Vento di cambimento – La Dea

7 aprile 1849
Biscior accende il camino, fa la spola tra lì e il tavolo. Ho la sensazione che ogni tanto mi lanci occhiatacce, quasi a spronarmi a scrivere più in fretta, ma ho la testa vuota, come quando mia madre m’interrogava sulla lezione.
– Come si dice “permesso”, in latino?
Licentia.
“Come ho fatto a non pensarci?”
– Dunque, dove pensate di trovare le famose ceneri di basilisco?
Sorride e mi mostra un mazzo di penne lunghe e nere: la coda di un gallo. Le tiene sopra una candela finché non prendono fuoco. Le lascia bruciare, poggiate in un piatto. Fa scorrere la mano aperta da me verso il contenitore, come un cameriere servizievole:
– Et voilà, generale, ceneri di basilisco!
Arriccio il naso all’odore e torno a litigare col latino. Ripasso le declinazioni sulle dita della mano, scrivo, cancello, riscrivo, ingiurio il tema del perfetto.
– E “lapide”?
Cippum.
– Elementare.
Biscior traffica e rimesta in un paiolo, infine esclama:
– Ottimo!
– L’intruglio è pronto?
– Quasi. Quando comincerà a bollire e far fumo, allora sarà pronto. E allora ci vorranno le paroline dolci, oppure la nostra dea potrebbe irarsi. Come-
Un lupo ulula. Troppo vicino. Mi giro verso il focolare. Un altro ululato, direzione diversa. Un terzo.
Biscior mi fissa, si morde il labbro. Fa un sorriso tirato:
– Preparate l’invocazione. Io mi prenderò cura dei loup-garou.
– Da solo? Siete uscito di senno? È un suicidio.
Si rassetta la giacca.
– Sì, da solo. Voi pensate a quel dannato pietrone.
Dalla borsa prende delle boccette e se le caccia in tasca. Raccatta accetta e fucile. Mi sorride, rigido, prima di correre via. Gli ululati si ripetono, più vicini.
Mi sudano i palmi, il cuore martella più che sul campo di battaglia e la camicia stringe troppo sulla gola, soffocante. Cerco di ricordarmi come diamine si dica “volere” in latino, di non badare agli ululati. Un colpo di fucile e un grido fuori dalle finestre sbarrate. Rabbrividisco.
Rileggo quel che ho scritto finora: fa pena. Dannato latino. Mordicchio l’estremità della matita, come da ragazzo, mentre medito su come correggere codesta porcheria d’invocazione.
Un polpastrello gelato mi solletica dietro l’orecchio.
Mi giro col lapis impugnato come un’arma, il braccio che descrive un arco in orizzontale. La punta della matita affonda nell’aria.
– È solo l’ansia, Alessandro – mi rassicuro.
Torno a chinarmi sul foglio, slaccio la cravatta e il primo bottone della camicia. Decisamente meglio. Ora, se solo mi ricordassi come si trasforma un aggettivo in avverbio e se quei maledetti loup-garou morissero fulminati, starei anche meglio!
Biscior lancia un grido a piena gola che mi fa rabbrividire. Una delle bestie uggiola.
Abbandono carta e matita, corro alla sacca col secondo fucile. Non faccio in tempo a caricarlo: di nuovo quella sensazione, dita fredde che mi accarezzano il profilo dell’orecchio e solleticano la nuca. E liquido che sfrigola, nel camino. Scatto in piedi. Il contenuto del paiolo ribolle, esala fumo scuro.
– Dannazione!
Gli ululati si radunano dietro la finestra alla destra del camino, grattano sugli scuri.
– Dannazione, dannazione e poi ancora dannazione!
Prendo il foglio, mi schiarisco la voce e umetto le labbra secche. “Madre Santa, veglia su di me e perdona le blasfemie che sto per dire! E che Cicerone abbia pietà per gli errori di grammatica.”
Ave Diva Silica, dia mutande. Humiliter te advocamus, gratia plena. Responde nostrae invocationi, pulchra et magnifica domina. Partem absentem reddimus, diva potente: da nobis licentiam cippum accipere et traducere, ut custoditum esse pro patriae salutis. Ita sit, si voluisses.*
Sollevo gli occhi dal foglio. Nulla è cambiato: il contenuto della pentola fuma e i loup-garou grattano come forsennati.
Il vento torrido si alza all’improvviso, mi fa arretrare di un passo. Lo conosco: stesso tanfo di carne bruciata e incenso, stesso calore soffocante. Strizzo gli occhi per vedere. La fiamma delle candele vacilla, il fuoco nel camino si abbassa e spegne. Il foglio mi sfugge di mano. Sopra la lapide, qualcosa di bianco ondeggia al ritmo delle folate.
Un’ultima raffica di vento mi sbatte a terra. Tutto tace.
Mi rialzo. La cosa è immobile, sembra stoffa bucherellata sospesa a mezz’aria. Mi accosto.
Non tela, ma frammenti di vetro attraverso cui si vedono un cielo plumbeo e una piana innevata, punteggiata di radi cespugli. E lei, che avanza senza ch’io riesca a toglierle gl’occhi di dosso.
La dea ha fianchi larghi. Mi viene incontro ancheggiando, a tratti scompare dalla visuale, come scivolasse fra un frammento e l’altro. Sul capo porta una maschera nera a forma di lupo. No, è una testa d’animale, senza mascella. Sangue fresco le ruscella sul viso e sul petto, le impasta i capelli e macchia le collane. Nuda, non rabbrividisce per il freddo. Rallenta a pochi passi da me, gli occhi rimangono nascosti. Sorride con grazia, senza mostrare i denti.
Con l’indice percorre a ritroso il tragitto di un rivolo di sangue, dall’ombelico su, tra i seni floridi, fino a un pendente d’ambra picchiettato di rosso. Porta il dito alle labbra. La lingua dardeggia, il sorriso diventa una smorfia infastidita.
– Dov’è…
La voce mi esplode nella mente, artigli che mi grattano il cranio dall’interno. Crollo a faccia in giù, senza fiato.
– … il mio…
Denti che mi affondano nel cervello. La luce tremola. Boccheggio, non voglio piangere come un bambinetto.
– … stramaledetto…
Lampi di dolore offuscano tutto.
– … sacrificio?
Il ringhio basso di una belva affamata.
Piedi pallidi, umidi di neve, a un palmo da me. Si china, mi mette la mano gelida sotto il mento e mi solleva il capo, con dolcezza:
– Rispondi, figlio adorato!

* Nelle intenzioni significa: “Salute Diva Silica, dea del mutamento. Umilmente ti chiamiamo, o piena di grazia. Rispondi alla nostra invocazione, signora bella e magnifica. Riportiamo la parte mancante, potente dea: dacci il permesso di prendere la lapide e portarla via, così che possa essere custodita per il bene della patria. Così sia, se lo vorrai.”

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Top Five: Quello che detesto della scrittura

Mi unisco al piccolo meme nato da un commento su facebook di Bruno Bacelli e, dopo SamAislinn e Gianluca, enuncio anche io alcune cosette che detesto dello scrivere.

5: Nella mia testa era meglio…
Come già hanno detto praticamente tutti, anche io odio quel momento in cui, dovendo riportare su carta o su word processor un’idea (bella, articolata, fichissima, geniale) che è venuta all’improvviso, le parole non arrivano. E se arrivano, compongono una scena pietosa, sgangherata, piatta e priva di ogni barlume della figaggine che aveva nella mia testa. Se c’era un dialogo, è noioso; se c’era una descrizione (miracolo), è il peggio del mio peggio. La frustrazione, invece, è alle stelle!

4: Le parole giuste nella lingua sbagliata.
Mi succede spesso. Mi ritrovo a starmene lì, anche cinque minuti d’orologio, a gironzolare per casa alla ricerca della parola giusta che sia in italiano, non in inglese. Ho un problema, e anche bello grosso, con le cose bruciacchiate. Se cerco un sinonimo di bruciacchiato, mi vengono charred, singed, burnt, scorched, mai un dannato sinonimo in italiano. Non parliamo poi di crawl o di scramble: una tragedia, soprattutto per la convinzione che nessun termine italiano riesca a rendere altrettanto la sensazione di urgenza e fretta che sento sottointesa alle due parole inglesi.

3: L’impasse.
Pur col mio modo di scrive anarchico, mi rendo sempre più conto che se non ho qualcosa chiaro in mente, certe storie si impantanano. Il qualcosa varia a seconda dei casi, ma senza posso stare davanti al pc per giorni senza che le parole trovino la giusta strada. Per dire: ho la prima stesura di Fight Fire With Fire, ma non riesco ad andare oltre perché le critiche costruttive che mi sono state sottoposte hanno evidenziato dei punti da sistemare. E finché non avrò trovato come rattoppare quei punti, non riuscirò a sistemare nemmeno le ripetizioni e il resto. Stesso dicasi per il figlio del NaNo: è fermo da settimane perché non so come cavarmi da un impaccio in cui mi sono messa da sola, e ogni soluzione è troppo MarySue per poterla tollerare.

2: La PDSI.
Scrivo, scrivo, scrivo e scrivo. Inizio a rileggere ed eccola, nella testa fa capolino lei, la Percezione dello Schifo Incombente. L’unica cosa che la PDSI sappia dire è che tutto è merda. Lo dice in tanti modi diversi, ma il senso non cambia: percolato, a fiumi. Tutto da buttare e rifare, senza possibilità di rimedio. Ma ormai ho imparato una cosa: se si presenta in tutta la sua magnificenza, allora qualcosa del testo appena letto è salvabile. Tizia complicata, la PDSI, un po’ come lei…

1: La Musa.
C’è chi, come Sam, ha per MusO il bel Kiefer Sutherland. Io ho una Musa, femmina e tanto, tantissimo stronza. Non so che faccia abbia, perché mica si fa vedere spesso. Ma quando c’è, tutta la sua simpatia è ben evidente: si lavora solo a quello che vuole lei, solo coi ritmi che dice lei e facendo le cose che vuole lei. O così, o niente, lei si mette a farsi le unghie o chissà cos’altro, e il lavoro non procede di una virgola. Una gran maleducata!

Per fortuna ci sono anche cose che amo, dello scrivere, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

Vento di cambiamento – Siate cortese…

7 aprile 1849
Lascio cadere la torcia e vado in soccorso del dottore. In due riusciamo a levargli di dosso il morto, a bloccarlo a terra col nostro peso. Quello continua a dimenarsi, in silenzio, la bocca spalancata. Mi sollevo a sufficienza da prendere la mira e sparargli al centro del cranio ricciuto, a occhi socchiusi. L’aria puzza di sangue e capelli bruciati.
Mani mi si poggiano sulla schiena. Faccio per divincolarmi e sfuggire al morso che so imminente, ma la giovane mi grava addosso anche con un ginocchio. Rabbrividisco nel comprendere: mi sta ignorando, vuole Biscior.
Mi dimeno e volto il capo. La donna ha le mani avvinghiate attorno al collo del dottore. Lui la tiene per un polso, solleva l’accetta sopra la testa. Giro la testa di scatto e smetto di divincolarmi, per non intralciarlo. Un tonfo, poi un rumore viscido.
Il peso della giovane mi scivola via di dosso. Scatto in piedi. Biscior, respiro affannato, lascia andare la morta, che cade all’indietro. Distolgo lo sguardo dallo squarcio rosso tra i capelli neri e vado a recuperare la torcia. Sbircio Biscior, lo vedo tastarsi il collo con una smorfia, ma tutto quello a cui riesco a pensare è che la donna mi ha ignorato per strangolare il polacco.
Dopo aver decapitato i tre corpi, passiamo di stanza in stanza, silenti: una cucina con due piatti di riso e fagioli ancora tiepidi, uno studio ingombro di carte sparse e volumi ammuffiti, una spartana stanza da letto della servitù con tre letti, un salotto dal divano azzurro tarmato e, collegata da una porta aperta, quella che doveva essere la sala da pranzo. Rumore come di animali che ruminano.
Mi faccio il segno della croce. Biscior mi indica di avanzare, fronte corrucciata, fucile imbracciato.
Il grande tavolo di quercia, addossato a una parete, è ingombro di barattoli e cianfrusaglie, quasi dovesse fare a gara con la camera di Biscior. Scarabocchi di gesso su pareti e pavimento, candele accese poggiate per terra e sulla mensola del camino spento, ghirlande appese davanti alle finestre, mazzi di fiori secchi penzolanti dalle travi del soffitto. Due Lazzari, maschio e femmina. Lui anziano, naso aquilino, capelli candidi, pantaloni e gilet neri, camicia bianca. Lei poco più che una ragazzina, vestito della festa a fiori, treccia di capelli castani, scalza.
Sono inginocchiati, intenti a divorare un uomo in tunica nera e mutandoni scarlatti. Alzano lo sguardo dal cadavere quando, incespicando, varco la soglia. La ragazzina deglutisce, il bolo le scivola fuori dalla gola squarciata e giù, lungo l’abito irrigidito dal sangue secco. Le si ferma in grembo, insieme ai bocconi precedenti. Riabbassano lo sguardo sul pasto e riprendono a staccare pezzi di carne a mani nude, ignorando me e la pistola puntata. Entrambi hanno occhi annebbiati, pelle pallida. Sull’uomo non vedo i segni di come sia morto.
Mi sposto di lato e prendo la mira. Costringo il braccio a non tremare, accantono le domande e sparo al vecchio. Biscior fa fuoco un istante dopo, mi assorda ma centra il capo della ragazzina. Abbandona l’arma in favore dell’accetta.
Avanzo verso il lato opposto della sala e i disegni che imbrattano il pavimento di cotto. L’aria è più calda, l’odore di carne bruciata e incenso è così rivoltante da farmi rizzare i peli su braccia e nuca.
– Credo che abbiamo ritrovato la dannata lapide.
Biscior mi raggiunge. Guarda il blocco di marmo al centro del diagramma di gesso e cera.
– Bene, ora dobbiamo solo convincere la Diva Silica a lasciarcela prendere. E trovare il modo di portar materialmente via quel pezzo di pietra.
– Cosa c’entrerebbe, ora, questa “dea”?
– Non l’avvertite? Aleggia ancora qui. Sconsiglio di avvicinarsi alla pietra.
– Che scempiaggini!
Estraggo la sciabola e faccio un passo avanti, lama protesa verso il diagramma. Sento la punta cozzare contro qualcosa, nell’aria. Un istante dopo spalanco la mano e la scuoto. La lama rimbalza due volte a terra, emana volute di fumo. Palmo e dita sono arrossati e già cominciano a gonfiarsi. Impreco mentalmente e ci soffio sopra. Biscior mi guarda senza parlare, un sopracciglio sollevato, le labbra serrate per non sorridere compiaciuto.
– Avevate ragione, contento?
A grandi passi raggiunge il tavolo ingombro. Lo seguo senza smettere di agitare la mano, lo guardo sfogliare libri e carte, fronte corrugata.
– Ecco! – esclama. Liscia un foglio, segue le parole con l’indice. Con la sinistra, giocherella con l’impugnatura di un coltello che gli sporge alla cintura.
– “Ecco” cosa?
– Sacrificare una vita, invocare la dea con dolci parole e… uhm, un bell’intruglio. Vediamo un po’… Sì, solo una vecchia ricetta del ‘300, si può fare anche qui.
Fruga il tavolo fino a porgermi carta e lapis.
– Come ve la cavate col latino, generale?
Indecens*? – provo.
– Dovrete fare del vostro meglio. Scrivete qualcosa di delicato e rispettoso.
– Non potete farlo voi, che parlate in latino meglio di un prete appena uscito di seminario? – protesto, ma senza vera convinzione.
– Avete idea di dove trovare delle ceneri di basilisco? – domanda, serio.
– Perché, voi sì?
Sorride.
Mentre mi scappa l’ennesimo sbuffo di irritazione dacché conosco Biscior, vergo: Ave Diva Silica
– Non preoccupatevi troppo della grammatica, poi lo rileggerò tutto io. Non voglio che ci ritroviamo con un’invasione di cavallette o Dio solo sa cos’altro.
Mi interrompo, sento la mascella serrarsi e i denti scricchiolare. Biscior, ignaro, estrae barattolini dalla sua borsa. Distendo i muscoli, chiedo:
– Vorreste spiegarvi meglio?
Non smette di armeggiare, inizia anche a studiare gli oggetti sul tavolo.
– Ritengo che i due in tunica fossero quelli che manovravano tutto. – Indica la testa femminile mozzata. – Hanno sacrificato quella poverina. Da lì in poi, devono aver sbagliato qualcosa: non credo che essere divorati vivi dalla servitù trasformata in Lazzari fosse il loro scopo. E considerata la banalità della ricetta, devono aver irritato la Dea. Quindi, di grazia, siate cortese con lei, come ne andasse della nostra vita.

* “Indecente, disdicevole” in latino.

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Ebook: That bloody smell

Qualche giorno fa Hell parlava di ispirazione e innesco, del fatto che Lollipop (leggetelo, se ancora non l’avete fatto) è nato da una foto; avevo commentato dicendo che per me le due grandi fonti di ispirazione per l’idea base di una storia sono le canzoni ma soprattutto i ragionamenti oziosi.
Da un ragionamento ozioso e dall’ambientazione della round robin super-eroistica Due Minuti a Mezzanotte nasce l’ebook che potete scaricare più sotto (nella sezione in grassetto, frettolosi che non siete altro!).
Un ebook breve: 2200 parole di racconto, uno spin off di 2MM in cui non compare manco uno dei Super “canonici”, solo Eleanore, una signora (signorina, pardon!) dal carattere spigoloso e dal naso sopraffino, che detesta la Super nota al mondo come Libby e tiene solo alla propria auto.
A mio parere potreste leggervi l’ebook anche sapendo poco o nulla dell’ambientazione, ma visto che la suddetta ambientazione è lì, a un click di mouse da voi, io consiglierei di farci un salto.

Due note tecniche.
L’impaginazione è artigianalissima, quindi se ci fossero pecche, beh, siate clementi e magari prendetevi un paio di minuti per segnalarmele.
La copertina, invece, è opera di Giordano Efrodini e della sua mente alveare: lode-lode!

Bene, fine delle ciance introduttive: cliccate sui link per scaricarvi l’ebook in formato epub oppure in formato pdf.

E ora, musica: la canzone da cui Eleanore prende il nome e quella da cui, attraverso alterne vicende, viene il titolo dell’ebook.

Buona lettura.

Offshore e Lollipop

Se volete, chiamatela pubblicità. Io lo chiamo esprimere la mia stima per Germano e le sue ultime due creature.

Prima è venuto Offshore: ancora uno stralcio del mondo durante la Pandemia Gialla, ancora l’atmosfera del Survival Blog. Eppure lo spirito è diverso, ve ne accorgerete presto, da quello che informava Girlfriend from Hell. C’è ancora più senso di straniamento, della civiltà che è caduta, dell’uomo che si ricostruisce etica-morale-civiltà; c’è una visione allucinata della mitologia indiana; c’è una coppia ma non l’idillio; c’è ancora il computer, ma se a Hell non fregava più nulla del blog e di quelli là fuori, a Jerry sembra pesare molto il fatto che il mondo, fuori dalla sua piattaforma, suoni così deserto. E poi c’è la follia, la sensazione pressante che Jerry perda il contatto con la realtà a velocità notevole, e che tutto sommato non abbia tutti i torti. Scritto in reazione a certe apocalissi pucciose, Offshore spinge di più sul tasto della cattiveria, e sa dare stilettate di inquietudine pur senza diventare insopportabile. Però il mondo è pieno di idioti, ergo l’avvertenza sulla pagina di presentazione e nell’ebook.

E poi c’è Lollipop, che esce oggi ma io ho già letto in anteprima: uno spin off nato dall’ambientazione di Due Minuti a Mezzanotte, lontano anni luce dall’idea dei super-eroi in tutine appariscenti.
Per protagonista ha Marilyn, armata di lecca-lecca, scarpe rosa shocking, gusti musicali wow e il tipo di abbigliamento con cui noi povere mortali faremmo figure da zoccole di quarta categoria. E mi piace, Marilyn. Non solo perché ho assistito al momento in cui a Germano è venuto il flash su come concludere la storia, ma anche perché la signorina ha carattere, potenziale seriale, follia al punto giusto e… No, scopritelo da voi cos’altro ha Marilyn!

Io incrocio le dita per Riddick

Un po’ di tempo fa ho scoperto che era in lavorazione il nuovo film con protagonista il signor Richard B. Riddick. Nel tempo, quel grand’uomo che è Vin Diesel ha pubblicato sulla sua pagina Facebook varie foto e bozzetti riguardanti il film. E visto che la gente è pigra, che il film è in post produzione da aprile, ma soprattutto visto che non c’è mai abbastanza Vin Diesel qui dentro, ho raccolto qualche immagine qui sotto.
Enjoy. E incrociate come me le dita affinché la trama non sia di carta velina come la mia parte pessimista è sicura sarà!

Vento di cambiamento – Tedio

7 aprile 1849
La cavalcata tra le risaie è spettrale, la luna si riflette in mille frammenti sull’acqua increspata dalla brezza, ma Biscior è cieco a tale spettacolo. Quando gli alberi lungo la strada aumentano di numero, diventano sagome grige contro il cielo nero.
A Borgo Ticino, Peppin il muratore smette di fare storie e d’ingiuriare il cugino solo quando gli caccio in mano dei soldi. Si fa servizievole d’un tratto, tutto inchini e sorrisi falsi. Ci conduce fino al confine esterno della proprietà, un grosso cancello retto da pilastri di pietra fiancheggiati da una bassa siepe, e si dilegua.
– Sapete scassinare una serratura? – domanda Biscior indicando il cancello. Lo guardo, interdetto. Devo aver capito male.
– Che bisogno abbiamo di aprire il cancello quando possiamo saltare la siepe?
Spoilsport * – sbuffa.
Faccio arretrare il cavallo, prendo la rincorsa e quello scavalca, agile, il bosso. Mentre attendo che la sagoma scura che è Biscior mi imiti, faccio avanzare il sauro, al passo, verso l’unica luce che intravedo più avanti, tra i tronchi di conifere.
Il viale sterrato compie un’ampia curva verso destra nell’avvicinarsi al gruppo di edifici. La casa padronale ha due piani, tutte le finestre hanno gli scuri chiusi, non ne filtra alcuna luce o suono. A destra un pollaio e un grosso fienile, a sinistra una stalla da cui muggisce una mucca.
Leghiamo i cavalli tra gli alberi e ci carichiamo di masserizie. Mi lego la sciabola al fianco e spero che non dia troppo nell’occhio.
– Proposte? – sussurra.
– Ci spacciamo per incaricati di Luigi, cerchiamo di capire la situazione e poi agiamo.
Si liscia i baffi e annuisce. Non è convinto.
Avanziamo fino all’uscio, a fianco al quale è sospesa una fiaccola accesa. Tiro la catenella che sporge dal muro, una campanella squilla acuta oltre la porta. Conto fino a cento senza che accada alcunché. Guardo Biscior. Quello si scruta intorno, fronte corrugata.
Suono di nuovo, ancora nessuna risposta nella casa.
Biscior si china a guardare la serratura e depone a terra la valigetta di cuoio.
– State qui, datemi una voce se aprissero.
Si allontana verso la stalla, lo perdo di vista. Continuo a scandire i numeri mentalmente, frugo le ombre. Sudore freddo lungo la schiena, la sensazione rassicurante del pomo della sciabola sotto il palmo. A cinquecentododici il dottore torna. Sorride nel mostrarmi i tre attrezzi che ha in mano.
Il primo colpo di martello sulla testa dello scalpello sembra una cannonata in una cattedrale. Altri tre colpi e la serratura cede. Mi guarda, soddisfatto, e chiede:
– Che ore sono?
– Oggi fatico a seguirvi, più del solito. Vediamo, ecco, sette e venti.
– Ora delle medicine!
Si china sulla valigetta e depone gli attrezzi. Fruga tra barattoli e fiale, solleva una mano verso di me: una boccetta di vetro blu, tappo in sughero.
– Bevetela, meglio se in un sorso solo.
Trangugio, tossisco, mi asciugo la bocca e gli occhi lacrimanti. Beve anche lui qualcosa e ripone le due boccette vuote.
Si rialza, fluido, la valigetta nella sinistra, l’accetta nella destra. Qualcosa mi dice che il piano è cambiato. Estraggo la pistola, la carico.
Scosta il battente col piede. La serratura stride sul cotto. L’entrata è vuota: nessuna suppellettile o persona, solo una porta socchiusa sulla sinistra. Stacco la fiaccola, entro e accosto il portone con la spalla.
Un suono familiare proviene da dietro la porta.
– Vergine Santissima! – sussurro quando capisco. Non faccio in tempo a fermare Biscior che quello le ha già dato una pedata.
Sul pavimento dell’altra stanza c’è il cadavere di un uomo anziano, il viso rugoso pietrificato in un urlo terrorizzato. La tunica nera è sollevata attorno ai fianchi, stracciata sul ventre. Una giovane è china su di lui, le braccia affondate fino al gomito nell’addome squarciato. Solleva il viso affilato, sporco di sangue. Sembra guardarci, pur se con occhi velati dalla morte.
Biscior sbuffa, si volta a domandarmi:
– Anche voi cominciate a essere tediato da questi Lazzari?
Un morto, camicia rattoppata e gilet, gli si getta addosso sbucando da di fianco alla porta. Cadono in un groviglio di arti e stoffa.
“Non sapete quanto!”

* “Guastafeste” in inglese.

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