davvero brava, complimenti. E alla fine hai fatto un'ottima scelta. Una delle più azzeccate, secondo me 😉

  5. @ Zeros
    Eh, mai accontentarsi… 😉
    Ti dirò, la cosa degli affreschi non può non piacere. Proietta tutta l'esistenza del tuo alter-ego in una poetica della fine. Ma una fine da rispettare, da stimare. Sensata.

  6. Giusto per esplicitare, mi metto anch'io tra quelli cui sono piaciuti gli affreschi (e la scatoletta), e aggiungo un motivo: fa pensare al dopo (un dopo che forse nemmeno ci sarà). Leggendo quel pezzo, mi è venuto automatico pensare a chi, magari, un giorno ritroverà quelle testimonianze e si chiederà chi eri e che fine hai fatto.
    Mauro.

  7. @ Yami: grazie dei complimenti, ma soprattutto della fatica di leggerti anche i vecchi post ^_^ La logorrea scorre potente in me 😉

    @ elgraeco e Mauro: è bello leggere che il senso della cosa è chiaro, quasi più a voi di quanto lo fosse, in maniera esplicita, a me. Per me era un ulteriore modo di mettere ordine (come il blog, come il post Dead Memories), e un modo per "essere immortale", non sparire del tutto 😉
    Poi è anche colpa della mia deformazione da storico dell'arte, dei sei esami di archeologia, e del libro che sto leggendo in questi giorni (scavi nella Valle dei Re in Egitto…), che hanno fatto corto circuito e dato questo risultato. ^_^
    O forse è solo un segno di speranza nel futuro (un futuro che, come dice Mauro, forse nemmeno ci sarà) e nel fatto che qualcuno aprirà la tomba per scoprire qualcosa sull'umanità prima della Gialla 😉

  8. Personaggio On

    Non potrai leggere questo messaggio, ma tutti noi che siamo riusciti ad arrivare a Caprera ti stimiamo moltissimo!
    Rispetto da tutta la Stone Company

    Personaggio Off
    Gran bel pezzo di azione

  9. (off):
    @ Nick: grazie dei complimenti, sembra proprio che quella degli affreschi sia stata una buona idea, alla fin fine. e io che temevo fosse "esagerata".

    @ The Swordman: Grazie, anche se definirla "azione" forse è un po' troppo, soprattutto a paragone con i tuoi post 😉
    Grazie del rispetto della Stone Cold Company, mi fa sentire molto onorata ^_^

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