Corso fuffa?


All’università in cui sono adesso c’è un corso obbligatorio da fare nel triennio (e se sei del biennio ma il corso non l’hai fatto: debito, da recuperare). Non è un corso allucinante, anzi. Diciamocelo: è un corso un po’ fuffa, quello del “Laboratorio di scrittura italiana”. Così fuffa che lo puoi fare in autoformazione, senza mai presentarti da nessuna parte che non sia l’aula dell’esame. Così fuffa che vale 3 CFU e che manco ti danno il voto sul libretto, solo “Approvato”.
Qual è lo scopo di questo corso così fuffa?
Appurare che uno studente universitario abbia le conoscenze e abilità minime per scrivere in maniera comprensibile nella propria lingua madre. Uno scopo molto basilare e pratico: prima o poi arriverà il giorno in cui lo studente scriverà una tesi, quindi meglio controllare prima di tale giorno che sappia almeno mettere in sequenza le parole, e nel caso dargli qualche dritta basilare su come farlo. Giusto per evitare che il relatore uccida il tesista incapace di mettere soggetto e predicato in sequenza.
Niente stile, niente poetica, niente retorica.
Molto pratico e molto basilare.
Contenuto del manuale:

  • Scrivere è un atto di comunicazione, quindi se scrivi vuoi dire qualcosa, e scrivi decentemente se il messaggio arriva; meglio scrivi e più chiaro è il messaggio.
  • Nozioni base di linguistica (le variazioni del linguaggio, per intenderci).
  • Nozioni base sulla punteggiatura (la virgola, questa sconosciuta, e tutti i suoi cugini dell’interpunzione).
  • Nozioni base su come si scrive un testo logico (andare dal punto A al punto B per una ragione diversa da “perché sì”).
  • Nozioni base su come si scrive un saggio breve in cinque paragrafi (introduzione, tre argomentazioni, conclusione).

Nulla di trascendentale, no?
Quel che pensavo io.
Vado a fare l’esame. Marea di gente. Almeno settanta persone (forse di più) in apprensione come se fosse Statistica 2 in una facoltà di agraria. Siamo a Lettere e Filosofia, eccheccazzo, un po’ di contegno.
Attendo l’inizio dell’esame e origlio conversazioni sull’orlo del panico. Gente che è lì a ritentare l’esame per la quinta, sesta volta.
Mi faccio prendere da un briciolo di agitazione anche io. Quinta o sesta volta suona da schifo, per essere un esame di italiano a Lettere, no?
Inizia l’esame.
Una dozzina di domande tra risposta aperta e chiusa più un breve componimento di due paragrafi, il tutto in un’ora.
Due settimane dopo apprendo di aver passato l’esame. Ho il mio “Approvato”, il mio debito è saldato e posso andare avanti con l’università. Ma in quanti saranno ancora lì a lottare per riuscire a mettere giù una cazzo di frase in italiano?
 
Cosa ci insegna questo esame fuffa?

  1. Che per passare un esame così non serve chissà che, solo studiare un minimo e sapere scrivere nella propria lingua madre.
  2. Che tanta gente non sa raggiungere uno standard minimo di decenza nella propria lingua madre scritta, ed è gente di Lettere e Filosofia: orrido. Non stiamo parlando di scrivere poemi, grandi disquisizioni teoriche di imponderabile profondità: stiamo parlando delle basi. I paragrafi da scrivere erano su argomenti del corso o banalità da uomo della strada (sì, c’era fin la scelta tra ben due argomenti!). Io non sono un luminare della scrittura né un genio, mi sono accorta solo ora di soffrire di avverbite, ma cazzo, l’ho passato al primo tentativo!
  3. Che un corso del cazzo come questo, anche solo seguito in autoformazione, forse dovrebbe essere obbligatorio per tanti (troppi!) autori (fantasy e non) e editor.

Esagero col punto 3? Non credo proprio.
Quali sono le cose più plateali su cui gli autori fantasy cadono?
Cadono sulla logica: che sia la logica interna della storia o quella della frase (particelle avversative alla cazzo di cane), il concetto non cambia. Da A si deve arrivare a B per una ragione diversa da “perché sì”. Siamo esseri senzienti, non marionette gestite dal Dio Caso.
Cadono su errori di punteggiatura che fanno rizzare i capelli, con virgole sparse a caso nella frase, magari anche tra soggetto e verbo, oppure con punteggiatura del tutto assente per paragrafi lunghi 20-30 righe. Fa schifo, è segno di sciatteria e di assenza di rilettura.
Cadono sul linguaggio. Le variazioni del linguaggionon sono astratte seghe mentali dei teorici, sono realtà che chiunque, con un minimo di spirito di osservazione e mente sveglia, nota nella vita. Nessuno parla sempre allo stesso modo in qualunque luogo/compagnia/occasione, né due persone diverse parlano esattamente nello stesso modo. Per questo un romanzo in cui tutti parlano con la stessa identica voce incolore fa cagare, così come uno in cui il porcaro del re parla come se fosse appena uscito da una lezione di dizione tenuta dal Tasso.
E infine, cadono sul più grande dei concetti. Scrivere è un atto di comunicazione. Le possibilità sono due: o ti frega sul serio di comunicare qualcosa, o non te ne frega ma stai scrivendo così per far andare le dita sulla tastiera. Se vuoi davvero comunicare qualcosa (posto che tu abbia qualcosa da dire!), vuoi che il messaggio arrivi il più chiaro possibile. Non vuoi che ci sia possibilità di fraintendimenti, dubbi o vuoti comunicativi. Scrivere bene è come fare una telefonata. Scrivere col culo è giocare al telefono senza fili con un gruppo di sordi: se hai un gran culo qualcosa alla fine arriva, ma non assomiglia per un cazzo a quel che è partito dal primo della fila. Cosa distingue telefonata e telefono senza fili? No, non il filo. La chiarezza. Parole chiare, precise, scelte apposta e non pescate a caso nel Mare del Testo, portano a una comunicazione efficace. Certo, uno deve però avere idea di cosa vuole dire…

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4 commenti su “Corso fuffa?

  1. L'incapacità della gente di formulare pensieri coerenti su carta mi lascia sempre più allibito. Anche presso la mia università è stato istituito un corso del genere- niente CFU, solo un Approvato in caso di esito positivo.
    Ma solo il fatto che un corso del genere esista solleva inquietanti quesiti…
    Ormai scrivere senza ricorrere al linguaggio sms è considerato una specie di superpotere!

    Mr. Giobblin

  2. L'analfabetismo universitario, benché possa apparire come un ossimoro, è la cruda realtà. Qualche anno fa, nel disperato tentativo di passare un esame di inglese che pareva insuperabile, cominciai a seguirne il corso. Il primo giorno il professore ci consegnò delle fotocopie, quindi ci divise in gruppi da 4 – 5 persone e ci disse di classificare le parole di un elenco in aggettivi e sostantivi… Rimasi allibito: "le parole sono in inglese e in italiano… Ma che razza di esercizio è questo? CAZZO, MA QUESTO E' UN CORSO UNIVERSITARIO O CHE?" Non ebbi neanche il tempo di scuotermi dal mio stupore che una delle tizie del gruppo vicino al mio mi chiese: "Scusami, ma "lavagna" è un sostantivo o un aggettivo?" Vi posso giurare che per un attimo fui convinto stesse scherzando, che volesse fare un po' di sarcasmo per stigmatizzare il "fancazzismo" del professore che per ritagliarsi 5 minuti di relax era sceso a mezzucci così sciocchi… Mi sbagliavo e di grosso: nei minuti successivi si girò altre 6 o 7 volte per chiedere se "big" o "sedia" o qualsiasi altra cosa fossero aggettivi o sostantivi. Questa (e gli altri quattro "letterati" che le facevano compagnia) è arrivata all'università senza saper distinguere tra un aggettivo e un sostantivo! 

    d-K

  3. @ Mr. Giobblin: il superpotere di mettere tutte le lettere (giuste, al posto giusto) nelle parole è effettivamente piuttosto apprezzato nel mondo della cultura, chissà poi perché 😉
    Anche io sono inquietata da cosa la mera esistenza del Laboratorio di scrittura italiana implichi, fa rabbrividire al solo pensiero, ma come fa notare il signor d-K, c'è gente che arriva all'università senza saper distinguere sostantivo e aggettivo.
    Non c'è limite al peggio…

  4. Pingback: I Grandi Quesiti della Vita: Perché la gente scrive? | Space of entropy

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