Harry Potter e le traduzioni folli


Ci ho messo un bel po’ prima di leggere i romanzi di Harry Potter, un po’ perché avevo paura che fosse la classica vaccata per bambini decerebrati, un po’ perché temevo che fosse una bruttissima copia di qualcosa di già letto.

Quando finalmente li ho letti ho scoperto che i rimandi a cose già lette c’erano, ma erano i rimandi da cui non si riesce a prescindere perché ormai fanno parte del nostro immaginario comune (l’idea del mago con la bacchetta magica; la fenice che muore e rinasce dalle sue ceneri; la sfera magica per fare le predizioni; sirene, centauri e giganti…)

E ho scoperto anche che non si trattava di una vaccata per bambini cerebrolesi, nonostante l’impegno in tal senso dei curatori che ci hanno messo un po’ prima di capire che i disegni (inutili e per giunta bruttarelli) potevano risparmiarseli e che le storie non erano proprio per la prima infanzia.

Nei primi libri, però, ad impensierirmi, c’era una nota iniziale della traduttrice, che si “scusava” di non poter rendere a pieno la parlata sgrammaticata di Hagrid e di aver tradotto i nomi delle case. Poi scopro che non si è limitata a tradurre i nomi delle case, e mi viene voglia di leggere i libri in lingua originale. Fatto.

Sconvolgente.

La parlata di Hagrid in inglese era sembrata anche a me sgrammaticata. Salvo poi scoprire, grazie al bel libro di Ilaria Katerinov 1, che quello di Hagrid non è un inglese sgrammaticato ma un inglese colloquiale e fortemente accentato. L’accento in questione è quello della zona di Bristol, da cui viene l’autrice.

Quel genio della traduttrice, però, ha deciso di tradurre molte altre cose, oltre ai nomi delle case, e senza ragione apparente!

In un articolo che ho letto tempo fa 2, la traduttrice italiana, Beatrice Masini, diceva che “Tradurre i nomi è uno dei piaceri di questi libri. È necessario trovare il giusto equilibrio tra la soffocante ricerca di sinonimi (tipica di noi italiani) e il diritto alla semplicità del libro”, mentre la curatrice, Serena Daniele, diceva che in questi romanzi “i nomi di persone e luoghi contengono quasi sempre un’allusione, una parodia, un gioco di parole”.

Bene, la traduzione era difficile. Ma era sempre necessaria? Non si poteva optare per i nomi originali?

A che scopo tradurre il nome del professor Dumbledore con Silente? Per mantenere un’assonanza del nome originale con la parola inglese dumb (muto). Peccato che farlo cestini un altro significato del nome originale: “dumbledore” è un vocabolo dialettale per “calabrone”. Viene dall’unione di due termini Old English, “dumble”, variazione di “drumble” (muoversi in modo pigro, ma anche infingardo) e “dor” (insetto che ronza). E la Row si era immaginata il personaggio come un vecchietto dall’aria innocua che girasse per la scuola mormorando tra sé e sé chissà quali ragionamenti e segreti. Tutto un altro senso, tutt’altro tipo di implicazioni!

Idem con patate Cornelius Caramel, che in origine era Cornelius Fudge. “Fudge” in inglese è sia un dolce caramellato, sia una notizia dell’ultim’ora, sia, più importante, una frottola, da cui il verbo “to fudge” che vuol dire mettere insieme un modo goffo per evadere oppure evitare un problema. Anche qui persi per strada un po’ di significati e di implicazioni…

Ci sono poi traduzioni che non avevano una gran necessità di esistere: perché tradurre Snape (Piton, una delle traduzioni migliori anche se non stettamente necessarie)? Perché tradurre Binns in Ruf? E Flitwick in Vitius?

A che scopo tradurre Trelawney con Cooman? Perché cooman ricorda la sibilla cumana? Ma dal trattamento riservato al lettore, il traduttore sembra aver deciso che è decerebrato, quindi perché fare un rimando colto se sarà letto da un bambino che non lo saprà cogliere?

E perché la professoressa di erbologia da germoglio (Sprout = germoglio; to sprout = germogliare) è diventata una bevanda gassata o nella migliore delle ipotesi un folletto (Sprite= genietto, spiritello)?
E perché Madam Hooch (= bevanda alcolica distillata illegalmente) è diventata Madama Bumb? Paura che il bambino medio (quindi stupido) traesse insegnamenti devianti da un nome in una lingua che sicuramente è troppo stupido per capire?

E soprattutto: che bisogno c’era di cambiare Neville Longbottom in Paciock?! E perché Trevor (il rospo di Neville) è dovuto diventare Oscar? (a tal proposito ci è andata quasi bene, visto che in Spagna Trevor ha mantenuto il nome ma è diventato una tartaruga, e li ci si chiede come si faccia a perderlo spesso, ma sono altre questioni…)

E perché cambiare Parvati Patil in Calì Patil?! Se ci ritengono abbastanza intelligenti da accettare la sorella Padma Patil, perché cambiare il nome di Parvati? E perché trasformare i fratelli Creevey in Canon?! Che bisogno c’era? Ci cambia forse la vita il rimando alla macchina fotografica perennemente in mano al maggiore dei due, quando il minore non la usa mai?

Ma soprattutto: perché Fang (= zanna) è diventato Thor? C’è la parodia di un nome minaccioso per un cane enorme ma fifone: se volevano mantenerla traducendo il nome, perché non chiamare quel povero cane Zanna? Mica è un brutto nome, Zanna…

E poi i goblin della Gringotts che son diventati folletti; Quirrell (rimando a squirrel = scoiattolo) che si è trasformato in Raptor (rimando a tutto tranne che una creatura innocua come uno scoiattolo); Fawkes (Guy Fawkes nel 1605 cercò di far esplodere il parlamento inglese), maschio di fenice, che diventa femmina con l’“innocuo” nome di Fanny (in inglese c’è un doppio senso tutt’altro che elegante e gli inglesi giustamente si sono fatti grasse risate per questo…); Pevees (in inglese ha un’assonanza con “peeve” = irritare, vessare) che per qualche misteriosa ragione diventa Pix il Poltergeist; e per finire il boggart (= un fantasma o poltergeist) che si è trasformato nel molliccio….

Le traduzioni con un senso mi sembrano così poche… forse la migliore è Crookshanks (crook = piegare; shanks = gambe, stinchi) che è diventato Grattastinchi.

I romanzi sono effettivamente pieni di giochi di parole, come Serena Daniele affermava, ma nella maggior parte dei casi non mi sembra che la traduzione riesca a renderli neanche un po’.

Un autore crea un mondo nuovo anche attraverso la creazione (ragionata, complessa, a volte difficile) di un mondo di nomi: che diritto ha un traduttore di rivoluzionarlo o buttarlo giù per lo scarico?

Perché, soprattutto, l’editor ha deciso che i bambini sono troppo stupidi o ignoranti per leggere i nomi originali? A questo punto quasi sorprende che non li abbiano tradotti tutti dandoci la saga di “Arrigo Vasaio”.

Le note a piè di pagina sarebbero state così male?

Quel che abbiamo concluso io, mia madre e una mia amica in tre conversazioni separate è che forse avrebbero fatto un lavoro migliore: se usate nel modo giusto, le note possono rendere un libro più godibile.

Secondo noi avrebbero potuto spiegare ai giovani lettori tutti i giochi di parole, le parodie, le implicazioni nascoste che ci sono nei nomi. Forse sarebbe stata un’occasione per i bambini (teoricamente i lettori privilegiati di questi romanzi) per imparare un po’ di inglese, per apprezzare fino in fondo questi romanzi in tutte le loro sfumature.

Lo so, un’affermazione un po’ provocatoria, forse eccessiva.

Il fatto è che dopo il primo libro anche gli editori hanno cominciato ad accorgersi che non si trattava più di storie per bambini, ma che il pubblico era più ampio, più variegato, per cultura ma soprattutto età.

Nonostante questo hanno continuato con i disegni per un altro libro, ma soprattutto hanno mantenuto la linea delle copertine demenzialmente disegnate. A tal proposito, mia sorella maggiore quando ha visto per la prima volta la copertina del sesto libro mi ha chiesto cosa fossero quegli strani filamenti bianchi e le ho dovuto spiegare che dovrebbero essere capelli…

Quel che più conta: i fan della saga sono talmente appassionati e innamorati e incuriositi da tutto quello che riguarda quel mondo fantastico da cercare significati nascosti in ogni cosa (anche cagate pazzesche tipo che la gente fa le cose a mezzanotte o riceve dozzine di lettere e quindi la Rowling è fissata col numero 12) e non credo che sarebbero così dispiaciuti di qualche nota, soprattutto se gli svelasse significati nascosti reali.

E quindi ritorno alla mia speranza nella versione “rieditata”, aggiungendo che sarebbero belle delle note sensate. Tantopiù che in Inghilterra esiste una versione per bambini e una “per adulti” (l’unica differenza, per quel che ne so, sta nelle copertine): una versione con note potrebbe essere per “adulti”, e se proprio tuo figlio-cugino-fratello-quel-che-è di pochi anni desidera leggere HP e sai che non capirà le note, gli dai quello per bambini che così si intrattiene e basta

Una traduzione “perfetta” nno esiste, ogni traduzione è perfettibile. ed è per questo che spero che un giorno abbiano un illuminazione divina e decidano di ripubblicarle i romanzi con alcune correzioni, per esempio risolvere il problema di alcuni personaggi che da un libro all’altro hanno cambiato nome. Personaggi minori, certo, e c’era pure una nota della traduttrice ad avvisare, ma comunque ti lascia in bocca il sapore di una cosa fatta un tanto al pezzo…

P.S: Comunque sia chiaro che non ha nulla contro l’intrattenimento ^__^

 

1: Ilaria Katerinov, “Lucchetti babbani e medaglioni magici. Harry Potter in italiano: le sfide di una traduzione”, Camelopardus, 2007

2: Speak Up, Harry Potter and the Untranslatable Names.

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5 commenti su “Harry Potter e le traduzioni folli

  1. AMEN.
    Ho letto tutta la serie in inglese come faccio con tutti i libri scritti originariamente in una lingua che conosco…

    P.S. Mi è stato fatto notare che in Italia il sesto libro non è “voluminoso” quanto nell’edizione inglese. Partendo dal fatto che in entrambi i casi le dimensioni dei caratteri ed il formato sono rimasti invariati c’è da chiedersi se per caso non è stato “tagliato” qualcosa. Ancora tremo se ripenso a “Sushi for beginners” di Marian Keyes che in Italia è stato dimezzato con l’eliminazione di interi capitoli che, pieni di giochi di parole, il traduttore ha trovato si vede proibitivi.

  2. Pingback: Professionalità, chi era costei? | Space of entropy

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