week-end


È stato un week-end impegnato, quello appena trascorso.
Venerdì era Halloween e quindi in Badiola serata a tema. Io e Higgins non eravamo mascherati, ma forse, l’anno prossimo.. A prepararmi per tempo, potrei anche andare in costume; Higgins ha detto che al massimo verrà in kilt, se per allora ne avrà uno.
Si sono sprecate le candeline Ikea, ma anche le zucche: quelle che ha scolpito Higgins erano le figlie piccole delle due grosse zucche scolpite da Luigi e Tiziana. C’era pure un menù a tema, che abbiamo assaggiato con gusto: piadina condita, patate al sangue e vino del vampiro con occhi di rospo.
Anche se non tutti erano travestiti, i costumi c’erano: un paio di Mercoledì Addams, una coppia di non morti settecenteschi (elegantissimi!), Luigi-mago con addirittura bastone magico che si illumina (il bastone pesava millemila chili, la magia quasi quasi era il solo fatto di riuscire ad alzarlo!), un Joker truccatissimo (che si era stampato i Jolly) con la sua ragazza vestita da bambola di pezza di Nightmere before Christmas (e non oso immaginare lo sbattimento di cucire la giacca che indossava!).
Una bella serata a lume di candela e con tante chiacchiere.
Sabato dalla nonna per giro cimiteri. Dopo un pranzo assassino a orario indegno (ore 10.55 in tavola!), via, in macchina, a cristare contro i cani che vanno a 40 km/h anche quando il limite è 70 e non ci sono pericoli di sorta.
Ogni volta mi sorprendo dei colori di quella zona: il mondo lì sembra avere una dominante marrone. È il marrone scuro e freddo dei campi rivoltati e a riposo, quello più caldo dei tronchi d’albero; il marrone grigiastro dei boschi spogli sulle colline intorno, quello ricco del sottobosco spoglio; il marrone rossiccio di certe foglie quasi secche e quello chiaro e sabbioso di altre. E poi il rosso chiaro delle foglie di vite, quello quasi violaceo dell’edera; le mille tone foglie che appassiscono; il verde, inaspettatamente chiaro, di certi rami, che più che autunnali si fingono primaverili, il verde giallastro dell’erba secca, quello florido dell’erba del cimitero, quello scuro e profondo o chiaro e delicato delle conifere, vicine e lontane. E poi il rosso di certe vecchie case in paese, un rosso scuro, patrizio, che sa di soldi e di ostentazione d’altri tempi. In mezzo a questi colori, semplici e mai eclatanti, paesini e frazioni abbarbicati negli angoli piani di colline scoscese, dure e rustiche, di cui in alcuni punti si vede il vero scheletro: è fatto di roccia sedimentaria, strati di tempo che, quando esposti all’occhio nudo, si rivelano una millefoglie geologica giallina e pericolosamente inclinata verso il cielo. Colline ostiche con paesini abbarbicati abitati da gente a cui la durezza è entrata nel carattere, forse anche nel DNA. Paesini così sparsi e smarriti che da una frazione entri nella successiva senza neanche accorgertene. E i nomi di quelle frazioni! Nomi deliziosi, che sembrano appena usciti da una sessione di D&D nostrano… Casa Arcano, Casa Massone, La Costa…
Ci vado solo una volta l’anno, ma come potrei non amare la zona?
In quei paesini sono cresciuti due ragazzi. Lei coi capelli neri e bellissimi occhi azzurri, un dito rovinato da un tritacarne; negli anni della guerra, non ancora ventenne, viveva con la famiglia, faceva la focaccia nel forno a legna una volta al mese, aspettava le feste comandate per un po’ di carne e invidiava quelli della collina di fronte, esposta a sud, che avevano alcuni ulivi e quindi l’olio. Lui era alto e castano, con due fratelli e due genitori; andato in guerra, è tornato alle colline senza un fratello, morto nel ’44, ma ora sapeva un po’ di inglese, imparato dagli americani. Lì sono cresciuti, alle colline appartenevano. Come potrei non sentirmi legata a quelle colline marroni e alla vena di follia che serpeggia nella roccia sedimentaria?
Sabato per i parenti del lato di mamma, domenica per papà. Io e Higgins e un vaso di crisantemi gialli. Il cervello vuoto, nessun pensiero, solo una canzone: Just one year of love dei Queen. Era già qualche giorno che ce l’avevo in mente, assieme a This sex is on fire dei Kings of Leon: canzoni ben diverse, eppure entrambe saldamente aggrappate ai miei neuroni, quasi un’ossessione.
Riascolto Just one year of love e mi trovo a farmi sempre la stessa domanda esistenziale a cui non avrò mai risposta causa scarsa comunicatività degli interessati. Higgins dice che il concetto base della canzone è bello, meglio un anno d’amore che non sapere neanche cosa l’amore sia. Io a volte ho qualche dubbio e mi trovo a pensare che forse l’ignoranza è meglio del ricordo: come diceva Leopardi, il ricordo inganna. E secondo me inganna sempre senza mai farci un favore: fa sembrare minori non solo le cose brutte ma anche il ricordo delle cose belle. Così, di tutti i ricordi che ho, quelli più sfocati e frammentari sono proprio quelli che vorrei più chiari.
La grande domanda esistenziale è anche piuttosto triviale: l’avranno avuto, quei due, un anno di amore, o è sempre stata una vita da soli? So che completa solitudine non è stata, ma ciò non toglie che ho questa sensazione… come una cappa di sfortuna, solitudine e dolore, posata su di loro e sulle loro esistenze. Spero di sbagliarmi, forse un giorno lo saprò.
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2 commenti su “week-end

  1. Ti incassi se ti dico che ho letto solo la prima e ultima parola di quello che hai scritto e sotto interrogatorio, dalle cui risposte dipende la mia vita o la mia morte, non so se le ricorderei?

    Giracchiavo e sono passato per caso, un molesto saluto mattutino a chi non conosco è il modo migliore per iniziare la giornata.

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