Vento di cambiamento – Ave Maria


Il dolore è una mare di bambagia da cui mi costringo a emergere: non posso lasciare Biscior da solo, non quando lo sento urlare così, tra il fischio del vento, il ringhiare di un lupo e quel suono, come una cuoca sgraziata che intenerisca del manzo a martellate. Intontito e accecato, rotolo su un fianco, verso i suoni di lotta. Mi tasto il viso con l’unica mano che ancora sento: naso gonfio, labbro spaccato, occhi pesti, una patina viscida di sangue su tutto. Mi pulisco gli occhi, sbatto le palpebre. Vedo solo dall’occhio destro, dovrà bastare.
Della donna non c’è traccia. Solo un lupo grosso come un cavallo che ringhia e gira attorno al dottore. Quegli lo fronteggia, armato di accetta e coltellaccio. Il lupo gli balza addosso, lo getta a terra ignorando l’affondare del coltello tra le costole. Con un ringhio serra le zanne attorno alla spalla di Biscior urlante. Anche il lupo sembra urlare, si divincola dalla lama, fa per arretrare. Un colpo d’ascia, quel suono di carne battuta: la testa metallica non affonda nella zampa, ma sembra quasi rimbalzarvi sopra.
“Due armi? Ma il braccio…”
Carne aranciata e fibrosa percorsa da vene nere riempie le ferite che gli avevano inferto i loup-garou.
Bile tra i denti, la ricaccio giù. Non voglio guardare. Non voglio sapere.
Abbasso gli occhi e mi sento sbiancare. Ho il braccio destro piegato in un angolo sbagliato appena sopra il polso. Non voglio pensare a cosa mi provoca queste fitte a ogni respiro, o quella sensazione di peso sotto il diaframma. No, non voglio più sapere nulla di quel che mi sta accadendo. Desidero solo che tutto quanto finisca.
Cerco di rialzarmi, ma ricado, le gambe non mi reggono. Gattono verso la pietra, sguardo basso.
Il disegno di cera e gesso è divenuto verde scuro, della consistenza del muschio. Mentre avanzo, il vento spira e il muschio risponde riempiendosi d’infiorescenze violacee carnose. Diventa lucido e iridescente come il guscio di un coleottero alla folata successiva, sangue secco brulicante di pidocchi al colpo di vento seguente.
Madre Santissima, mai come ora ho desiderato l’ignoranza.
Il martello è ancora lì, vicino alla pietra. Poco fa non sono riuscito che a scalfire la “L”, speravo di aver fatto di meglio, per guadagnarmi cotanta violenza dalla diva Silica.
Spero tanto che quel che aveva detto Biscior sulla Dona del Zöch valga anche con questa “dea”. Mi sfilo il rosario dal collo, coi denti l’avvolgo attorno al polso. La croce di metallo tintinna piano sul manico del martello. Inginocchiato, inizio a recitare:
Ave Maria, gratia plena
Colpisco la lapide. Latrati, grugniti e colpi diventano più frenetici. Non voglio guardare.
Dominus tecum – colpo – benedicta tu in mulieribus – colpo, ululato, Biscior che impreca, tonfo – et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Il colpo ancora mi vibra nel braccio quando il vento mi afferra e fa cadere indietro. Torno alla pietra, quant’è vero Iddio finirò quel che ho cominciato, a qualunque costo!
Riprendo la preghiera, altre due martellate. L’aria si fa afosa, pantaloni e camicia principiano a contorcersi come serpenti. Il cotone mi comprime il petto e strizza le cosce. La cravatta mi si avvolge attorno al collo, stringe sempre più. Un ululato disperato. Mi rimane poco fiato, giusto per un ultimo colpo.
Et in hora mortis nostrae, amen – esalo calando il braccio.
Il nome, quando risollevo il martello, è illeggibile. Alzo gli occhi, boccheggiante. Il lupo mi dà il fianco, fa per arretrare ma il coltellaccio gl’inchioda la zampa al suolo. Biscior è prono, una gamba tranciata sotto il ginocchio. Avanza verso la bestia strisciando sui gomiti. Brani di pelle penzolano dal volto come carta da parati scollata, rivelano altra carne aranciata attorno all’occhio e lungo la tempia. Afferro la cravatta, strattono la camicia, cerco fiato per urlare e fuggire di qui.
Il vento mi sbatacchia in avanti, gli abiti si chetano. Guardo in su, incontro gli occhi del lupo, simili a turbini verdi e azzurri su un corpo d’ombre cinesi.
Con un ringhio l’animale si straccia la zampa e mi balza addosso. Le fauci che mi affondano nella gola sono tutto tranne che un’illusione.

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