Survival Blog – Pacing Death’s Trail


Ieri ho ricontrollato la mail per la prima volta da due anni e mezzo. Chi l’ha fatto di recente alzi la mano.
Credevo di non trovare Gmail attivo. Invece, da qualche parte nel mondo, i server sono ancora attivi. Di più: da qualche parte ci sono ancora spam-bot funzionanti.
Una sessantina di mail solo nel 2015. Cialis, viagra, carte di credito, Poste Italiane, banche varie. E poi TetraRed, retroprioexedina, kit di sopravvivenza, erbe curative garantite.
Penultima mail in ordine di tempo il 25 dicembre, da Andrea.
“avevi ragione hq giallo”
Avrei preferito non avere ragione, ma è la conferma della storia di Gasparetti.
Ma devo andare con ordine, o non ci capisco più nulla neanche io.
 
Il 15 ho scritto l’ultima volta. Poi è arrivata la febbre: colpa dei due giorni e mezzo chiusa in tana, immobile per paura che quelli della NAA mi trovassero. Due giorni a tremare di freddo e sudare come in sauna; stomaco contratto dalla nausea, quindi a digiuno, ma forse è meglio così perché le uniche cose da mangiare rimaste erano medicinali e le provviste rubate in casa dei due morti, quindi potenzialmente infette.
Il 18 all’alba il vento ha portato rumore di motori, spari in lontananza e l’eco di una voce maschile al megafono, giù in paese. La NAA stava dando il buon giorno ai sopravvissuti.
Il 19 è stato una giornata tranquilla, ho mangiato un’arvicola.
Ieri, invece, uno schifo fin dal risveglio. Helmut mi prendeva a testate per dirmi che voleva andare fuori; io me la sarei svitata, la testa, da quanto forte era l’emicrania. Ho fatto uscire il gatto e sono tornata a letto. Ho dormito come un sasso fino al primo pomeriggio. Quando mi sono svegliata l’emicrania era ridotta ma mi tamburellava ancora nella nuca. Mi sono preparata e sono uscita dalla tana.
E l’ho trovato: Gasparetti, morente. Si è rifugiato nel mio perimetro mentre i Gialli gli uccidevano tutti gli uomini. Non era del tutto lucido nel raccontare, quindi ho dovuto mettere insieme i pezzi.
 
Dopo aver girato attorno alla mia casa cercandomi, una settimana fa, sono tornati verso Cameri e la caserma. Avevano un uomo ferito, aspettavano ordini. Sono rimasti lì fino al 18, poi sono tornati qui per fare reclutamento in paese. Solito metodo: arruolati gli abili, mandati i renitenti incontro al loro destino, ammazzata la dozzina di Gialli che giravano attorno alle barricate che chiudono l’abitato, iniziata l’inventariazione delle scorte e delle risorse cittadine.
Ieri sono arrivati i Gialli. Tanti, più furbi, più svegli. Hanno approfittato della nebbia fitta. Un gruppo ha fatto da diversivo a sud, all’unico accesso al paese. Un altro, a ovest, è penetrato nell’abitato. Gasparetti ha detto che non hanno scalato le barricate: uscivano direttamente da un cortile, quindi si erano intrufolati in abitazioni che i superstiti credevano di aver chiuso efficacemente. Soprattutto, ha detto che hanno attaccato con metodo e razionalità: sempre in gruppi di quattro o più, non si fermavano a pasteggiare ma ammazzavano a catena.
Per primo hanno attaccato l’uomo con il lanciafiamme: gli hanno spaccato il collo, l’hanno deposto a terra. Secondo Gasparetti sembravano “aver paura di fare casini col lanciafiamme”.
Poi sono passati agli altri, sempre con metodo: prima quelli coi fucili e i mitra, attaccando da più lati contemporaneamente, poi quelli che impugnavano pistole.
E appartati, due Gialli che osservavano tutto. Secondo Gasparetti avevano in mano qualcosa, ma non erano armi.
Gasparetti era sul tetto di un edificio. Scendendo si è ferito. Emorragia interna. Ha preso una moto ed è scappato a sud, poi verso la mia tana, sperando non ci fossero Gialli nei boschi.
Io l’ho trovato contro il muro nord della chiesa. Il freddo non gli aveva fatto bene. Era pallido come un lenzuolo, rughe profonde, occhi vitrei sotto sopracciglia aggrottate. La bocca era una linea storta nella barba corta e nera. L’umidità gli aveva impregnato la mimetica.
Gli ho chiesto chi era, ha detto solo il cognome, ansimando. Mi ha chiesto se ero la ex di Andrea. Ho detto di sì. Ha annuito, come se gli bastasse.
L’ho portato in tana. Ha riso, vedendo dov’era l’entrata, una risata sibilante e secca.
Mi sono tolta guanti e passamontagna, gli ho fatto una specie di giaciglio in un angolo sgombro della tana. Helmut è arrivato e si è messo ad annusare l’ospite.
Gli ho fatto togliere gli strati più esterni di vestiti, quelli intrisi di umidità. Mi ha fatto vedere la pancia: un unico livido scuro. Mi è venuto da vomitare al pensiero di cosa stava accadendo lì, sotto la pelle. Si è sdraiato a pancia all’aria e ha chiuso gli occhi.
Due ore dopo Gasparetti ha cominciato a delirare.
Ho messo le cuffie e ascoltato musica per non sentirlo. Mi devo essere addormentata perché qualcosa, non so cosa, mi ha svegliato. Ho aperto un occhio e visto la canna della pistola puntata verso la mia fronte. Mi sono buttata di lato. Gasparetti ha sparato al muro, poi è caduto a terra. Tremava, sudato come un maratoneta a luglio, coi denti che battevano incontrollabili. Gli ho tolto la pistola con facilità anche se avevo le mani che tremavano e lui cercava di allontanarmi impaurito. Ho resistito alla voglia di prenderlo a calci.
Biascicava di medici, bambini, pronto soccorso, quarantena, sala parto, coltelli. L’ho trascinato a fatica sul giaciglio.
Pochi minuti dopo Gasparetti è morto, mentre io continuavo a girare per la tana con la pistola in pugno, indecisa su cosa fare con lui. L’ho perquisito. Tra le altre cose una scatola di proiettili per la pistola e vari mazzi di chiavi con tanto di targhette con su scritte città e indirizzi diversi. Organizzato, il Gasparetti. Ho intascato proiettili e chiavi.
Ci ho messo mezz’ora per portarlo fuori dalla tana, per fortuna avevo una corda. Seppellirlo era e rimane fuori discussione, starà all’aperto, in cortile, e buon pranzo agli scavengers.
Tornata in tana, ho guardato Google Maps. Visto che Google Maps funzionava, ho provato con la mail e ci ho trovato conferma alle parti del racconto di Gasparetti che sembravano più deliranti.
 
Stamattina sono partita. Era in previsione da un po’, finalmente mi sembrava di avere campo libero, in un certo (contorto) senso.
Ho preso lo zaino, preparato e disfatto cento volte in questi giorni, il computer, le armi. Sono scesa in paese.
Niente Gialli in zona, in compenso ho incontrato le barricate di auto e macerie varie a chiudere gli accessi. Il primo percorso praticabile? Quello usato dai Gialli per l’attacco.
Una casa lungo il perimetro ovest, l’unica, ha il cancello aperto. Oltre il cancello, un cortile lastricato quadrato su cui, al piano terra, si aprono tre porte e cinque porte finestre: tutte inchiodate tranne una, spalancata e con le assi divelte e una cassetta degli attrezzi a fianco.
Entro a passo cauto: una cucina a legna a destra, una fila di mobili da cucina a sinistra. Dritto davanti a me, un salotto anni settanta con trapunte a maglia e cuscini a fiori. Una rivista sul divano, datata 2012, con in copertina una foto dei funerali di B.R., una delle prime starlette nostrane contagiate e morte.
Dal salotto, una porta a destra, socchiusa e sormontata da un crocifisso impolverato, conduce a una camera da letto di legno scuro con tetre tende marroni. La porta a sinistra dà su una sala da pranzo dall’aria mai usata. Entro e sulla parete di sinistra vedo un'altra porta, spalancata su un garage ingombro di vecchi mobili. Ovviamente la saracinesca del garage è aperta su un cortile di terra battuta. E dal cortile si vedeva la piazza principale.
In piazza ci sono chiazze di bruciato e una decina di Gialli defunti sparsi. Degli uomini della NAA nessuna traccia oltre a qualche schizzo di sangue. Troppo poco sangue per non comprovare la storia di Gasparetti.
 
Grazie a Google Maps so dov'è l’indirizzo segnato su uno dei mazzi di chiavi di Gasparetti. È una casa vecchia, ristrutturata da poco, a est della piazza. Sul tetto intravedo pannelli solari e un serbatoio per l’acqua piovana; dentro è una piccola reggia, dopo la mia tana. C’è perfino una caldaia e funziona. Controllo stanza per stanza, nessuno. Mi chiudo dentro.
Mi concedo un piccolo lusso: una doccia calda. Ci sono pure degli asciugamani puliti, morbidi e immacolati
Uscita dalla doccia mi guardo allo specchio. Faccio fatica a riconoscermi, è troppo tempo che non mi guardo in uno specchio. Rientro nella doccia, mi sfrego con sapone e spugna finché l’acqua non diventa gelata.
Mi asciugo e mi vesto a strati.
Il resto della giornata lo passo a pensare. Poi, mentre si avvicina il 22 gennaio (San Gaudenzio patrono di Novara), raccolgo le parole e scrivo questo post.
 
Sto ingiallendo.
 

[Colonna sonora: Dawn of a New Day by In Flames
Living Dead Beat by Children of Bodom
Pacing Death’s Trail by In Flames]

6 commenti su “Survival Blog – Pacing Death’s Trail

  1. Pingback: Survival Blog – Post Mortem (ovvero bilancio del Survival Blog) | Space of entropy

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.