Survival Blog – Food for the Gods


7 gennaio

Pianificare. è il mio mantra, quando i miei neuroni non sono invischiati in una canzone in loop.

Pianificare cosa bere.

Rubinetto del cesso: broda maleodorante scura, tendente al color fango. O la falda è stata inquinata o qualcosa di brutto è accaduto al sistema idrico della zona. Ma poi non so neanche da dove la pigliavano l’acqua, prima della Gialla, quindi son solo seghe mentali.

Corsi d’acqua: a parte che il più vicino prevede un giro verso il paese e le sue strade bloccate da auto e barricate, beh, mi fido dell’acqua di un fiume dopo l’inizio della pandemia meno di quanto lo facessi prima.

Resta lo schifo che scende dal cielo.

O l’acqua in bottiglia, che ho visto l’ultima volta nel ’13.

 

Pianificare cosa mangiare. Ne ho sempre meno.

Nel congelatore:

3 porzioni di pasta “alla Chimico”

1 barattolino di yogurt che contiene salsa verde

1 porzione di carote al vapore

1 mini lepre

1 passerotto

mezzo passerotto

meno di mezzo merlo.

Scatolame per… diciamo dieci piccoli pasti.

Un pacchetto di M&Ms iniziato, scadenza agosto 2013.

Le ultime cinque patatine di un tubo che scadeva nel 2014.

Ne ho per una settimana? Qualcosa in più con i regali di Helmutt?

 

Dovrò uscire a cercare qualcosa per integrare le scorte. Proprio ora che Giuda posta pessime notizie, che Cristina Riccione le peggiora, che il mondo va sempre più a puttane.

Pianificare è anche fare 2+2.

La NAA ha vari gruppi organizzati. La NAA dice di voler prendere il controllo di centrali energetiche. Io ho appena lasciato un gruppo che dipendeva (fin troppo) da una centrale idroelettrica. Certo, è solo una delle varie che sfruttano la stessa rete di canali d’irrigazione (non è un segreto, basta un giro in auto per la provincia per rendersene conto).

Però casualmente ho sentito esplosioni e visto fumo che venivano dalla zona giusta.

2+2=4

Quante probabilità ci sono che non sia stata un’azione della NAA?

Quali alternative ci sono?

Un gruppo di razziatori con Gialli addomesticati che ha usato per attirarci all’idroelettrica e prenderci le misure prima dell’attacco della notte del 29.

O un gruppo dei simpatici dipendenti di Mr Whyte, che hanno deciso di usare l’aeroporto militare come zona d’atterraggio (poi per andare dove non mi viene in mente).

Cazzo, scelgo la NAA.

 

9 gennaio

Scrivere è una piccola tortura.

Sono uscita dalla tana. Non dal cancello nord, col Giallo morto, congelato e coperto dalla neve degli ultimi due giorni. Uscita ovest, a piccoli passi per non cadere sulla mia stessa trappola artigianale. è così che mia nonna si era rotta il braccio, nel ’10: ghiaccio sotto la neve e via! Qui probabilmente mi spaccherei qualcosa in più, anche il collo se va bene.

Raggiunta la neve vera, via di sci. Devo essere buffa, nella mia tuta bianca informe e auto-cucita, con tanto di cappuccio (addio, lenzuola). Necessaria visto che la tuta da sci è smeraldo, azzurra e viola, l’ideale per mimetizzarsi. Uniche note di colore le cinghie dello zainetto, il passamontagna, gli occhiali da sole, il fucile, il marsupio da sci, la jambiya che pende a sinistra, sci, scarpette e bastoncini. Lo zaino è coperto da un pezzo di lenzuolo bianco. Un altro pezzo è cucito a tubo e contiene il coltellaccio indonesiano nel suo fodero di legno, che pende in orizzontale sotto il marsupio.

Erano 15 anni esatti che non sciavo. Inizio goffo, alla ricerca della posizione comoda per tutto l’armamentario e il fucile. Il marsupio dà sempre problemi, trovare l’altezza giusta sulla pancia (per evitare che la cinghia ti si infili dello stomaco) PRIMA di partire è una buona idea.

Poi l’automatismo, il fiato corto, lo scricchiolio filante dello sci sulla superficie gelata della neve, il piacere di sentire che lo sci corre bene. E il freddo, cazzo che freddo.

Non vado in paese: l’ho evitato arrivando in auto, col cazzo che mi ci infilo con gli sci. Ha strade strette, quasi tutte erano a senso unico, ora sono bloccate da auto o barricate.

Evito il bosco da cui l’infelice famigliola di Gialli usciva i giorni scorsi per andare a ondeggiare davanti al morto del cancello.

Vado verso alcune cascine che ho visto col binocolo, dai miei tetti. Non so se ci siano sopravvissuti, per sicurezza ho con me la mia unica merce di scambio: moccoli.

Il coltellaccio indonesiano mi sbatte sulle chiappe ritmicamente. Amen.

Pattino a discreta velocità sul fianco della collina, nella neve profonda più di una spanna, cercando di tenere d’occhio impronte e movimenti, di intercettare suoni estranei. Solo il mio respiro e il sangue che martella nelle orecchie. Piccole tracce di animali.

Arrivo a una discesa forzata e inchiodo in spazzata. Il mio corpo ricorda ancora questi trucchetti, che splendido. Cerco un buon punto per scendere. L’unico decente è un viottolo incassato tra gli alberi. Non mi esalta ma devo imboccarlo per forza. Lo raggiungo in due colpi e controllo: scende dritto per una ventina di metri, poi fa una curva verso sinistra ma non vedo come prosegua, troppi tronchi e ramaglia. La neve non aiuta. Pendenza costante, non eccessiva, al ritorno fattibile.

Quando spingo sui bastoncini per iniziare la discesa lo sento: il latrato gutturale e affamato di un Giallo, dietro di me, e i suoi passi goffi nella neve. Gli sci e la gravità mi portano giù, lontano da lui, ma troppo piano per i miei gusti. Inizio la routine un passo una spinta, quasi non do a uno sci il tempo di scorrere prima di spostare il peso sull’altro. Accelero.

La curva si avvicina. Smetto di spingere con le braccia e le allargo, per cercare stabilità. Non posso permettermi di pattinare in curva, quindi mi piego il più possibile in avanti e pattino.

Avete mai visto un campione di fondo fare una curva pattinando? è pura grazia, io un po’ meno ma faccio il possibile. Passettino verso l’interno con lo sci interno, passo più grosso con quello esterno, sempre a rientrare. La curva è abbastanza dolce e la stradina abbastanza larga da permettermelo.

Quando sono a metà curva ho la visuale sul resto del viottolo e del fianco della collina: neve, alberi in alto a sinistra e in fondo a destra. In lontananza, tra i rami spogli più alti, il rosso delle tegole. La stradina scende con pendenza maggiore, poi si spiana prima di incurvare verso destra e gli alberi. Bene.

Finisco la curva e mi metto a uovo, sci paralleli. Scosto il braccio sinistro dal corpo quel tanto per guardare, da sotto l’ascella, alle mie spalle. Il Giallo, capovolto, mi segue a fatica, affonda nella neve e sembra zoppichi. Ma non molla e ringhia.

Guardo avanti, ancora a uovo, per calcolare le possibilità. Mi godo anche la velocità.

Un altro Giallo, una femmina, sbuca da dietro la curva.

Mi lascio guidare dall’istinto più stupido.

Mi rialzo sugli sci e prendo a pattinare in discesa, anche se ho una paura fottuta di perdere l’equilibrio e subirne le conseguenze. Pattino con tutta la forza che ho nelle cosce mentre mi sfilo il bastoncino destro e lo passo nella sinistra.

Afferro l’impugnatura del coltellaccio indonesiano e lo tiro fuori dalla stoffa, ancora infoderato. Lo impugno come viene.

Cerco velocità, slancio, inerzia. La Gialla corre verso di me. Le pattino incontro. Il Giallo mi insegue e grugnisce.

Uno sparo echeggia.

La Gialla rallenta e si ferma per guardarsi intorno. Per capire?

Io non posso, non voglio fermarmi.

Carico il braccio all’indietro, poi lo riporto in avanti in un arco orizzontale più o meno all’altezza delle sua testa.

Il fodero di legno, a forma di fucile, la colpisce di taglio alla tempia. Dolore folle mi esplode nella spalla. Perdo l’equilibrio, capitombolo in avanti, sulle ginocchia, con sci e gambe spalancati. Le dita della mano sinistra urlano di dolore, strette tra due bastoncini da sci.

Rotolo a destra e mi metto seduta, aggraziata come uno scarabeo girato a pancia all’aria.

Il Giallo ha percorso gli ultimi metri di discesa rotolando e spargendo intorno cervella e sangue scuro.

La Gialla è a due metri da me, a terra, sussulta come fosse epilettica.

Alla mia destra un vecchio sta scendendo dal versante della collina, il fucile puntato verso la Gialla, che ha smesso di sussultare.

Il vecchio le dà un calcio al piede: non reagisce.

-Mi sa che le hai spaccato la testa.

Mi rialzo lentamente, piangendo per il dolore alla spalla. Il fodero di legno è sporco di roba scura. Le lenti degli occhiali sono piene di macchioline scure.

Tiro su col naso, vera lady.

-Merda, dovrò candeggiare tutto.

 

Il vecchio mi dice di dargli una mano a spostare i due corpi in un punto più riparato. Non sono di grande aiuto, solo con la sinistra. Dice che più tardi si farà aiutare da “qualcuno” a nasconderli meglio.

Mi chiede cosa ci faccio lì.

Glielo dico.

Mi soppesa come io soppeso lui. Potrebbe ammazzarmi, prendermi tutto, seguire le mie tracce fino alla tana e prendersi anche quel che c’è lì. Sembra più in forma di me, in questo momento.

Lui è in vantaggio, poche palle.

Ma non sembra essere del tutto carogna. Forse.

Accetta uno scambio. Contrattiamo.

Tutte le candele che ho per un cavolo verza, una rapa e delle patate.

Aspetto nascosta tra mucchi di neve, col fucile in mano. La spalla manda fitte di dolore ritmiche.

Inizia a nevicare, fiocchi grossi come francobolli. Se ne accumula sulla canna del fucile.

Il vecchio torna con un sacco di iuta e lo rovescia a terra.

Gli do le candele e mi prendo la verdura. Rape, che schifo. Ma è qualcosa.

Il ritorno, sotto la neve, è una tortura, soprattutto in salita.

Alla tana, svestirsi è un’impresa. Poi un sacchetto del freezer pieno di neve sulla spalla e uno sulla mano sinistra.

Ho un altro paio di giorni di autonomia.

Ne è valsa la pena?
 

Colonna sonora: Food for the Gods by In Flames

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2 commenti su “Survival Blog – Food for the Gods

  1. Immagino ne sia valsa la pena, sì. Durare per resistere, ormai è tutto lì, ecco ciò che rimane. In attesa di tempi migliori, o di un’occasione per cambiare le cose in meglio, non resta che vivere alla giornata e garantirsi l’indomani.
    Solo ora che sono circondato da altri esseri umani mi rendo conto di quanto fosse dura star da soli. Certo, io potevo vantare una dispensa molto più fornita della tua, ma difenderla costava non poca salute mentale in banconote di paranoia di grosso taglio. Anche se oggi mi trovo in mano a gente come questa, ammetto di non aver dormito così serenamente da molto tempo.
    Così torno a ripeterti quello che dicevano a me quand’ero solo nel magazzino: trova un gruppo, unisciti ad altra gente, non rischiare da sola. I miei compagni d’avventura non sono l’esempio migliore né il più auspicabile, ma puoi trovare di meglio. Ci vuole poco, te l’assicuro. Quel vecchio, per dire… meglio condividere le risorse che barattarle.

    In bocca al lupo,
    anche se in tempi da lupi come questi.

  2. Non so, ho paura di cadere dalla padella alla brace, unendomi a un gruppo. E poi odio chiedere: se il vecchio avesse cercato compagni, mi avrebbe chiesto subito di unirmi a lui. Invece ha parlato il minimo indispensabile, dritto al punto.
    Credo che anche lui sia come me, uno che preferisce fallire da solo che per colpa di altri. Orrido a dirsi.

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