Survival Blog – No One There


Sono viva. Gran bella notizia.
Ho una nuova tana, piace a Helmut. Fa freddo e dormo male, ma è un posto abbastanza sicuro, quanto può esserlo un posto qualsiasi di questi tempi.

25 dicembre: arrivo di notte. Le chiavi vanno bene. Perlustrazione veloce e la più silenziosa possibile sotto la luna. Abbandonato come previsto, ma decente. Il cesso è bloccato dall’esterno con un cassonetto verde dell’immondizia, pieno di detriti: strano.
Portata la macchina dentro il perimetro delle mura, nascosta dietro un edificio perché non si veda dal cancello. Dormo in auto, scaricherò le cose con la luce del sole. Helmut preferisce esplorare.
All’alba controllo meglio il posto. Silenzio, solo qualche volatile che chiacchiera e i rami secchi agitati dal vento.
La vista è mozzafiato: dal Monviso al Rosa in un’occhiata se non ci sono nuvole.

Nessuna traccia di attività recente. Polvere, muschio, erbacce secche, chiazze di neve intatta, schizzi marrone (sangue secco?) vicino al cesso. Sto in ascolto mezz’ora vicino al cassonetto, immobile. Per un po’ si aggiunge Helmut, poi se ne va annoiato. Mi decido. Cerco di smuovere il cassonetto: troppo pesante. Tolgo un po’ di roba e scopro che è utile: pezzi di trave, attrezzi da muratore, tre sacchi di calce, qualche mattone. Più sotto cominciano i rifiuti veri e propri: fiori mummificati, fiori finti, piante in vaso dei tempi che furono, plastica, moccoli consumati.
Il cassonetto ora è più leggero, lo smuovo. Una grossa macchia scura e secca si estende da sotto la porta del cesso fino a dove stava il cassonetto. Tiro verso l’esterno e la porta di metallo si apre.
Vomito. Prendo fiato. Vomito di nuovo.
Due persone morte nel cesso, schizzi di sangue su pareti e soffitto. Odore di marciume. Uno strato di schifo secco spesso due dita sul pavimento, a inglobare ossa, abiti estivi da donna, scarpe nere di vernice e sandali dorati, una borsetta. Una donna sventrata, divorata e putrefatta; un’altra magra e putrefatta, accasciata sotto il lavandino. Scommetto che prima di diventare così magra, la seconda era piuttosto Gialla.
Dovrò pulire tutto. Merda, ci vorrebbero ettolitri di sgrassatore e disinfettante! Meglio: un lanciafiamme e via.
Mi risuona in testa “Yellow Santa” dei Cadaver Trapanator.

L’edificio in cui dormirò i primi giorni invece è come me lo ricordavo: freddo, austero, atmosfera mistica. Il Pantocrator e i Quattro Viventi mi guardano impassibili: perfetti per l’apocalisse Gialla.
Resto della giornata passato a scaricare bagagli, sistemarli, fare progetti.
Per pranzo di Natale una porzione di “lasagne di zucchine” scongelate sul cofano dell’auto e un pacchetto di M&Ms. Helmut si mangia un’arvicola, molto soddisfatto di sé. Buon Natale a noi.

26 e 27 dicembre: giornate di preparativi della tana vera e propria. Sempre a canticchiare “Yellow Santa”. Merda.
Il cassonetto si rende doppiamente utile. Via, quadrupla utilità.
1) spazio in cui accumulare quel che tolgo dalla futura tana
2) travi, mattoni e attrezzi per la tana
3) avanzi di moccoli per avere luce
4) calce.
Forse tra qualche giorno mi sbatterò anche a usare i rimasugli di fiori per un bel mucchio di compostaggio.

28 dicembre: esco dal “dormitorio” che nevica. Fuori dall’accesso nord la sorpresa. Depositato davanti al cancello c’è un corpo di Giallo, in jeans e t-shirt, così magro che gli potrei contare i denti a bocca chiusa. Ha le braccia incrociate sul petto, le gambe distese, gli occhi chiusi.
Impronte di scarpe nella neve: escono dal bosco a nord-ovest, arrivano fino al corpo e poi tornano indietro.
Ignoro il corpo tutto il giorno, mentre lavoro alla tana. È quasi buio quando prendo il badile e vado al cancello. Sporgo il badile dalle sbarre e do una gran botta di taglio al collo. Affonda un paio di centimetri. È morto morto.
Lo lascio lì e torno nel dormitorio.

29 dicembre: Quante sono le possibilità che il prione sia sopravvissuto per mesi (forse sei mesi, ma direi che è più probabile un anno e mezzo), entro sangue e liquami vari secchi in un ambiente chiuso? Nel dubbio, farò finta che siano tante, le possibilità. Mi proteggo con tutto quello che ho (due paia di guanti in lattice, guanti da lavoro, passamontagna, mascherina, occhiali protettivi) e comincio a dare una ripulita al cesso. Lo scarico sul pavimento si è otturato. Lo riapro a forza.
Ho scavato una fossa per metterci i resti della signora e della Gialla, ma li tocco solo col badile. Poi flambo il badile con una generosa innaffiata di distillato.
Pulisco il cesso: secchiate di neve e ghiaccio sciolti, grattate con la cazzuola. Rude ma efficace.
Lascio tutto lì, ad asciugare e decantare.
Torno nel dormitorio e mi metto a fare un inventario dei miei possedimenti sotto lo sguardo vigile di Parsifal. Ho deciso di chiamarlo così. Ai suoi compagni non darò il nome, sono troppi. Ma lui un nome se lo merita, non fosse altro che perché è nobile.
La cosa di cui ho più disponibilità sono le pastiglie di Maalox. Sei scatole da 40 pastiglie masticabili l’una, più una a metà. 260 pastiglie.
Mal di stomaco, mi fai una pippa.

La notte mi sveglio di colpo. Un rombo lontano, il brontolio di un’esplosione, poi di un’altra ancora. Impugno il fucile e prendo una pastiglia di Maalox, poi esco con cautela.
Fuori echeggia di nuovo il rombo di un’esplosione e il sibilo del vento da est. Suono e vento vengono dalla direzione della mia ex-tana, del gruppo che ho lasciato. Impreco sottovoce e ritorno nel dormitorio, sprango la porta e ci piazzo davanti il congelatore.
Non dormo più.

30 dicembre: quando sorge il sole, mi preparo a uscire. Sto in ascolto alla porta per un’eternità, poi sgattaiolo fuori. Guardo verso est. La colonna di fumo si alza abbastanza alta e spessa da essere visibile anche qui. Impreco di nuovo. La direzione è quella della tana. Una seconda colonna, più piccola, si alza da poco più a sud, dove a spanne sta l’idroelettrica.
Devono aver combattuto contro qualcosa di grosso, per aver usato i carri della caserma.
Devono essere tutti morti, per esserci tutto questo fumo.
Fuggire è stato un bene.
Mi concentro sulla mia tana.

31 dicembre: ultimo dell’anno nella nuova tana. Arredamento spartano ma efficace. Chi l’ha detto che i morti stanno scomodi?
Il congelatore è sotto lo sguardo protettivo di Parsifal, del Pantocrator e dei Viventi, nascosto dietro l’altare. Se qualcuno entrasse nel perimetro e sbirciasse dalle fessure della porta, vedrebbe solo l’altare e gli affreschi.
Se cercasse la mia tana, farebbe fatica a trovarla.
Se cercasse di prendere la macchina, dovrebbe trovarle una batteria nuova, l’ho smontata.
Anche Helmut apprezza: mi porta una pantegana, venti centimetri più coda rosea. Che cosa vuole di più, una ragazza, l’ultimo dell’anno?

1 gennaio: il 2016 inizia con Helmut che gratta all’entrata per portarmi una mini-lepre. Le ha solo mangiato le interiora. Indecisa se mangiarla o meno, la pulisco e metto nel congelatore. Quando avrò più fame e meno remore, verrà buona, temo.
L’anno continua con tre Gialli che compaiono davanti al cancello. Due maschi e una femmina, in abiti pesanti e lerci. Si radunano attorno al Giallo morto e prendono a ondeggiare avanti e indietro sul posto, come fosse una lamentazione funebre. Nascosta dietro un angolo, immobile, li osservo. Stanno lì a lungo, almeno venti minuti, poi se ne vanno, senza un suono o un gesto.
Se già prima i Gialli mi inquietavano, ora è anche peggio.

2 gennaio: i Gialli sono tornati a far visita al morto. A sto giro stanno meno, o forse è un’impressione.

3 gennaio: dopo la visita mattutina dei tre Gialli (cinque minuti, non di più), ho fissato il pannello solare sul tetto di uno degli edifici, in un punto tale da non essere visibile dai dintorni. Poi la parte complicata: nascondere il filo che dal pannello scende fino a terra. Tre ore, arrampicata su una scala, col fucile in spalla e i porconi che volano. Grazie al cielo c’è l’edera.
Quando riaccendo il portatile, spento dalla vigilia di Natale, scopro che sono entro il campo di un segnale wi-fi.
Di chi? E dov’è il padrone del wi-fi? Per ora non ho la forza e la voglia di pormi la domanda.

Dico solo, a tutti i sopravvissuti là fuori: stringete i denti, resistete. Io sono viva, spero anche voi. A presto.

Colonna sonora: No One There by Sentenced
Yellow Santa by Cadaver Trepanator

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3 commenti su “Survival Blog – No One There

  1. Non ho particolari consigli da darti. Le lepri sono aleatorie… sono infette, non lo sono?
    Intanto che decidi non si può morire di fame.
    Bello il Pantocratore. Mi ricorda i miei studi di Storia dell'Arte.
    La Storia… adesso è una parola chiave.

    In bocca al lupo.

  2. Anche io non so darmi un consiglio, ma più ci penso e più penso che non c'è nulla o quasi, oggi, di cui mi fiderei… Tutto potrebbe essere contaminato… Temo non mi resti che sperare nel dio Caso.

    (off): Ve benissimo, come ho scritto anche sul tuo blog 🙂

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