Qual è il punto?


L’immagine qui a fianco sta a indicare che siete di fronte a un Momento Rottenmeier, ma è pure un post alla cazzo, quindi siete avvisati!

Mercoledì sera riflettevo che la parte più divertente del processo che ha portato alla nascita di Epidemic Egonomic(e se non l’avere ancora letto, perché non gli date un’occhiata?) non è stata la prima, quella di “mera” scrittura, ma la fase in cui ho messo il file nelle mani di un’altra persona, che poi sarebbe il signor Hell, chiedendo un parere esterno, onesto-onesto-onesto. Coincidenza, giusto mercoledì mi era arrivata una delle mail del Donor-Only Bonus Pep Talk che vengono inviate a chi, come me, ha deciso di donare qualcosina (5 o forse 10 dollari, non ricordo) ai ragazzi che organizzano il NaNoWriMo. A questo giro, una mail, aperta solo giovedì mattina, con un discorso d’incoraggiamento da parte di tale Nora Zelevansky (mai sentita nominare, ma amen) che parlava, mirabile dictu, proprio di far leggere la propria prima stesura ad altri. E più andavo avanti a leggere, più trovavo elementi comuni al mio modo di fare, ma anche ad articoli e cose viste/lette/sentite in questi giorni.La prima cosa è già un punto che ritengo importante: io ho bisogno piuttosto presto di un parere esterno sulla mia prima stesura, perché la giusta distanza e prospettiva proprio mi sfuggono. Scopro che non sono l’unica:

Once I’d read my personal mess over [una prima stesura di 50000 parole scritta nei 30 giorni di un NaNoWriMo, senza concedersi pause o editing] and decided that some chunks appeared to have merit, I knew I needed feedback from others to move forward. I was just too close to the project to have a clear perspective on the next steps.

(e qui parte la più grande differenza tra me e lei, ché la signora finisce con l’avere un approccio super metodico alla richiesta di feedback:

I would send out each draft to a round of three to four people, get their thoughts, make changes and then move onto another cluster. The most important factor for me in determining whose opinion to trust, aside from who was simply willing to do the readings, was variation among the group. I wanted perspectives from men and women, the old and young, conservatives and liberals, pop-culture nuts and TV-free types, close friends and acquaintances who didn’t know me quite so well. That decision turned out to be hugely beneficial because, with that wide a range of readers, I knew that any note or theme that arose consistently was not only an opinion from one type of person, but an actual issue that needed addressing.

Approccio che non tutti possono permettersi, ahimè).

Poi c’è quella cosa, poche parole sul fatto che una delle solizioni che lei e il marito (entrambi scrivono per vivere: lei giornalista-novelist, lui sceneggiatore) usano per sbloccare la scrittura è…

taking walks outside our brownstone apartment to discuss and resolve problems with structure or plot.

…che mi fanno immediatamente pensare a questo post di Davide, sul camminare e i suoi effetti sul cervello, e a chi mi dice che si è fatto due ore di passeggiata al ritorno dalla quale aveva una soluzione per un ingarbugliamento di trama.

E poi mi ritrovo a fare sì sì con la testa quando la Zelevansky dice che chiedere a un familiare un parere è una cosa (soprattutto se ti sei dato la regola che una volta ricevuto un parere, non ci saranno discussioni interminabili, al massimo si forniranno i chiarimenti richiesti ma nulla più), altra è chiedere a amici e conoscenti; o quando dice che finisci con l’avere uno o più lettori con cui instauri un dialogo più serrato. O ancora, quando parla di come alcune persone siano a tal punto oneste da poterti ferire senza volerlo, pur essendo utili*, e del fatto che i tuoi sentimenti ne risentano anche se sei stato tu a chiedere che fossero onesti perché, altrimenti, qual è il punto?

Già, qual è il punto nel dare un feedback poco onesto? Me lo chiedo ogni volta che vedo o leggo cose che hanno scarsa qualità oggettiva (disegni orrendi fatti da adulti; racconti che non stanno né in cielo né in terra; post allucinevoli; articoli di giornale come quelli citati in questo post) e mi rendo conto che chi ne è l’autore crede di aver fatto un ottimo lavoro, di saper disegnare o scrivere da dio, di saper mettere insieme un buon articolo. O peggio: ci sono le non rarissime occasioni in cui il lavoro è accompagnato da commenti entusiastici e complimenti per l’alta qualità messa in opera dall’autore.

E allora, la questione, il problema che fa imbestialire la mia signorina Rottenmeier interiore è tutto lì, in due punti:

  1. Ma dove sono finiti la consapevolezza dei propri mezzi e il buon senso per auto-valutarsi, visto che c’è gente convinta fino al midollo di essere bravissima con la matita (mentre non sa manco tirare una linea dritta) o di essere un genio della narrativa (quando gli sfuggono le regole base del costruire una storia dotata di logica interna)?
  2. Qual è il punto di dare un feedback super positivo a quello che praticamente è percolato? Ci sono mille modi per incoraggiare la crescita artistica, culturale e cerebrale di qualcuno pur muovendo critiche costruttive a un suo lavoro di scarsa qualita. Se distruggere metodicamente è pura negatività, non significa che uno debba per forza mentire. Mentire non funziona mai, soprattutto non aiuta a crescere.

Bene, scusate lo sfogo. M’ero ripromessa di non farlo più, di essere zen e tenere la signorina sotto sedativi, ma a volte, sarà il caldo…

* la signora Zelevansky non li nomina, ma nella vita capitano anche quelli che feriscono e non ti sono utili, e pure quelli che sono talmente neutri nei loro pareri da non incidere sulla lavorazione della tua storia e da svanire dalla memoria dopo pochi minuti.

2 commenti su “Qual è il punto?

  1. Ti consola se ti dico che faccio sempre leggere a qualcuno che considero competente ogni mia “prima” (in realtà è la millemillesima, visto che revisiono in corso d’opera – lo so non si dovrebbe fare ma non ci riesco) stesura, che dico sempre di essere onesti e non polemizzo mai sui commenti ricevuti ma, al limite, mi martello da qualche parte se mi rendo conto che sono talmente giusti e lucidi da farmi pensare “perché non ci sono arrivato da solo?” E quando sono dall’altra parte della barricata, ovvero sono io quello che legge una prima stesura di qualcun’altro non sono mai tenero, ma non riesco ad essere molto “Rottenmeier”.
    baci, Sandro

    • Mi consola sì. Ma al contempo rimane quel senso di amarezza per troppa palta venerata come capolavoro ;) Anyway, viva le revisioni ;)
      Comunque, non vedo perché uno non dovrebbe revisionare in corso d’opera, soprattutto quando ti è venuto in mente un dettaglio che mancava, una cosa da specificare, una frase perfetta per quel momento di pagina 15: che importa se sei già a pagina 100, è solo giusto che torni a pagina 15 e l’aggiungi ;) E poi, oh, io credo sempre che i metodi di scrittura debbano essere al nostro servizio, non ingabbiarci troppo, ma aiutarci a scrivere. ^_^

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