Gran Torino e Clint Eastwood


Higgins ieri sera mi ha chiesto come mai, a distanza di ormai due giorni, non avessi ancora scritto nulla su Gran Torino. Gli ho risposto che non ne avevo ancora avuto il tempo, il modo o la voglia. Dovevo ancora metabolizzare il film, la storia, la costruzione delle vicende e dei personaggi, i temi che tratta (scopertamente e non), l’impatto visivo, quello emotivo e quello sonoro.
La domanda di Higgins precedeva di pochi minuti la visione di Mystic River in DVD. Sì, una specie di cineforum-Eastwood.
Diciamo che i film di Eastwood giovane in pratica non li ho mai visti: ho intravisto qualcosa di “Per un pugno di dollari” e di “Il buono, il brutto e il cattivo”, l’inizio di “Impiccalo più in alto” e basta.
Poi ho visto Gunny, Spacecowboys, Million Dollar Baby, mercoledì Gran Torni e venerdì Mystic River.
Da qualche parte ho letto che in Gran Torino Eastwood approfondisce il suo difficile o quantomeno conflittuale rapporto cinematografico con la religione.
Ci ho pensato stanotte, dopo aver visto anche Mystic River. Lì la religione è elemento marginale e al contempo importante: uno degli uomini che si portano via il piccolo Dave ha al dito un anello con una croce cristiana; la scoperta del cadavere di Cathy avviene la mattina della prima comunione della sorellina; tra i tatuaggi che coprono il corpo di Sean Penn – Jimmy Marcam c’è una grossa croce sulla schiena; alcuni crocifissi compaiono qua e là a casa di Tim Roth – Dave Boyle e di Sean Penn. Ecco tutta la religione di un film: un valore più esteriore che interiore, presente a vista e nulla più.
In Million Dollar Baby c’era il pretino con cui Eastwood battibeccava ogni settimana dopo la messa, cavillando sui dogmi e sulle Sacre Scritture. Il prete chiedeva a Eastwood se scriveva mai a sua figlia, lui rispondeva “Ogni giorno”, senza esitazioni, e l’altro con tono carico di riprovazione gli chiedeva “Perché menti?”. Solo che era vero, il vecchio allenatore scriveva e invariabilmente le lettere se ne tornavano tutte indietro, respinte al mittente.
E ora il pretino ventenne fresco di seminario che non conosce nulla della vita che compare in Gran Torino. Qui la religiosa è la defunta moglie di Eastwood – Walt Kowalsky, che ha fatto promettere al prete di riuscire a far confessare Walt. La vera confessione arriverà solo dopo quella in chiesa, e sarà rivolta non al prete bensì ad un amico. Si tratta di una confessione che non serve per scaricarsi la coscienza, per aprirsi le porte del Paradiso o per sentirsi più in pace col mondo, piuttosto di un’apertura verso il mondo violenta e necessaria per fare capire all’altro quanto valore abbia la sua innocenza.
Quanti temi possono stare in un film solo? Ho la sensazione che Eastwood e sceneggiatore si siano risposti: “Vediamo quanti riusciamo a infilarcene!”. E così ci sono la famiglia, l’appartenenza a un luogo, l’integrazione e il razzismo, la violenza e la guerra, l’onore, l’innocenza e il peccato, l’espressione di un’etica del lavoro dal sapore antico, la religione, la malattia, la morte e la vita che si intrecciano, amore, timidezza, spavalderia, il concetto di manhood (essere uomo non solo come età ma anche come modo di fare). Forse ci sono tanti altri temi che mi sono sfuggiti, ma già questi sono abbastanza per fare di Gran Torino un film profondo e importante. Il fatto che poi, in mezzo a tutta questa profondità, si riesca anche a ridere grazie ad una sceneggiatura scritta da dio, arguta e vivace, ma anche vera e non politically correct, direi che è una nota di merito non indifferente.
 
Piccolo particolare a margine: sembra ormai evidente che a Eastwood piacciono le colonne sonore minimali, in cui siano i suoni della vita a prevalere. È così in Mystic River, è così in Gran Torino. Non ricordo se sia così anche con Million Dollar Baby, ma questa potrebbe essere un’ottima scusa per rivederlo appena possibile.
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